Storia d’Italia

John Foot
La “Repubblica dei matti”. Franco Basaglia e la psichiatria radicale in Italia, 1961-1978
Feltrinelli, Milano, 2014, 375 pp.

John Foot è uno storico inglese molto attento alle vicende italiane. Ha scritto alcuni libri sullo sport, su Milano e sulla cultura italiana.

La Repubblica dei matti non è una storia della psichiatria italiana. Non è nemmeno una storia dei manicomi italiani e nemmeno una biografia di Basaglia. È una storia culturale dei decenni centrali e più fecondi della storia repubblicana, focalizzata sulle vicende della psichiatria. La centralità della figura di Basaglia è dovuta al suo ruolo svolo in quegli anni.

L’Italia è un paese capace di grandi innovazioni. In negativo, come nel caso del fascismo; ma anche in positivo, come nel caso della Resistenza (la più forte d’Europq dopo quella jugoslava), di un partito comunista capace di dar vita a “modelli” (emiliano, per esempio) studiati e ammirati perfino dagli USA, di realtà imprenditoriali di eccellenza e di prim’ordine (Olivetti, Ferrari), o di grande interesse (la moda). La chiusura dei manicomi può essere rivendicata a buon diritto come uno dei successi più belli e meritevoli della Repubblica. Il libro di Foot lo dimostra chiaramente con le descrizioni allucinanti dei manicomi e dei reparti.

Per altro, nel libro non c’è nessuna forma di sensazionalismo. La narrazione, sciolta, vivace, avvincente, è sempre equilibrata, sempre soppesata e meditata. Così come lo sono le valutazioni dei protagonisti e delle figure studiate e incontrate. Non c’è nessuna agiografia di Basaglia. Alla grande ammirazione per quello che definisce il più importante intellettuale della storia dell’Italia repubblicana, fa da bilanciamento il grande rispetto per altri protagonisti di quegli anni. Primo fra tutti, Giovanni Jervis, grande intellettuale e figura carismatica che collaborò con Basaglia a Gorizia e poi si distaccò da quella esperienza per seguire altri percorsi. E ancor di più, forse, Franca Ongaro, moglie di Basaglia. Se, come dice il proverbio, dietro a un grande uomo c’è sempre una grande donna, allora Basaglia ebbe la fortuna di avere per moglie una donna capace di stargli a fianco e, quando necessario, di guidarlo. Era lei non solo a dare forma alle vulcaniche idee del marito, ma anche a correggerle, indirizzarle, concretizzarle. Foot giustamente si rammarica la pressoché assoluta mancanza di studi sulla Ongaro.

Franco Basaglia e Franca Ongaro, in un piccolo manicomio all’estrema periferia del paese nel 1961: un posto insignificante, l’ultimo luogo a cui pensare per dar vita ad una rivoluzione. Non fu così, e non fu così per l’intrecciarsi di molti fattori.

All’ostracismo e all’esclusione che spesso le università italiane riservano ai giovani più brillanti e promettenti – motivo per cui Basaglia accettò l’incarico a Gorizia – fecero da lievito l’effervescente clima culturale che si stava formando in quegli anni: la “Storia della Follia in età classica” di Foucault, “I dannati della terra” di Fanon e “Asylum” di Goffman furono pubblicati proprio nel 1961. E a riprova della chiusura del mondo accademico, questi testi furono pubblicati grazie all’iniziativa di editori consapevoli del ritardo culturale del Paese accumulato durante il ventennio fascista come Einaudi, Rizzoli, Feltrinelli.

Clima culturale inebriante e coinvolgente dovuto al tracollo del positivismo e dell’organicismo che avevano finito i loro giorni nell’ignominia del razzismo biologico. Basaglia si immerge in questo clima, va a confrontarsi con esperienze in Scozia e a Londra, allaccia contatti con altre esperienze, si circonda di collaboratori curiosi, aperti e decisi. Sono questi stimoli che Basaglia rielabora creando la comunità terapeutica man mano che, dall’interno, smantella il manicomio.

Gorizia diventa il centro, il faro di una rivoluzione culturale che si irradia sul Paese e trabocca al di fuori. Ma è frutto, anche, di un clima innovatore non solo a livello europeo o mondiale, ma interno. L’esperimento di Gorizia trova appoggio nel Ministro della Sanità, il socialista Mariotti, altri intellettuali si mettono ad indagare la questione manicomiale: Angelo del Boca, grande giornalista e storico dà alle stampe un’opera che diventa una bomba: “manicomi come lager”. È questa l’immagine che l’opinione pubblica fa propria e contrasta.; la stessa televisione si interessa al fenomeno: Zavoli gira un documentario, fotografi di valore creano opere.

La breccia è aperta, si aprono percorsi nuovi. È questa la seconda parte del volume, dove Foot analizza alcune realtà locali. Qui, tra gli altri, a mio parere spiccano due elementi interessanti.

Il primo riguarda il fatto che il mondo politico “scopre” e si occupa attivamente del problema manicomiale. Amministrazione centrale e locale si pongono in sintonia con una parte della società civile e dell’opinione pubblica. Si intraprendono percorsi diversi, ma nel complesso le amministrazioni provinciali e locali sono attente e collaborano. Politici che non conoscevano la realtà dei manicomi, una volta scoperta ne restano sconvolti:

“Pensavo che gli istituti assistenziali fossero una necessità. Per i matti il manicomio, per i bambini abbandonati il brefotrofio, per gli anziani soli l’ospizio. Con Basaglia […] ho imparato a rifiutare queste soluzioni […] istituzioni [pensate per] accantonare i problemi sociali più scottanti” (p. 201).

Sono parole di Mario Tommasini, assessore provinciale a Parma, operaio. Qui, come altrove, l’Italia a due livelli – quello delle classi dirigenti distanti dalle classi popolari – scompare, si attivano forze dal basso. È quel che succede a Reggio Emilia, che chiama Jervis il quale crea i centri di salute mentale; è quel che succede a Perugia con Giacanelli, ad Arezzo, a Trieste, dove Basaglia avrà l’appoggio di un esponente democristiano.

Sono esperienze che conducono al secondo aspetto. E cioè ai percorsi diversi nella chiusura dei manicomi seguiti dalle singole realtà. Per chi, come me, studia la nascita dei manicomi, questo è un aspetto particolarmente interessante perché, se si guarda alla formazione delle strutture nate prima dell’unificazione, si incontrano condizioni e soluzioni diversificate a seconda delle zone, degli Stati e delle realtà locali. Nella loro dismissione e chiusura, questi retaggi sembrano ripetersi. Se è vero che ovunque i “basagliani” incontrano e ricevono sostegno politico (spesso del PCI e dei partiti di sinistra, ma non solo, come testimonia il caso di Trieste), è altrettanto vero che il movimento dal basso emerso negli anni Sessanta ed esploso a partire dal ’68 ha esercitato una pressione notevole sul ceto politico, spingendolo ad accettare o a promuovere soluzioni che altrimenti, da solo, difficilmente avrebbe realizzato. A dimostrazione di questo sta il fatto che la “legge basaglia”, come erroneamente viene chiamata la 180, è frutto di mediazioni tra operatori e politici con posizioni a volte molto distanti tra loro.

La Repubblica dei matti è un libro che si apprezza per la capacità di Foot di tenere assieme le molte sfaccettature e particolarità di queste decenni, ma soprattutto perché mantiene sempre, in tutto l’arco della narrazione un equilibrio prudente tra i vari aspetti, momenti e personalità. Si vedano, ad esempio le pagine in cui analizza e discute il concetto di “antipsichiatria”, un concetto di cui Foot rileva e mostra adeguatamente l’ambiguità: Basaglia e i basagliani non furono solo scelti come guida da molti operatori,culturali, del mestiere o attivisti che fossero, furono contrastati dall’opinione pubblica conservatrice, ma videro anche nascere posizioni alla loro “sinistra”, molto più estreme delle loro. Foot tratta questi aspetti con grande delicatezza, senza sbilanciarsi o lasciarsi andare a giudizi sommari o approssimativi (pp. 43 sgg). Oppure si vedano le pagine che ricostruiscono l’iter della legge 180 (pp. 285-294), dove si ritrova il medesimo equilibrio.

La Repubblica dei matti di Foot è un lavoro in cui il lettore avverte l’impegno e la fatica dell’Autore, costretto spesso ad utilizzare fonti di seconda mano per ricostruire passaggi e contesti. Ad esempio Foot segue percorso della dismissione del manicomio di Gorizia appoggiandosi a una pubblicazione interna del manicomio, “Il Picchio”, la rivista dei ricoverati. Scelta in parte obbligata perché, come spesso accade in Italia e soprattutto per enti istituzioni chiusi, parte della documentazione è andata dispersa.

Molto resta ancora da fare, da ricostruire; Foot lo ripete o lo lascia intendere spesso. Ma ci ha regalato una bussola affascinante, densa e bella davvero. Questo è un libro non dovrebbe mancare negli scaffali di chi voglia capire qualcosa di più, e da un’angolazione originale, sulla storia recente del nostro Paese.

Emilio Gentile
E fu subito regime. Il fascismo e la marcia su Roma
Laterza, Roma Bari, 2012, pp. 319.

