Roger Price – Le rivoluzioni del 1848

Roger Price
Le rivoluzioni del 1848
Il Mulino, Bologna, 2004, pp. 147

La storia della “primavera di popoli” si potrebbe riassumere quasi tutta col commento di poco posteriore agli avvenimenti di Cavour:

“Se l’ordine sociale fosse davvero minacciato, se i grandi prìncipi sui quali riposa, corressero un pericolo reale, si vedrebbero – ne siamo persuasi – molti degli oppositori più determinati, fra i repubblicani più esaltati, presentarsi per primi nelle fila del partito conservatore”

La citazione non è presente nel libro (l’ho presa da E. Hobsbawm, L’età della borghesia, p. 18) ma è valida comunque.

Naturalmente, come sempre nella storia, le cose sono più complesse e i fattori molteplici. Come nei quadri degli impressionisti, levigati e perfetti se guardati da lontani, ma grumosi e più complessi man mano che ci si avvicina alla tela, la storia delle rivoluzioni del ’48 richiede più di una spiegazione.

Questo libro di Roger Price è una storia succinta degli avvenimenti, un testo utilissimo come introduzione allo studio più approfondito dei fatti. Ma è comunque un testo completo, una guida autorevole sicura, col pregio che si legge con facilità ed completata da una cronologia degli avvenimenti e da una bibliografia affidabile.

Dalla sua analisi il lettore ne esce con la convinzione che il 1848 sia stato una sorta di quella che i medici di una vola chiamavano “febbre di sviluppo” tipiche degli adolescenti: “sotto tanti aspetti – scrive nelle conclusioni, il 1848 segnò la fine dell’antico regime” (p. 108).

Il quadro degli avvenimenti avviene in un’Europa in larghissima parte agricola (e ancora molto arretrata soprattutto nell’Europa centro-orientale). Perfino in Inghilterra, madre di quella Rivoluzione industriale che aveva cominciato a cambiare il mondo, “era impiegato nelle fabbriche meno del 10% della popolazione” (p. 11).

L’indizio che qualcosa stava cambiando sotto l’apparente omogeneità e stabilità del mondo rurale sta nel protagonismo delle città negli avvenimenti del 1848. Sono Parigi, Berlino, Monaco, Vienna, Milano, Budapest e e le altre città, i centri propulsori degli avvenimenti. Il che significa professioni legate alla vita delle città: professori, avvocati, commercianti, artigiani; in altri termini, una vasta gamma di professionisti che si sentivano sottostimati e che ritenevano inadeguato lo spazio politico che avrebbero avuto il diritto di vedere riconosciuto (pp. 24-26).

Se le città sono il contesto degli avvenimenti, la borghesia ne è la protagonista. I vecchi regimi rimessi sul trono dalla Restaurazione crollarono come castelli di carta sotto l’urto dell’azione politica di una borghesia divenuta ormai sufficientemente forte per esigere il proprio spazio. Il crollo fu talmente veloce che prese di sorpresa e colse impreparati gli stessi rivoluzionari.

Ma se era stato relativamente facile unire le forze contro la monarchia, non lo era altrettanto su cosa poi si sarebbe dovuto realizzare. Soprattutto nel variegato impero austro-ungarico, i rivoluzionari avevano potuto fare appello al nazionalismo e trovare supporto con una propaganda diretta a richiedere maggiore autonomia da Vienna. Ai primi vagiti del nazionalismo – e questo in tutti i Paesi – si erano aggiunte le richieste di protezione sociale da parte dei poveri e di migliori condizioni di vita e di lavoro da parte degli operai – specialmente da parte di quelli specializzati. Perciò, era emerso uno schieramento ampio di forze.

La domanda fondamentale che si poneva ai rivoluzionari inizialmente vittoriosi era quella che angoscia tutte le rivoluzione: “A che punto fermarsi?”. Governi robusti e lungimiranti come quello inglese avevano sventato il contagio promuovendo per tempo una serie di riforme che avevano placato in qualche modo la sete di giustizia sociale; quello di Vienna fece concessioni ai contadini abolendo residui feudali neutralizzandone così il potenziale malcontento (p. 52). Ma altrove, dove le città e le fabbriche erano sorte tumultuosamente, dal basso venivano richieste concrete di misure contro la disoccupazione e la povertà in generale: la miccia che aveva acceso gli animi era stata accesa due anni prima dalla crisi economica – che in alcuni casi, come in Irlanda, aveva visto aggiungersi una carestia – del 1846.