Buona parte della storiografia ritiene che nello scontro tra partito fascista e Stato, quest’ultimo sia uscito vincitore. Normalmente è col discorso del 3 gennaio 1925 che viene indicata la svolta verso l’instaurazione della dittatura (si vedano, tra gli altri, le opere di Aquarone, Lyttelton, De Felice, nel primo volume della sua biografia su Mussolini).

In questo libro Emilio Gentile, storico insigne, allievo di De Felice, anticipa i tempi alla marcia su Roma. I motivi non gli mancano. Se sul fatto che il fascismo usò il disordine (la violenza) in funzione dell’ordine vi è una sostanziale unanimità di giudizio di tutte le correnti storiografiche (tralascio le tesi di Vivarelli o, nel contesto europeo, di Nolte), ciò che Gentile sottolinea a più riprese in questo libro è l’incompatibilità per così dire innata del fascismo col liberalismo e quindi l’impossibilità che potesse essere incanalato in qualche modo nello stato liberale.

In primo luogo, anche se prefetti e militari lamentarono spesso di non disporre di forze sufficienti per intervenire e fermare le violenze fasciste (p. 80), in realtà, questi ritenevano che il fascismo, annientando le organizzazione “rosse” e riducendo all’impotenza comunisti e socialisti, facesse comodo. Perciò si guardarono bene dall’intervenire contro di esso. D’altra parte, una buona fetta della classe dirigente liberale pensava che reprimere lo squadrismo avrebbe ridato fiato ai “rossi” e pertanto conveniva lasciarlo fare fintanto che si scagliava contro i sovversivi, per poi incanalarlo nella legalità dello Stato liberale e quindi, in questo modo, addomesticarlo e neutralizzarlo (p. 94). Era questo quanto pensavano Facta, gli altri ex presidenti del consiglio e gran parte del mondo politico liberale (p. 140).

Ma si illudevano e si sbagliavano di grosso: il fascismo “non intendeva in nessun modo sottostare alle leggi dello Stato costituzionale”, ma mirava a distruggerlo (p. 94). Tra i liberali e democratici antifascisti lo capirono in pochissimi: sulle colonna della “Stampa”, Salvatorelli scrisse in proposito articoli lucidissimi, disincantati e profetici (pp. 72, 235-36, 274-75); nella sua Napoli,  Giustino Fortunato ragionava solitario su quel che accadeva, dato che anche Croce prese qualche abbaglio (p. 245). Così, ad esempio, nei giorni convulsi della marcia su Roma, le possibilità di un governo Giolitti con la partecipazione dei fascisti – ventilata e auspicata da più parti erano molto poche: non si teneva conto che i Ras (i capi locali dello squadrismo) non avrebbero mai accettato una soluzione del genere e si sarebbero ribellati (p. 164). Del resto non era la prima volta che Mussolini, “duce” finché si vuole, subì le iniziative dei capi locali. E’ un dato che Gentile osserva a più riprese: era accaduto nel momento della trasformazione del fascismo da movimento a partito, quando Mussolini aveva dato più l’impressione di essere un capo che segue piuttosto che un capo che precede e indica la strada (p. 42); si sarebbe ripetuto in occasione dello “sciopero bianco” nel corso del quale il ruolo principale fu svolto da Bianchi (pp. 89-90); così come in occasione della marcia su Roma, di fronte alla quale Mussolini tentennò parecchio riguardo alla eventualità o meno di attuarla. In realtà fu ancora una volta Bianchi a spingerlo fino in fondo (p. 167). Ma soprattutto, la forza dello squadrismo era tale che i ras non avrebbero mai ceduto il potere locale conquistato con la violenza e quindi, quel che pensasse Mussolini era ininfluente: la marcia su Roma andava fatta. Di fatto, Mussolini seguì il volere del partito (pp. 133-134).

Sulle ragioni per le quali il re non volle firmare lo stato d’assedio ci si sarebbe aspettati qualche documento o qualche argomentazione in più; invece qui Gentile segue la ricostruzione di De Felice, datata (del 1965) e piuttosto discutibile. Se è indubbio che Mussolini ottenne l’incarico di formare il governo per la propria abilità politica, è altrettanto vero che ciò fu possibile soprattutto perché la marcia su Roma era in corso (e quindi esercitava una pressione quanto meno psicologica sulla corona e sulle forze politiche).

All’estero, anche chi giudicava positivamente il fascismo, riteneva che lo stato liberale avesse “capitolato”. Del resto, molti erano convinti che gli italiani non erano pronti per la democrazia (pp. 224-26). A cogliere per intero il vero senso della “contro-rivoluzione” fascista, fu il francese François Charles-Roux, che ne fece un’analisi molto acuta (pp. 226-229). Quel che è peggio è che anche molti italiani, anche antifascisti, pensavano che gli italiani avrebbero dovuto passare in una specie di cerchio di fuoco, per così dire, cioè che un periodo di dittatura gli avrebbe fatto bene (p. 266).

Mentre gran parte della borghesia italiana si diceva fiduciosa verso il governo guidato da Mussolini, cominciarono a manifestarsi i primi dubbi anche in alcuni che all’inizio lo avevano guardato con simpatia. Alle perplessità e ai timori di un Albertini, direttore del Corriere della Sera, Prezzolini faceva notare, giustamente, tutti i limiti e le responsabilità che i liberali come lui avevano avuto in passato: finché si era trattato di annientare socialisti e comunisti nessuno aveva obiettato nulla sul fatto che un movimento-partito sostituisse la propria violenza, illegittima, all’uso della forza, legittimo, dello Stato. Ora che il fascismo si manifestava per quel che era sempre stato e si volgeva contro le libertà borghesi (la libertà di stampa, ad esempio, come temeva Albertini), se ne aveva paura: era troppo poco e troppo comodo (p. 234).

Tra gli antifascisti, di “regime fascista” parlarono in pochissimi, ma Mussolini lo confermava con i fatti anche dopo la marcia su Roma ed essere diventato presidente del consiglio: nonostante la legalizzazione dello squadrismo con la creazione della Milizia Volontaria Sicurezza Nazionale, le violenze delle squadre continuarono a lungo (p. 259) – anche più a lungo di quanto scrive Gentile. Del resto Mussolini chiarì fin da subito che, se privo di consenso, avrebbe governato con la forza (p. 274). Nella sua discussione con Albertini, Prezzolini avrebbe potuto aggiungere che era troppo tardi.

Quel che emerge dai 14 capitoli (13 più l’epilogo) del libro di Gentile, è soprattutto l’arrendevolezza della classe dirigente liberale di fronte al fenomeno fascista: il fascismo andò al potere perché il Paese soffriva di un deficit di democrazia. E’ vero che i tempi erano tempestosi: tre imperi erano crollati sotto il peso della Grande guerra ed era sorto uno Stato che aveva come obiettivo la rivoluzione mondiale. Ma anche volendo concedere che nel ’20 la rivoluzione fosse alle porte (ma non era così), non lo era più nel ’21 e non certo nel ’22. La scusa, sostenuta spesso dai liberali, che repirmere lo squadrismo avrebbe ridato fiato ai “rossi” e quindi scatenato una guerra civile, non regge: la guerra civile i fascisti la facevano già, e una volta annientati i rossi si sarebbero scagliati contro i popolari e chiunque gli si opponesse (come fecero).

D’altra parte – ed è per questo che trovo la tesi di fondo di Gentile interessante – una volta sconfitti gli avversari nelle regioni del centro-nord, cosa avrebbe impedito ai fascisti di prendere Roma? Se si fa eccezione per qualche zona della Puglia e, a macchia di leopardo, in Lazio e Campania, sotto alla Toscana non vi era più nessun ostacolo serio a contrastarli. Inoltre, le cooperative, le leghe bracciantili e tutto l’apparato costruito da socialisti e popolari el corso di decenni era legale. E’ vero che le “satrapie rosse” della valle padana attuavano meccanismi di esclusione sociale pesantissimi verso coloro che non accettavano le loro condizioni, ma oltre a ragioni schiettamente politiche, erano gli stessi meccanismi affinché i loro organismi funzionassero che implicavano quelle soluzioni: ad esempio, il controllo dell’imponibile di mano d’opera, cioè la distribuzione del lavoro alle maestranze e ai braccianti, per essere efficace richiedeva l’adesione di tutta la comunità contadina. Per il proletariato era il numero, la quantità e la disciplina degli aderenti, a garantire la possibilità di successo.

Alla fine della prima guerra mondiale tutti gli stati sorti dalle ceneri degli imperi, tranne l’URSS, si erano dati sistemi in qualche modo rappresentativi e democratici. Pochi anni e la democrazia avrebbe cominciato a battere in ritirata sotto a un forte vento di destra. Questo libro – che si legge anche molto bene – dimostra che la democrazia è cosa fragile, fragilissima.

Sarebbe bene ricordarlo.

Valerio Castrononovo
L’Italia del miracolo economico
Roma-Bari, Laterza, 2010

Se Guido Crainz ha scritto una storia molto critica degli anni del boom economico (vedi https://lostoricodelladomenica.altervista.org/recensione-g-crainz-storia-del-miracolo-italiano/ ), Valerio Castronovo, storico tra i più noti, ne offre invece una visione molto più positiva.

Il libro di Castronovo è una sintesi agile, di facile lettura, pensata per il grande pubblico, che predilige gli aspetti economici rispetto al panorama politico e culturale che, sebbene presenti, restano per così dire sullo sfondo e fungono da contorno.

La tesi ricorrente nella storiografia secondo la quale il miracolo economico fu possibile soprattutto grazie al basso costo della mano d’opera viene ridimensionata da Castronovo, che focalizza invece l’attenzione sull’innovazione tecnologica e amministrativa importata dal Piano Marshall, su scelte vincenti quali lo sfruttamento di materie prime come il metano, sullle opportunità offerte dalle prime tappe della formazione della Comunità Europea e sul ruolo svolto dalla Banca d’Italia.

Ne risulta così, secondo Castronovo, un percorso distante dalle politiche keynesiane, osteggiate sia dalla maggior parte degli economisti – che all’epoca erano in maggioranza liberisti – sia, per ragioni opposte, dai partiti di sinistra (p. 19) che risultò fruttuoso per la “simbiosi” (p. 35) tra pubblico e privato, laddove il primo non ebbe mai la tentazione di fagocitare il secondo. Contrariamente alle aspettative, l’IRI e l’Agip (poi ENI) diedero prova di vitalità e dinamismo (per l’IRI, v. p. 35, per l’Agip e poi Eni e su Mattei, v. pp. 76-80).

Si era così formata una “struttura industriale polivalente” e dinamica, supportata dalla media e piccola industria diffusa nelle regioni del centro-nord del Paese, la cui vitalità fu resa possibile dalla tassazione piuttosto bassa, da scarsi intralci burocratici, dalla scarsa presenza dei sindacati e dall’intreccio con gli enti e le istituzioni locali (p. 43).

Ed infatti Castronovo dedica il terzo capitolo ad una carrellata di industriali con brevi spunti biografici. Accanto ai grandi gruppi famigliari del capitalsimo italiano (dai Costa ai Marzotto), vengono presentate altre figure che furono capaci di cogliere al volo le occasioni e di sfruttarle (da Rizzoli a Ferrero e altri ancora) anche se svantaggiati ai nastri di partenza: “un capitalismo bicefalo”, lo definisce Castronovo, quello dei grandi gruppi privati, del capitalismo di stato e di self-made man venuti sù dal nulla grazie alla tenacia, all’intuito e alla conoscenza del mestiere.

In questo contesto svetta Milano, col “Pirellone”, simbolo di una città e di un momento, ma vengono tratteggiati anche i tratti del nostro capitalismo: da quello violentemente classista di Valletta alla Fiat, coi reparti punitivi per gli operai militanti a sinistra, a quello “assolutamente anomalo rispetto a tutti gli altri industriali” di Olivetti con la sua “fabbrica a misura d’uomo” (pp. 58-60); da quello sfacciano e politicamente intrallazzato dell’Armatore Lauro a quello silenzioso e appartato di tanti altri, forse di minor calibro, ma non di minor spessore: “nel settore metalmeccanico […] quasi il 25 per cento di coloro che vennero premiati con l’onoreficenza di Cavalieri del lavoro fra il 1952 e il 1971, avevano iniziato l’attività come dipendenti e il 7,5 per cento come artigiani” (p. 84).

Se la Fiat con la produzione in serie della 600 e poi della 500 contribuirono a lasciare le ferrovie dello Stato ad una condizione di arretratezza, se i Zoppas, i Merloni e altri si presero cura di riempire le case degli italiani di elettrodomestici e di arredamenti, se i Pavesi fecero fortuna con i crackers che smerciavano a man bassa negli autogrill e i Benetton cominciarono a vestire di colori sgargianti i più giovani, ciò fu possibile perché la gran parte degli italiani aveva soldi da spendere. La tv, coi suoi spettacoli e intrattenitori alla Mike Bongiorno, il cinema con le commedie all’italiana e le città, con le loro attrazioni modificarono violentemente la mentalità collettiva – spesso con grande disappunto degli intellettuali engagé, che predicavano nel deserto.

Il fatto era che, semplicemente, per molti la miseria nera dell’ante e del dopo guerra era ormai uno spiacevole ricordo. Per molti ma non per tutti. Non per quei milioni di migranti che dal sud si riversarono nelle città industriali del nord alla ricerca di un lavoro stabile e meglio tutelato, che impiegarono anni per integrarsi in realtà sociali del tutto nuove e sconcertanti, spesso a mala pena tollerati dagli autoctoni.

Furono anni di spostamentitumultuosi e giganteschi: “dall’nizio degli anni Cinquanta al principio degli anni Settanta 9.000.000 risulteranno gliitaliani che avevano cambiato residenza”; le città con più di 100.000 abitanti passarono da 26 a 45 (p. 116). Molte città divennero centri di speculazione edilizia e crebbero alla rinfusa, senza piani regolatori, con interi quartieri sprovvisti dei servizi più elementari. Dal meridione se ne andavano le braccia più forti dei giovani, le energie migliori e nonostante alcuni sforzi dei governi per attenuare il divario nord-sud (vedi la Cassa per il Mezzogiorno), il divario non solo rimase, ma si accrebbe. Tuttavia,  per Castronovo ritiene che, “non c’era, nelle condizioni date, un’altra prospettiva su cui puntare” (p. 117).

Il miracolo economico fu dunque, per Castronovo, un periodo denso di luci e di ombre. Ma se è vero che, alla fine di quel processo l’Italia, da Paese periferico era entrata “nel novero dei paesi industrializzati”, allora le luci furono – a suo parere – più numerose e più potenti delle ombre.

Nicola Labanca
Caporetto. Storia di una disfatta
Firenze, Giunti, 1997

Cosa può dirci una singola battaglia, di un Paese, della società che lo caratterizza, del rapporto tra governanti e governati, di come è visto e considerato dagli altri Stati? Molto. Nicola Labanca, con Caporetto. Storia di una disfatta riesce a focalizzare questi e altri nessi con lucidità e sicurezza, sia pure con una introduzione all’argomento agile e di poche pagine.

Da quella battaglia in poi, Caporetto ha assunto il signficato di debacle, rovescio, disastro, disfatta appunto. Una ferita profonda nel Paese che si è incisa in modo indelebile nella mentalità collettiva, un’onta che, pur sbiadita, è rimasta. Come mai si verificò?

La battaglia di Caporetto

Lo sfondamento del fronte fu dovuto ad un attacco a sorpresa che fu lanciato nella notte del 24 ottobre. Per intensità e modalità di esecuzione, si trattò di un attaco diverso da quelli precdenti, studiato e attuato nei dettagli. Ma era una sorpresa che non avrebbe dovuto esserci: già da settembre “numerose indiscrezioni” davano per imminente una grande offensiva austriaca )p. 26), ma Cadorna, il capo di Stato Maggiore dell’Esercito, non prepararò nessun piano per fronteggiarla. Non fu l’unico errore commesso. Più in generale, a quella data, la stanchezza e l’irrequietezza dei soldati era visibile su tutti i fronti (i francesi avevano dovuto fronteggiare un ammutinamento); la Russia zarista stava crollando proprio negli stessi giorni in cui austriaci e tedeschi stavano preparando i piani per l’attacco al fronte italiano. Ciò significava che avevano la possibilità di spostare truppe dal fronte orientale a quello occidentale. Cadorna e gli alti comandi erano al corrente di tutto questo, ma non ne tennero gran conto.

Cadorna

Il 28 ottobre Cadorna diramò un bollettino nel quale la colpa del cedimento veniva imputata ai soldati:

Il Comunicato di Cadorna del 28 ottobre

C’è già qui, sebbene insito, la concezione che gli alti comandi e gli ufficiali avevano dei soldati: la strategia di Cadorna si era basata fino a quel momento sul tentativo di sfondare il fronte avversario per mezzo di “spallate” che evano un costo umano altissimo. Anche la vita in trincea era durissima, più pesante di quella riservata ai soldati degli altri eserciti (ad eccezione, forse, dei russi).

In pagine chiare ed efficaci, Labanca mostra molto bene la concezione che gli ufficiali di carriera avevano dei “fanti contadini”, delle truppe. In sede storiografica, recentemente è stato sostenuto che Caporetto è la dimostrazione che “l’esercito italiano […] semplicemente non aveva nessuna voglia di combattere” (Ian Kershaw, All’inferno e ritorno. Europa 1914-1919, Roma-Bari, Laterza, p. 69). Anche all’epoca vi fu chi parlò di “sciopero militare”, ma le due affermazioni hanno un significato molto diverso. Giustamente Labanca inquadra la disfatta in un quadro più ampio.

In trincea

L’Italia era stata portata in guerra da una cerchia ristrettissima di uomini. La stragrande maggioranza della popolazione non solo era contraria alla guerra, ma si sentiva estranea ad uno Stato e a governi che la vessava con tasse e la coscrizione obbligatoria e usavano l’esercito per reprimere le le sue aspirazioni. In Italia il processo di integrazione delle masse nello Stato era molto più indetro rispetto a quello di Paesi come la Gran Bretagna o la Francia. In questo senso il giudizio di Kershaw è corretto: a Caporetto l’esercito italiano si era stancato di combattere morire per quello Stato.