La discesa in campo delle classi popolari, dei lavoratori e dei poveri spaventò la borghesia. È un fenomeno che Price registra in tutti i Paesi coinvolti dai moti. Ottenuti costituzioni più liberali, l’allargamento del suffragio, libertà di stampa, misure di laissez faire in economia, gran parte dei componenti dei nuovi parlamenti si riteneva soddisfatta. Non così l’ala più radicale, minoranze che rappresentavano operai e poveri, che chiedevano una legislazione sociale più completa. Si ripeteva lo schema della rivoluzione dell’89 quando gli avvenimenti presero un andamento oscillante pendolare: a ogni nuova conquista una parte del parlamento si riteneva soddisfatta, un’altra, solitamente una minoranza, intendeva invece ottenere risultati ulteriori; a quel punto la parte moderata di staccava di diventava una componente moderata mentre la minoranza più radicale cercava di spingere in avanti la rivoluzione.

Nel 1848 questo fenomeno si ripresentò. Le minoranze operaie e radicali erano li a testimoniare che il mondo del lavoro era cambiato e che era necessario un qualche intervento dello stato nell’economia. Si manifestarono quindi, fin dai primi momenti, divisioni di classe: gli stessi rappresentanti delle classi lavoratrici in parlamento erano di estrazione borghese ed avevano, in fondo, più elementi in comune con i liberali moderati che con i “socialisti utopisti”. Questo vale per la Francia come per altre zone, come ad esempio Vienna (pp. 48-49). Perfino in Francia, culla delle rivoluzioni, non si andò oltre alla creazione degli Ateliers Nationaux, che erano di fatto il riconoscimento della più vecchia pratica dei classici lavori pubblici e somigliavano un po’ troppo alle Workhouse col loro corollario di duro lavoro e repressione: non si poteva nascondere il fatto che fossero inefficienti e che “si erano rivelati una delusione” (p. 63).

Spaventata dal possibile deflagrare della rivoluzione sociale, la borghesia fece ricorso a due elementi fondamentali: l’esercito e la vecchia burocrazia. Erano cunei del vecchio regime nel nuovo che si cercava di far nascere. Dalle guardie nazionali erano stati esclusi deliberatamente i popolani; ma la misura venne ritenuta insufficiente: In Francia come in Germania come in Austria-Ungheria la paura della rivoluzione prevalse e finì per produrre una scissione tra il grosso della borghesia che non intendeva andare oltre ad un generico paternalismo o forme di pietismo verso i poveri ed “terrorizzata dalla prospettiva di una nuova rivoluzione” (p. 53) e le classi popolari. Tra l’alta borghesia prevaleva una visione delle classi popolari che le dipingeva come incapaci di gestirsi e dedite ai vizi del bere e a una sessualità sfrenata. Come si era già verificato nella rivoluzione dell’89, anche nel ’48 vi fu una enorme fioritura della stampa: giornali, phamplets, avvisi ecc., ma nell’arte della propaganda la grande e la media borghesia aveva più carte da giocare a proprio favore rispetto ai lavoratori sia perché poteva contare su professionisti della penna, sia perché dotata di maggiori mezzi: le considerazioni che Tcqueville prendeva sugli avvenimenti (vedi nota a p. 66) si ritrovavano ingigantite su una stampa che voleva impressionare e impaurire borghesi inclini a riforme modeste e graduali.

Il fronte dei rivoluzionari cominciò quindi a disgregarsi e i reazionari sconfitti ebbero gioco facile nel tornare a giocare un ruolo politico di primo piano. L’affidarsi all’esercito per reprimere le insurrezioni dei lavoratori che si sentivano traditi significò di fatto la dipendenza dei nuovi regimi dal vecchio ordine e l’incapacità di sapere imporre un nuovo ordine. Lo sbocco della rivoluzione nell’elezione di Napoleone III in Francia ne è la prova più convincente: gran parte degli elettori, anche tra coloro che avevano ottenuto il diritto di voto grazie alla rivoluzione, preferì ripararsi sotto le ali della monarchia, anche se incarnata in un inetto. Lo stesso accadde a Vienna dopo un certo numero di concessioni, mentre nel resto dell’impero austro-ungarico, dopo il crollo iniziale, la riscossa fu relativamente facile sia in Italia che in Ungheria.

La repressione dei moti delle frange più estreme, ormai isolate e indebolite, fu brutale. Non si tratta qui di dividere la storia in buoni e cattivi: la borghesia era pronta a svolgere il ruolo che le spettava. Lo avrebbe fatto nei decenni successivi. I lavoratori e i loro rappresentanti capirono che se era facile trovare alleanze per muoversi contro il vecchio ordine, non lo era affatto per costruire la società che sognavano e che le idee e le soluzioni che avevano messo in campo erano insufficienti. Infine, i vecchi regimi quasi mai vengono distrutti completamente distrutti: mantengono una elasticità e una forza d’inerzia insospettabile ma decisiva. Sono temi che è bene tenere presente.

Con i moti del ’48 l’Europa cambiò pelle: il mondo moderno, in incubazione dai tempi delle due rivoluzioni, industriale e dell’89 era nato e cominciò a camminare sulle proprie gambe.

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