La paura delle alte sfere politiche e militari che il rifiuto di combattere si trasformasse in rivoluzione non si verificò. Esisteva più di un motivo per cui quel timore potesse concretizzarsi in incubo – potesse realizzarsi: “la disciplina fu ottenuta […] facendo ricorso alla più severa repressione” (p. 51); le fabbriche che lavoravano per la produzione bellica furono sottoposte a disciplina militare, gli orari di lavoro furono prolungati, molti diritti in ambito lavorativo messi in ibernazione. Il malcontento era diffuso, ma non si rasformò in rivoluzione. Nel mezzo della costernazione dei graduati, i soldati buttarono via il fucile si ritirarono.

I soldati smettono di combattere e si ritirano in tutta tranquillità

per la classe dirigente – militare e politica – Caporetto fu un avvertimento salutare. In tutti gli Stati la guerra produsse un forte intervento dello Stato sia nell’economia, sia in altri ambiti. In Italia, fino a Caporetto questo fenomeno fu minore. Dopo furono approvate e approntate tutta una serie di misure tese a prevenire il ripetersi di quel fenomeno clamoroso e umiliante: il rancio e le condizioni di vita dei soldati fu migliorato; per i fanti-contadini furono concesse licenze che coincidevano ai periodi di raccolta nei campi, le licenze divennero più frequenti e più lunge, venne preparata una “stampa di trincea” per i soldati, furono creati enti per le vedove e gli orfani di guerra.

Un giornale di trincea

Tutto questo ebbe un certo successo: i soldati italiani continuarono a combattere. Ma la guerra non avvicinò le masse allo Stato. La propaganda contro il “disfattismo interno” (individuato, come al solito, nelle forze di sinistra), era in gran parte strumentale: il partito socialista era in gran parte pacifista e contrario alla guerra (così come anche quello popolare di Sturzo, e lo stesso Papa aveva definito la guerra un'”inutile strage”), ma oltre ad aver adottato una linea paralizzante (“né aderire né sabotare”), si era spaccato tra neutralisti e interventisti. Di più, il dilatarsi dell’intervento dello Stato in molti ambiti, si riversò sulla società civile: oltre alla censura, anche dopo Caporetto, il governo emise un decreto che prevedeva condanne anche per coloro che si macchiava di semplici critiche o di sfiducia o pessimismo nelle operazioni militari (p. 75).

In breve, come dimostra anche la vicenda dell’Inchiesta sulla disfatta di Caporetto (che fu pubblicata con molto ritardo per precisa volontà politica, omise molte responsabilità delle gerarchie e scontentò un po’ tutti) la guerra fece implodere le molte contraddizioni e debolezze dello Stato italiano. Entrata in guerra con la lusinga di essere riconosciuta finalmente non più come la “proletaria” delle grandi potenze, ma come potenza di fatto, l’Italia uscì dal conflitto stravolta, impoverita, umiliata e con il processo di incubazione del fascismo già in atto: il mito della “vittoria mutilata”, il formarsi degli Arditi e dei primi Fasci lo indicano chiaramente.

Vittoria mutilata

Caporetto. Storia di una disfatta di Nicola Labanca è davvero una bussola preziosa per chi voglia saperne di più sull’Italia che arrivò e combatté nella Gande guerra.

Guido Crainz
Storia del miracolo italiano. Culture, identità, trasformazioni fra anni Cinquanta e Sessanta
Donzelli, 2003 (seconda edizione)
Questo libro è stato pubblicato per la prima volta nel 1996. Perché rileggere un libro che ha più di vent’anni, quando nel frattempo ne sono usciti molti altri?
Perché questa “Storia del miracolo italiano” imposta correttamente le basi per uno studio della storia dell’Italia repubblicana (che poi ha sviluppato in volumi successivi, ne parlerò) che porti alla comprensione del disatro in cui stiamo vivendo.
L’Italia che esce dalla guerra è certamente un Paese impoverito dalla durezza del conflitto, ma non è in ginocchio: buona parte dell’apparato industriale può essere riattivato senza troppe difficoltà. Del resto, se fosse un Paese annientato, non si spiegherebbe il boom economico (il “miracolo economico”) di nemmeno un quindicennio più tardi.
Il problema è, piuttosto, che l’Italia è un Paese arretrato. Giustamente nella postfazione l’Autore dice che per capire a fondo bisognerebbe partire dalle “«eredità»” che vengono dal fascismo (p. 243). Ha ragione, ma ci si potrebbe spingere più indietro, molto più indietro. (Per esempio, le leggi protezioniste del 1887, furono soltanto riviste, ma non modificate, nel 1921, e questo ebbe effetti importanti nello scenario internazionale post-bellico). Così, come esempio di arretratezza registrabile al nastro di partenza del dopoguerra, solo alla metà degli anni Cinquanta il consumo di carne torna ai livelli prebellici (9 kg all’anno procapite contro i 25 del 1971).
Ma l’aretratezza più grave è culturale e si annida nella classe dirigente del Paese. I comunisti, semplicemente, non capiscono le gigantesche trasformazioni che si stanno affacciando: nelle campagne sta per sparire il bracciantato e si avvia ad un rapido tramonto la mezzadria; le campagne stanno per spopolarsi: quasi 4 milioni di occupati in meno tra il 1951 e il 1965 (p. 87). Stanno per mettersi in moto giganteschi flussi migratori interni dal Sud nelle città industriali del Nord, che diventano un magnete irresistibile per i giovani. Questi ultimini stanno per dar vita a un loro mondo (col suo linguaggio, con la sua musica, col suo modo di vestire, di spostarsi, di comportarsi); un mondo che diventa un mercato importante, stimolato anche dall’inondazioe culturale che viene dagli Stati Uniti. Anche le donne, lentamente, stanno liberandosi da molti lacci del passato. Sono i segni di un capitalismo solido e dinamico che si sta innestando su di un Paese tradizionalmente agricolo e che, nel volgere di pochi anni, lo stravolge: invece i comunisti hanno una visione “catastrofica del capitalismo” e in particolare di quello italiano (pp. 37-38) che impedisce loro di cogliere i mutamenti in atto e quindi di muoversi con strategie all’altezza.
D’altra parte, il capitalismo italiano, cresciuto storicamente all’ombra dello Stato (e da questo ampiamente foraggiato) mantiene una gestione arcigna della gestione del potere: grandi gruppi industriali si servono di spie reclutate tra le forze dell’ordine e perfino nel clero, per ricevere informazioni personali e riservate sui propri dipendenti e lavoratori: una violazione plateale dei più elementari diritti di riservatezza, che i governi non possono, nè intendono contrastare dal momento che, continuando ad utilizzare il Casellario politico centrale (ideato da Crispi nel 1894 e ampliato a dismisura dal fascismo), avvalorano e giustificano queste ingerenze profondamente antidemocratiche nella vita privata dei cittadini. Ma non di tutti: se simpatizzanti e militanti dei partiti di sinistra sono sotto sorveglianza, non lo sono, ad esempio, i mafiosi (pp. 3-18).
Nello scorrere la documentazione stilata dai prefetti, emerge chiaramente che la classe dirigente italiana non guarda a una gran parte dei propri governati come cittadini, ma come a dei sudditi da controllare, escludere (è quanto viene fatto nei confronti dei comunisti e dei socialisti alla RAI), punire o blandire a seconda dei casi con una miriade di piccoli lavori spalmati a pioggia. Al Sud questo fenomeno passa attraverso la Cassa per il Mezzogiorno:

si sollecita così l’entrata in gioco di risorse e di energie dello stato, secondo una linea di conquista del consenso giocata esplicitamente sul brevissimo periodo e tenuta al livello più basso. È una massa ingente di finanziamenti indiscriminati (o discriminati clientelarmente) che viene inevitabilmente a frenare interventi più mirati” (p. 21).

E’ in questi anni che inizia e si irrobostusice la trasformazione dei partiti da rappresentanti politici delle masse in organismi sempre più onnivori e invasivi che condizionano e frenano processi di sviluppo. Così, ad esempio, la DC fa della Federazione Nazionale dei Coltivatori Diretti e di altri enti un parco assunzioni provocando elefantiasi nel personale, inefficienze e sprechi (pp. 88-90). Ma anche a prescindere dagli abusi, “sono i meccanismi normali di funzionamento a costituire il problema” (p. 90): per accedere ai finanziamenti, per la piccola proprietà contadina “è essenziale una decisione o una mediazione politica” (p. 90).
Questo avviene mentre nella prima metà degli anni Cinquanta la classe operaia delle industrie del Nord subisce una controffensiva fortissima, dalla quale comincia ad uscire alla fine del decennio, per reazione non della CGIL ma della CISL; la CGIL comincerà a riprendersi dal ’58 (anche in industrie che non assumono persone di sinistra) e anche le ACLI cominciano a muoversi. Il clima nuovo è sancito dai fatti di Genova del ’60, dopo che la città si è ribellata ai neo-fascisti intenzionatati a tenervi il congresso dell’MSI e che, allargandosi a macchia d’olio (anche mescolandosi ad altri fattori di protesta), portano alla caduta del governo Tambroni (p. 175).
In linea generale, per il momento, si tratta di fermenti “incerti” (p. 66), ma è significativo che quando i contorni del fenomeno diventano chiari si arrivi a sfiorare il colpo di Stato col Piano Solo del generale De Lorenzo del ’64).
Sono questi, a grandi linee i contorni che delimitano lo sviluppo tumultuoso e caotico, sproporzionatamente diseguale tra le varie parti del Paese (nel 1958 nel senese viene organizzata una “marcia della fame”, p. 75) e vorace ad un tempo: nel 1955 la produzione italiana è il 9% di quella europea, nel 1962 è oltre il 12%. L’Italia sorpassa Belgio, Svezia e Olanda e accorcia il divario con Inghilterra, Germania e Francia.
Tra il 1959 e il 1963 la fabbricazione di autoveicoli quintuplica; i frigoriferi da 370.000 divennero un milione e mezzo; i televisori da 88.000 nel 1954, oltre 600 mila nel 1963.
Nei primi anni Cinquanta solo l’8% delle case possiede contemporaneamente elettricità, acqua, bagno e servizi; diventeranno il 30% dieci anni dopo. Frigoriferi, televisori, lavatrici, moto e auto conoscono una diffusione impressionante (pp. 85-86). Ma tutto questo avviene senza alcuna mediazione né, tanto meno, regolamentazione da parte dello Stato. Basti pensare alle “coree” delle città industriali, dove trovano un alloggio più che precario agli ultimi arrivati in città, alla devastazione del territorio, alla mancanza o allo spregio dei piani regolatori.
Ciò che Crainz documenta in questo libro è l’assenza, fin dall’inizio della storia repubblicana, di una borghesia cosciente del proprio dovere storico, e di cui oggi vediamo – e paghiamo – gli effetti devastanti.
Mauro Forno
Informazione e potere. Storia del giornalismo italiano, Roma-Bari, Laterza, 2012, pp. 298.

“Non appena si scende negli strati profondi della storia, quel che si vede sono delle continuità”. Così il grande medievista Jacques Le Goff esprimeva una delle sue convinzioni di metodo (citazione ripresa da Il meraviglioso e il quotidiano nell’Occidente medievale, Roma-Bari, Laterza, 1999, p. 236).

Di continuità la storia del nostro Paese ne ha molte, e in questo libro Forno ne indaga alcune significative, perché se la storia della stampa dispone di una vasta bibliografia, non altrettanto numerosi sono gli studi che hanno per oggetto i temi che affronta l’.Autore.
Composto di sei lunghi capitoli, suddivisi in numerosi paragrafi, l’A. inerisce la storia della stampa con i suoi rapporti col potere nel più ampio quadro della storia nazionale con alcuni riferimenti al contesto internazionale.
Una prima continuità che si delinea fin dagli inizi della stampa riguarda il rapporto oscillante tra l’attrazione e il timore delle varie forme di potere – politico ed economico – verso il nuovo mezzo. Di qui, i tentativi di accapparrarsene simpatie e favori e quelli di porlo sotto controllo. Si tratta di un fenomeno riscontrabile ovunque, ma che in Italia acquista, già prima dell’unificazione, i caratteri di una sorta di matrice: lo Statuto Albertino (1848), ad esempio, non metteva al riparo i giornali dalle intrusioni dei governi (p. 17).
Le ingerenze del potere esecutivo nel mondo giornalistico si sviluparono, dopo l’unificazione, su vari livelli e direzioni. Ai prefetti fu demandato il compito di sorvegliare la stampa locale e di intervenire su di essa con l’applicazione della censura preventiva (abolita solo nel 1906), mentre a livello centrale il Ministero dell’Interno predispondeva uffici appositi per sorvegliare proprietari di giornali e giornalisti. Si tratta di un fenomeno che si dipana dall’Italia risorgimentale fin ben dentro all’Italia repubblicana: c‘è un “filo rosso” che lega l’Ufficio informazioni attivato da De Gasperi nel Ministero dell’interno a quelli del periodo liberale: una continuità, dunque, molto robusta e tenace (pp. 153-54).
Un fenomeno di così ampia portata richede qualche spiegazione.
Si contano a decine le testate che ricevevano finanziamenti da fondi “segreti” dei governi (p. 29) e le retribuzioni periodiche a giornalisti particolarmente favorevoli al governo – i quali chiedevano esplicitamente di essere ricompensati. Vi erano casi eclatanti (come Chauvet, le cui testate erano sempre filo-governative, ma la pratica era molto diffusa). Fenomeni di questo genere erano presenti e diffusi anche in altri Paesi, ma, sottolinea Forno: “i caratteri di debolezza del sistema editoriale italiano ottocentesco favorirono in modo del tutto particolare i margini di intervento del potere politico” (p. 32), che non esitava a muovere gli organi di polizia contro le testate che dimostravano indipendenza di pensiero, contrapponendogli, talvolta testate ostili debitamente finanziate (vedi il caso del “Gazzettino Rosa”, p. 33). Debolezza, soprattutto delle testate di provincia e più piccole, dimostrata anche dalla presenza di figure come il “giornalista anfibio” o del “corrispondente cumulativo”, di un giornalista cioè che vendeva la notizia a più testate, talvolta anche di impostazione politica diversa.
Come si spiega la debolezza della stampa italiana? Si aprono qui una serie di considerazioni che l’A. sviluppa in modo convincente per tutta la durata del libro.
In primo luogo, lo sviluppo tecnologico che stava alla base della diffusione della stampa, non era elemento sufficiente a garantirle indipendenza. L’editoria doveva fare i conti con percentuali altissime di analfabetismo da un lato (che quindi limitava enormemente il numero dei lettori e quindi gli incassi), e con la debolezza della borghesia nel suo complesso dall’altro. Questi elementi di fondo costituiscono i fili principali dell’intreccio spesso perverso tra stampa e potere. La coincidenza tra potere politico e potere economico che formava una classe dirigente estremamente ristretta, facilitava il controllo e la possibilità di esercitare pressione su di un mestiere – quello del giornalista – impossibile da esercitare senza un’indipendenza eonomica di base: le figure  già citate del “giornalista anfibio” o del “giornalista cumulativo”, ne sono la conferma. D’altra parte, una  controprova la si ritrova nella vita difficile che ebbe l’Aspi, l’Associazione della Stampa Periodica Italiana fondata nel 1877 a tutela dei diritti dei giornalisti e di autodisciplina della categoria e per limitare in qualche modo l’ingerenza governativa sulle testate.

La forza di questi intrecci divenne evidente in occasione della prima guerra mondiale, quando Salandra non ebbe difficoltà a finanziare la stampa interventista e a tacitare eventuali proteste sulla legge relativa ai “Provvedimenti per la difesa economica e militare dello Stato”. Nel corso del conflitto, da un lato si verificò una stretta sulla libertà di stampa, dall’altra si registrò un più invasivo controllo sudi essa da parte dei grandi gruppi economico-finanziari che, arricchitisi con la produzione bellica misero le mani su molte testate (pp. 76-79).

 

Nel ventennio fascista il controllo del governo sugli organi di stampa si fece più stringente. Mussolini, giornalista brillante, ben conosceva il potenziale dei mezzi d’informazione (giornali, radio, cinegiornali proiettati prima dell’inizio dei film).
La fascistizzazione della stampa avvenne per gradi: occorse un quadriennio per giungere a compimento. Il regime doveva fare i conti con l’avversione di alcune testate; con la stampa cattolica – spesso, ma non sempre in sintonia con la politica del regime -,;con la necessità, per motivi propagandistici sia all’interno che sul piano internazionale, di mantenere una facciata di magnanimità e di non creare una cappa eccessivamente grigia e incolore; con i grandi gruppi industriali e finanziari che presidevano le testate maggiori.
Con la riorganizzazione dell’Ufficio stampa della presidenza del consiglio (dal 1925 Ufficio stampa del capo del governo), che raccogliendo informazioni riservate, sopprimendo o promuovendo giornali, elargendo finanziamenti occulti dotò il regime di una capillare rete di giornali locali controllati dal partito, e il definitivo affossamento della libertà di stampa nel periodo che intercorse tra l’assassinio di Matteotti (1924) e l’attentato a Musolini di Zamboni (1926), il regime si pose nella condizione di tenere sotto stretto controllo tutta l’informazione. Ma la fascistizzazione completa della stampa non riuscì: editori e proprietari non erano inclini a licenziare firme prestigiose che garantivano la diffusione dei loro giornali; le stesse cifre delle epurazioni di giornalisti sgraditi non superarono il 50%, cifra che scende al 10-20% tra i professionisti; la scuola di giornalismo aperta nel 1930 fallì dopo soli tre anni sia a causa dell’ostracismo della categoria, desiderosa di mantenere i propri sistemi di cooptazione, sia per la scarsezza degli appoggi politici ricevuti.
Se, nella netta maggioranza dei casi, i giornalisti si adeguarono senza troppi patemi e accettarono le pesanti imposizioni del regime garantendo anche periscritto la propria fedeltà (p. 95), in sostanza, Mussolini ritenne di non sostenere i progetti di trasformazione radicale invocati da personaggi come Amicucci, e al di là della retorica propagandistica che affermava il contrario, tollerò anche i cosiddetti «mestieranti» (p. 104). Lo stesso Amicucci ammise che accanto ad una stampa compiutamente e organicamente fascista, esisteva una stampa «nazionale» non perfettamente allineata (cfr. pp. 118-19).
A conti fatti, fu una scelta lungimirante. Gli anni Trenta fecero registrare un “considerevole incremento delle tirature”. L’aumento delle vendite fu dovuto a vari fattori: contribuirono certamente la diminuzione delle testate sul mercato, il maggior numero di pagine dedicate allo sport, le edizioni pomeridiane e serali, l’aumento del numero di persone alfabetizzate. Ma altrettanto importante fu il rinnovamento editoriale.
Il pericolo di alienarsi i lettori a causa della monotonia dovuta alla omogeneità delle notizie, spinse i redattori e i giornalisti a ricorrere alla fantasia per attirare e non perdere lettori.
Illuminante è il caso della Gazzetta del Popolo di Torino, guidata da Amicucci, che, ispirandosi a modelli editoriali stranieri (francesi e americani), anticipò “le forme di un giornalismo vivace e attento a sondare le attese dei lettori” (p. 108) costringendo gli altri giornali a rinnovarsi.
Per quanto riguarda la stampa periodica, alcuni rotocalchi come Omnibus e Tempo, finanziati da grandi gruppi editoriali (Rizzoli e Mondadori), ispirati dai grandi magazines americani, seppero ritagliarsi un certo spazio e, soprattutto Omnibus, una certa indipendenza di giudizio. Lo stesso discorso vale per alcune delle riviste femminili. La loro parziale indipendenza derivava dalla tipologia di pubblico cui queste riviste erano indirzzate: un pubblico colto e borghese nel caso dei rotocalchi; tenuto volutamente lontano dall’impegno politico nel caso delle donne. Il loro successo era dovuto all’uso della fotografia, alle immagini e allo stile leggero e accattivante.
Più articolato invece il panorama della stampa satirica nella quale una manciata di riviste raggiunse una tiratura notevole, ma incappò spesso nella censura del regime, tanto che un paio di esse ebbero vita brevissima. Si trattava di riviste nate prima del fascismo, ma anche il regime espresse una propria satira il cui percorso, però, fu reso più difficile a partire dalla fine degli anni Trenta, quando fu imposto un pesante bavaglio e vennero loro impartite precise direttive “per non sbagliare” (p. 113).
Il rapporto della stampa cattolica col regime fu ambivalente. Nel complesso, in termini di vendite, la tiratura dei giornali cattolici fu modesta (per le cifre cfr. p. 114), ma il dato importante “è la sua stessa presenza all’interno di uno Stato dittatoriale, con una propria impostazione e con obiettivi sostanzialmente distinti” da quelli del regime (p. 114). A testate che avevano guardato con interesse all’affermarsi del fascismo, altri ne furono distanti in misura variabile. Le cose cambiarono dopo la marcia su Roma e dopo il congresso Popolare di Torino del 1923: su posizioni schiettamente antifasciste rimasero due, tre testate, gli altri giornali (in tutto 22 nel 1924) si allinearono in qualche misura; non mancarono testate che divennero esplicitamente filo-fasciste individuando nel fascismo un movimento «moralizzatore» dei costumi e, soprattutto, capace di contrapporsi al pericolo di una rivoluzione socialista. Mussolini fu attento ad accaparrarsene l’appoggio facendo loro pervenire cospicui finanziamenti. In concreto, “la Chiesa accolse con sostanziale soddisfazione la positiva disposizione del regime a una caratterizzazione in senso confessionale dello Stato, in vista di una restaurazione cattolica del paese” (p. 116). Non a caso, la massima vicinanza tra regime e stampa cattolica si ebbe in occasione della conquista dell’Etiopia, presentata come civilizzazione dei barbari, e con la guerra civile di Spagna, contro i comunisti atei.
Con il consolidamento del regime, la terza pagina conobbe un periodo di rigoglio. Molte testate aprirono dibattiti culturali importanti, occupandosi e presentando letteratura europea e mondiale; altre ospitarono scritti e recensioni di scrittori e intellettuali ancora giovanissimi. Sui temi riguardanti la cultura, dunque, le testate più importanti mantennero un minimo di indipendenza, tollerata dal regime sia per ragioni di prestigio. Di fatto, il regime si accontentò dell’acquiescenza degli intellettuali e rinunciò ad impegnarsi nell’imposizione di un’arte di Stato.
Gli anni Trenta costituiscono un momento di svolta, segnata dall’ascesa di Galeazzo Ciano a responsabile dell’Ufficio stampa (1933). Ciano rese più efficace la manipolazione dell’informazione: rimaneggiò l’Ufficio stampa creando un grande apparato di gestione dell’informazione in grado di controllare tutti gli aspetti della propaganda. Dopo una serie di passaggi, finalmente, nel 1937 nacque il Ministero della Cultura Popolare (il Minculpop), chiaramente ispirato al modello nazista (pp. 122-23). “Alla fine degli anni Trenta il ministero divenne davvero un apparato di notevoli dimensioni, capace di vagliare e manipolare una massa enorme di materiale” (p. 123).
Le «veline» furono lo strumento pratico, le istruzioni diramate alla stampa con le quali il Minculpop orientava, indicava, proibiva cosa pubblicare e come farlo. L’ingerenza del Minculpop divenne tale che trasformò in “puro esercizio burocratico il lavoro dei direttori e dei giornalisti” (p. 125), ma nonostante il livello ineguagliato di pervasività, l’efficienza del Minculpop fu tutt’altro che perfetta.
Alla metà degli anni Trenta il progresso tecnologico aveva portato alla diffusione di nuovi strumenti (radio, cinema, cinema a colori) in grado di raggiungere chiunque e di coinvolgere l’intera società, analfabeti compresi. I regimi totalitari furono molto sensibili e pronti ad appropriarsi delle nuove forme di comunicazione di massa per la manipolazione del consenso. Il progresso tecnologico trasformò il lavoro giornalistico, da un lato dilatandolo oltre alla carta stampata, dall’altro portò a specializzazioni sempre più nette. Il fascismo intuì immediatamente il potenziale della radio e ne agevolò la diffusione. Dal 1929 furono introdotti i radiogiornali a cui furono affiancate le radiocronache e i discorsi di Mussolini. Nel 1924 nacque l’Istituto Luce: dal 1926 i cinegiornali furono obbligatoriamente proiettati in tutti i cinema prima del film.
La guerra d’Etiopia fu l’occasione per perfezionare e testare l’efficacia dei nuovi strumenti di propaganda. Il sistema fu perfezionato al punto che durante la seconda guerra mondiale non fu sostanzialmente modificato.
La promulgazione delle leggi antisemite del 1938, accolte con freddezza dalla stampa cattolica, incaricò i giornali di divulgare e convincere i lettori dell’importanza e della gravità del “problema” ebraico. Un compito che tutte le testate eseguirono con zelo. Apparvero riviste specializzate sui problemi razziali (la Difesa della Razza diretta da Telesio Interlandi era un vero e proprio “ricettacolo”, p. 133); giornalisti e direttori ebrei furono allontanati, cosi come divenne impossibile per gli ebrei pubblicare.
La seconda guerra mondiale fu segnata da un uso dei mass media, controllo e vaglio dell’informazione e, nel caso del fascismo, di manipolazione e falsificazione senza precedenti.
Per il regime l’operazione funzionò fin quando la guerra fu favorevole alle forze dell’Asse. Quando invece la situazione si rovesciò, la forbice tra realtà e propaganda divenne troppo ampia per continuare ad essere credibile (vedi le ammissioni di Giovanni Ansaldo, p. 136).
Durante la breve vita della RSI, la credibilità dei giornalisti crollò – discredito di cui essi erano perfettamente consapevoli (pp. 136, 138-39).
Dopo l’8 settembre numerosi giornalisti presero le distanze dalle testate in cui avevano lavorato (non di rado assicurando fedeltà al giornale) mentre quelli che tornarono al lavoro cercarono di cautelarsi rifiutando di firmare gli articoli o ricorrendo a pseudonimi. Amicucci parlava apertamente di «deresponsabilizzazione». È un aspetto sul quale l’A. giustamente insiste portando documenti e testimonianze importanti (pp. 141-43). Le defezioni aprirono i percorsi più diversi: ritorni, allontanamenti definitivi, cambi di fronte.
La stampa resistenziale – dal volantino al giornale murale al giornale di brigata – aveva lo scopo di “il senso identitario e di appartenenza del fronte antifascista e di farsi strumento di pedagogia democratica […]. Costante fu anche il suo sforzo di costruire un’«immagine della Resistenza come mondo separato e «incompatibile» con quello nazista e fascista” (p. 144).
Con l’arrivo degli angloamericani riprese vita se non la stampa libera, almeno una stampa non più soggetta al controllo asfissiante del Minculpop. I controlli degli Alleati, naturalmente, rimasero (attraverso il Pwb), ma si allentarono con la firma della resa incondizionata.
Nelle regioni del Nord si pose il problema della sopravvivenza delle maggiori testate compromesse col fascismo.
Il “vento del nord”, il rinnovamento portato dalla Resistenza, durò poco. Di fatto si estinse con l’affermarsi sul piano internazinale della guerra fredda. Il ritorno quasi istantaneo delle testate ai vecchi proprietari; l’epurazione “decisamente blanda” nella categoria (p. 150) che permise la cooptazione ex novo di moltissimi giornalisti compromessi non solo col ventennio ma anche con la RSI
(esemplare il caso di Amicucci, p. 151 e le considerazioni a p. 152); le pesanti incrostazioni della legislazione fascista e le ampie possibilità di ingerenze del governo (pp. 148-49)  nonostante la Costituzione avesse introdotto novità importanti garantendo la libertà di parola e di stampa –  l’insieme di questi fattori consente all’A.di vedere nel passaggio dal fascismo alla Repubblica una continuità riscontrabile in molti settori dell’amministrazione, ma che ha tratti specifici e significativi in ambito giornalistico. Nell’Italia repubblicana il controllo politico sulla stampa e sui giornalisti proseguì con l’Ufficio informazioni (alle dipendenze della Presidenza del Consiglio), costruito sulla falsariga del soppresso Minculpop, diretto da un suo ex funzionario (Gastone Silvano Spinetti): “In quasi tutti i gangli strategici del settore dei media, nel secondo dopoguerra si espresse […] una diffusa tendenza alla perpetuazione degli uomini e delle strutture” (p. 156), una situazione di fatto immodificabile dopo la vittoria della Dc nelle elezioni del 1948. Mentre la legilazione continuava ad essere gravemente insufficiente (“Nel secondo dopoguerra e per tutti gli anni Cinquanta, nonostante la legge provvisoria n. 47 dell’8 febbraio 1948 e l’articolo 21 della Costituzione, una parte della legislazione fascista sulla stampa non fu rimossa”: restarono in vigore articoli del Codice Penale e del Testo Unico di Sicurezza del 1931 – p. 171. Solo con la legge n. 69 del 1963 vennero eliminate alcune disposizioni del tutto incompatibili in una democrazia), gruppi imprenditoriali e bancari si mossero per entrare in possesso delle testate a Napoli, Bologna, Firenze, non tanto per spirito affaristico – la tiratura restava inferiore a quella degli anni Trenta -, ma, “ancora una volta”, per usare la stampa “come merce di scambio politico” (p. 159).
Per certi aspetti, l’influenza dello Stato sulla carta stampata raggiunse il culmine con la pubblicazione – costosissima – de Il Giorno (21 aprile 1956), una testata finanziata dall’Eni (cioè, appunto, dallo Stato), deciso a porsi in concorrenza col Corriere della Sera, presentarsi come punto di riferimento per l’opinione pubblica progressista ed esercitare un’influenza positiva in appoggio ai governi di centro-sinistra. Dopo due anni il volume di vendita era di tutto rispetto (180.000 copie), anche e soprattutto grazie ad un corpo di giornalisti e collaboratori di prestigio.
Ma il perdurare della continuità è ancor più visibile quando si volge lo sguardo agli altri mezzi d’informazione: radio e Tv, subito sottoposte  ad una vigile sorveglianza da parte delle autorità con rigide prescrizioni nella scelta delle notizie e ingessate formalità nell’esposizione delle stesse. Controllo tanto più efficace in quanto divennero immediatamente il mezzo principale attraverso cui gli italiani, poco inclini all’acquisto dei quotidiani, trevano informazioni: “Era d’altra parte molto difficile poter ipotizzare un’impostazione diversa da un soggetto in cui erano confluite le esperienze professionali e le tecniche di giornalismo […] formatesi e maturate durante il fascismo” (p. 167). Continuità destinata a durare a lungose si spensa che all’inizio degli anni Sessanta la cosiddetta Confintesa (Confagricoltura, Confindustria e Confcommercio), “il principale centro di potere di sentimenti conservatori”, controllava oltre i tre quarti della stampa quotidiana (p. 174). Tutto questo spiega perché agli inizi degli anni Ottanta (a 120 anni dall’unificazione!), buona parte dei giornalisti riteneva essenziali “le relazioni politiche con uomini influenti”, i legami di parentela e l’essere portavoce di personalità legate al potere per l’accesso alla professione e per fare carriera. Va detto, comunque, che si tratta di caratteri riscontrabili in molti altri Paesi (p. 172).
Gli anni Sessanta costituirono una svolta per molti aspetti. In primo luogo si effettuò in quel periodo il «sorpasso» della Tv sulla carta stampata: nel 1965 il numero dei quotidiani scese a 86 (erano 93 cinque anni prima), anche se la concorrenza della Tv ebbe il salutare effetto di migliorare il “livello dell’informazione dei giornali” (p. 169). La diminuzione dei giornali e delle tirature (per i dati, p. 170) fu dovuta essenzailamente alla crescente “«industrializzazione»” e al progresso tecnologico che velocizzarono il lavoro mettendo da un lato in maggiore difficoltà i professionisti, dall’altro incrementando i guadagni degli editori.
Dopo essere stato una sorta di rito collettivo, negli anni Sessanta e Settanta guardare la Tv cominciò a diventare una pratica famigliare e personale. Il telegiornale della sera divenne la fonte principale d’informazione: “prese progressivamente corpo un nuovo mito giornalistico destinato a una lunga fortuna: quello secondo cui il telegiornale, offrendo la prova visiva dei fatti, non poteva mentire agli spettatori” (p. 169).
In secondo luogo, nel 1963, l
a costituzione dell’ordine dei giornalisti intaccò in parte il potere assoluto degli editori sulla scelta dei collaboratori.
In terzo luogo, si veificò
si verificò un “processo di concentrazione editoriale” messo in atto da alcuni industriali, un fenomeno destinato a suscitare preoccupazione nel governo, che lo seguì da vicino e non allentò il controllo sulle varie componenti del giornalismo (pp. 177-78). Furono anni di parziale rinnovamento anche per le testate cattoliche: alcune di esse manifestarono una maggiore autonomia rispetto le gerarchie. Con il Concilio, la stessa Santa Sede si dotò “di un vero e proprio Ufficio Stampa […] inaugurato il 6 ottobre 1962”. Alcune testate cessarono le pubblicazioni mentre altre si fusero (pp. 175-76). In breve: la stampa cattolica raccolse alcune aperture dovute ai tempi, ma, in sostanza, si trattò di un processo di breve durata.
Negli anni dell’autunno caldo e della contestazione giovanile e studentesca, coincidenti con l’inizio della strategia della tensione, molti organi di stampa furono accusati di alterare le regole del gioco democratico. Erano accuse in parte giustificate o che contenevano spezzoni di verità: parte della stampa, anche nelle testimonianze di ex giornalisti, era effettivamente a servizio di gruppi di potere economico o politico (pp. 178-79): «l’articolo di fondo» era “un pezzo tutto impostato per piacere agli «addetti ai lavori»”; il giornalista politico aveva un rapporto di dipendenza e interdipendenza con politici e altri uomini di potere i quali erano i suoi lettori abituali.
Quest’uso strumentale della stampa cominciò ad essere vivamente contestato dall’emergente – e poi radicata negli anni Settanta – sinistra extra-parlamentare, dedita a quella che veniva denominata «controinformazione». Erano atteggiamenti che reclamavano una diversa deontologia professionale dei giornalisti e si trattò di una spinta che venne in parte recepita, fatta propria e rivendicata dai giornalisti stessi. La subalternità al potere politico ed economico fu pagato a caro prezzo dai giornalisti dopo l’affacciarsi del terrorismo rosso: tra il 1977 e il 1980 una decina di giornalisti furono «gambizzati», feriti o uccisi.
Gli anni Sessanta e Settanta fecero registrare novità e cambiamenti. A sinistra nacquero Il Manifesto e Lotta Continua. Per quel che riguarda i grandi giornali si verificarono chiusure di testate storiche, vendite, cessioni, compartecipazioni all’ombra del mondo degli affari e della grande industria. Ancora una volta, “furono […] i finanziamenti dei grandi gruppi industriali e finanziari a garantire la nascita o sopravvivenza di grandi testate”, nonostante l’aumento notevole dei costi di produzione. D’altra parte, per fronteggiare questo problema, la legge n. 172 del 6 giugno 1975 introdusse i finanziamenti pubblici – statali, non occulti, ufficialmente soppressi fin dai tempi del governo Badoglio, ma ancora in auge.
La spinta riformatrice degli anni Sessanta-Settanta penetrò anche nelle compassate redazioni swi grand quotidiani. Al Corriere della Sera se ne fece interprete Piero Ottone che modificò le gerarchie interne, volse lo sguardo a temi e problemi fino a quel momento poco approfonditi, si avvalse della collaborazione di intellettuali scomodi come Pasolini – cambiamenti che spaccarono la redazione, provocarono abbandoni e, infine, rese breve la sua esperienza.
L’Esperienza di Ottone è illuminante per misurare il livello delle forze che si stavano scontrando. Le aperture di Ottone gli costarono la defezione di giornalisti influenti come Montanelli che fondò Il Giornale, ponendolo su una linea accesamente anticomunista; nell’illustrare percorsi e vicende, l’A ci inoltra in una fitta trama di relazioni affaristiche spesso tutt’altro che limpide. Il gruppo Rizzoli che controllava il Corriere era infestato da uomini della P2;  d’altro canto, sull’altra sponda politica, nel 1976 nacque Repubblica. Fondato da Eugenio Scalfari e Alberto Caracciolo, Repubblica introdusse molte novità sia nella veste tipografica che nei contenuti. Per il primo aspetto, era piuttosto evidente l’ispirazione al rotocalco (uso delle fotografia, stile accattivante e scorrevole); per il secondo, non pubblicava tutte le notizie, ma le selezionava per offrire un quadro coerente della giornata; sui fatti prevalevano i commenti e le interpretazioni. Un’impostazione di questo genere era espressamente rivolta a un pubblico progressista e colto, attratto anche dai molti inserti specializzati.
Ancora negli anni Settanta la Tv restava ancora sotto il fermo controllo del governo – e quindi del partito di maggioranza, la Dc. In Italia, dunque, la Tv continuò ad essere tenuta “sotto il controllo dell’esecutivo […] solo a partire dalla legge 103 del 14 aprile del 1975, denominata Nuove norme in materia di diffusione radiofonica e televisiva, la caratterizzazione della Rai come «latifondo democristiano» fu concretamente – se pur parzialmente – scalfita. La riforma sottrasse infatti al governo una parte del suo potere di controllo, trasferendolo al Parlamento attraverso la costituzione di una commissione di sorveglianza”. Fu l’inizio di un minimo di pluralismo che più tardi sarebbe sfociato nella lottizzazione tra i maggiori partiti (pp. 195-96).
Gli anni Settanta videro l’esplosione delle «radio libere» e, dopo l’approvazione della legge n. 202 del 28 luglio 1976, anche della Tv locali. Radio e tv sopravvivevano grazie ai costi contenuti di attivazione e agli introiti pubblicitari; avevano tuttavia un bacino di utenza limitato.
La moltiplicazione delle Tv, l’avvento del colore e del telecomando cominciarono a provocare le prime crepe nell’assoluto dominio della Rai e a rovesciare il rapporto tra televisione di stato e cittadini: se fino a quel momento la prima aveva imposto il proprio ruolo pedagogico-politico ai secondi, ora era la Rai ad iniziare a rincorrere i gusti del pubblico. Un pubblico che, grazie alla possibilità di captare emittenti estere, iniziava a fare confronti e a formarsi un proprio gusto.
Quando, nel luglio 1976, la sentenza della Corte di Cassazione n. 202 che legalizzò le trasmissioni televisive via etere delle reti private a livello locale, si avviò la corsa degli imprenditori al possesso del nuovo mezzo, a “sbaragliare la concorrenza” fu Silvio Berlusconi (p. 200), che in breve tempo riuscì a dar vita a tre emittenti nazionali e a creare una situazione fortemente anomala, legalizzata da una legge nel 1985 dal governo Craxi.

Nonostante vari aggiustamenti successivi, – questa sembra essere la conclusione implicita dell’Autore –  la situazione fortemente squibilbrata della stampa e dei media italiani è quella che conosciamo tuttora.
Le esperienze degli ultimi 150 anni hanno ampiamente dimostrato che, lasciato a se stesso, il mercato dell’informazione raramente ha saputo garantire le condizioni necessarie per un’auspicabile autonomia. Secondo alcuni osservatori, nemmeno quella particolare figura di professionista che Giampaolo Pansa, riprendendo Italo Calvino, nel 1977 aveva definito del «giornalista dimezzato» – per almeno il 50% ostaggio di poteri politici, economici ed editoriali esterni al giornalismo – ha dato segnali concreti di decadenza. Secondo altri in Italia – come peraltro in altri paesi – l’informazione libera da censure e autocensure ha continuato a rimanere una prerogativa per pochi intrepidi, talvolta guardati con sospetto dagli stessi colleghi e costantemente a rischio di essere bollati come «avversari» dal potente di turno (p. 237).

In questa recensione sono rimasti esclusi alcuni temi: stampa femminile e stampa sportiva. Ne sono consapevole, ma ho aperto la recensione parlando di continuità e su queste mi sono voluto soffermare.

 

(Matteo Banzola, 30/12/2016)
Valeria P. Babini
Liberi tutti. Manicomi e psichiatri in Italia: una storia del novecento, Il Mulino, Bologna, 2009,
pp. 364


Con questo libro Babini (che da decenni si occupa di questi temi), inizia a colmare un vuoto storiografico pesante. Mancava una ricostruzione complessiva della psichiatria italiana nel Novecento. Ma fa anche di più: dimostra che fare storia, per così dire “di sbieco” (in questo caso la follia, la psichiatria e i manicomi, ma i temi possono essere tanti) significa fare storia “grande”, storia nazionale, perché una posizione defilata, un angolo visuale diverso permette di vedere e di cogliere quelli che sono i nervi scoperti del Paese o dei Paesi che si studia e della sua/loro storia.
Da questo approccio è nato un libro complesso e sfaccettato, in cui scienza, politica, cultura e società interagiscono, talvolta si incontrano e a volte si scontrano su percorsi tutt’altro che lineari, con vicende umane e collettive singolari.
Il libro si apre con uno sguardo sul grave ritardo culturale, organizzativo e scientifico della psichiatria italiana nel contesto internazionale, con i direttori dei manicomi nella veste di guardiani e di custodi di radicate convinzioni e altrettanto radicati interessi. Ritardo aggravato dal ventennio fascista nonostante il folgorante successo dell’elettroshock inventato da Cerletti, che ne fa una celebrità mondiale e che si spera possa aprire prospettive terapeutiche, successivamente andate deluse. Curiosamente sarà proprio Cerletti a indicare, nell’immediato dopoguerra, il manicomio come un universo per certi aspetti simile ai lager (p. 139), una sintesi destinata ad avere grande fortuna.
All’isolamento culturale imposto dal fascismo reagisce, nel secondo dopoguerra, un gruppo di giovani che, preso atto dell’arcigna resistenza al cambiamento messa in campo dalle istituzioni e dalle università, non ci sta a farsi mettere fuori dai giochi o ai margini: la scoperta degli psicofarmaci negli anni ’50 schiude prospettive promettenti, ma ha anche svela un volto ancor più cupo della psichiatria, in grado ora di sedare chimicamente, ma incapace, nel concreto di guarire; “l’espressione di un altro e nuovo dominio sul malato” consentito dalle nuove “pasticche” (è quanto teme Tobino, cfr. p. 217). Eppure, quelle “pasticche” un merito l’hanno avuto: rendendo docili i pazienti, esse aprono il varco alle prime critiche al manicomio come istituzione, quale puro deposito di reietti. Gli psicofarmaci aprono la prima crisi dell’istituzione manicomiale.
Il risveglio, cominciato con l’avvento della Repubblica e irrobustitosi via via nei decenni successivi, si scinde in molti percorsi: vi è la diaspora dei giovani più curiosi e brillanti, che se ne vanno all’estero a far tesoro di esperienze nuove (Francia, Inghilterra, Svizzera, USA); vi è la lungimiranza di editori audaci e innovativi (primi fra tutti, in questo ambito, Feltrinelli, Bollati-Boringhieri ed Einaudi), impegnati nello svecchiamento culturale del Paese (e che, va detto, suppliscono a quanto spetterebbe fare alle università) i quali, traducendo e diffondendo quanto di meglio prodotto a livello internazionale seminano e dilatano il bisogno e il desiderio di cambiamento. Un’operazione, quest’ultima, facilitata dall’effervescenza del clima internazionale, in cui i giovani cominciano a giocare un ruolo fondamentale e che sfocerà nel ’68 e negli anni successivi della contestazione, che trova veicolo e cassa di risonanza nei mass-media; celebri le inchieste di Francesco Jovane del 1959 – fotografica – , di Angelo del Boca del ’66 e ancor più quella di Zavoli, messa in onda dalla Rai venerdi 3 gennaio 1969 in prima serata (p. 7).
Un clima e un contesto che infonde coraggio e sprona i giovani “eretici”, relegati ai margini funzionali quanto operativi (Basaglia a Gorizia) a tentare l’impossibile: Basaglia smantellerà il manicomio dall’interno, ma i percorsi e le modalità sono molteplici e differenti. Non si tratta, e l’autrice lo sa bene e lo dimostra, di dividere i protagonisti in buoni e cattivi, di dipingere in bianco&nero: Mario Tobino, psichiatra e scrittore di talento, contrario alla chiusura dei manicomi, è trattato con grande rispetto. Ed è curioso il fatto, sul quale bisognerebbe studiare, che così come prima delle leggi “unificatrici” del 1865 singole realtà stuatuali e poi provinciali avevano messo in campo soluzioni calibrate sulla realtà locale per costruire i manicomi, ora il processo si ripropone rovesciato: paradossalmente, là dove, nei decenni pre-unitari si era intervenuti con cognizione di causa per costruire manicomi intesi anche come luoghi di cura e si era dato vita a esperienze interessanti (Milano, Torino, Imola, Firenze, Umbria), ora, da lì o da quelle zone partono le riforme più incisive e radicali, disegnando una mappa variegata che l’autrice segue, descrive e argomenta in modo convincente.
Il dato di fondo che rende possibile l’esito della 180 e l’autrice lo spiega bene (pp. 281 ss.gg.) è che senza il sostegno della società civile e di amministrazioni illuminate, la liberazione dei matti non sarebbe avvenuta. Fa impressione, nell’Italia di oggi, vedere un assessore provinciale con la quinta elementare, operaio, scoprire la realtà manicomiale, restarne sconvolto e decidere di smantellarla: informandosi, chiedendo a chi ne sa più di lui, visitando, sforzandosi di capire (pp. 259 ss.gg. e, per un altro giovane, di tutt’altro schieramento politico, 266 ss.gg).
L’augurio che possiamo farci è che  da qualche parte si sitano formando nuovi “eretici” come quei giovani che hanno ridato dignità a chi l’aveva perduta e che, in questi tempi di caduta libera e frantumazione dei partiti, la società riprenda in mano il proprio futuro. Ne abbiamo bisogno.

(Matteo Banzola, 13 settembre 2016)