Robert Gerwarth – La rabbia dei vinti

Robert Gerwarth
La Rabbia dei vinti. La guerra dopo la guerra 1918-1923
Laterza, 2017, pp. 421

Ultimamente Laterza sta inanellando una serie di pubblicazioni di alto livello. Ha ripubbligato Dopoguerra di Tony Judt, introvabile da anni; ha pubblicato Inferno andata e ritorno di Jan Kershaw; ora questo La rabbia dei vinti di Robert Gerwarth che, lo dico subito, è un ottimo libro.

A volte si incontrano studiosi che offrono interpretazioni originali. Come sanno bene gli studenti che devono preparare un esame di storia contemporanea, i manuali periodizzano la prima guerra mondiale negli anni 1914-18. Gerwarth ci invita ad allungare lo sguardo almeno fino al 1923. E non è solo una interpretazione originale, è anche argomentata in modo convincente.

Nella sua interpretazione la guerra non è solo la grande incubatrice della violenza che sprigionò e continuò per anni anche dopo la firma dell’armistizio in gran parte dell’Europa, soprattutto centro-orientale, ma è anche il fenomeno che serve ad inquadrare sia il processo che sfociò nella seconda guerra mondiale, sia in guerre molto più recenti come quella jugoslava degli anni Novanta del secolo scorso.

Il libro è diviso in tre parti, ognuna delle quali è suddivisa in cinque capitoli. Un epilogo che tira le somme e risulta essere molto interessante chiude il testo.

La prima parte è centrata soprattutto sulle vicende di due dei paesi che persero la guerra: Germania e Russia. Secondo Gerwarth è improbabile che senza la guerra sarebbe scoppiata in Russia la rivoluzione e i bolscevichi sarebbero giunti al potere. La decisione di Lenin di portare la Russia fuori dal conflitto ad ogni costo, anche al prezzo altissimo imposto dai tedeschi a Brest-Litovsk, nella mente di Lenin rispondeva all’esigenza di guadagnarsi il consenso dei soldati stanchi della guerra, sia di far sopravvivere in tutti i modi il regime che i bolscevichi stavano costruendo e di radicalizzare il clima politico in Europa in previsione della rivoluzione mondiale. “La maggior parte delle previsioni di Lenin si sarebbe rivelata corretta” (p. 28): il rilascio di centinaia di migliaia di prigionieri di guerra, molti dei quali si erano convertiti al bolscevismo, portò nei paesi di origine soggetti radicalizzati che destabilizzarono il quadro politico.

Dal canto suo, col trattato di Brest-Litovsk, la Germania accarezzò per la prima volta il sogno di diventare la potenza dominante in Europa, un fatto che sarebbe rimasto nel cuore e negli obiettivi dei movimenti di destra e che avrebbe dato frutti avvelenati.

Con la seconda parte si entra nel vivo della narrazione. Gerwarth analizza gli sviluppi e le conseguenze della rivoluzione russa e della sconfitta degli imperi centrali. Mentre la Russia cadeva in una guerra civile che avrebbe fatto più vittime della guerra combattuta fino a quel momento, nell’Europa orientale e centrale e perfino negli stati che si affacciavano sul Mediterraneo l’impatto della rivoluzione russa produsse situazioni rivoluzionarie molto simili a quelle avevano portato al potere i bolscevichi: situazioni rivoluzionarie si verificarono in Germania, in Austria e in Ungheria; in Italia vi furono sommosse e in Spagna e Portogallo emersero movimenti di destra dopo una serie di convulsioni politiche. Non solo “per la prima volta dal 1789 un movimento rivoluzionario aveva conquistato uno stato”, ma dopo il 1917 la possibilità di una rivoluzione in Europa fu percepita come una possibilità concreta (p. 85). Questo fatto delineò più chiarmente gli schiermenti tra rivoluzionari e contro rivoluzionari: in questo senso, l’inversione a destra di Italia, Spagna e Portogallo può essere intesa come risposta alla rivoluzione russa.

D’altra parte il crollo degli imperi fu un trauma per molti. In Germania la Repubblica di Weimar fu accolta benvolmente dalla maggioranza dei tedeschi, ma non tra i soldati che vi vedevano l’incarnazione di un’umiliazione. Mentre la Germania entrava in un periodo estramente confuso e convulso, Francia  e Inghilterra potevano dirsi relativamente al riparo da terremoti politici: nonostante l’isteria antibolscevica dei loro governi, la possibilità di una rivoluzione in quei due paesi fu minimo (e in Inghilterra, si può dire, inesistente) (pp. 144-45). Francia e Inghilterra diedero prova di una sostanziale stabilità non tanto perché avevano vinto la guerra, ma per la solidità delle loro istituzioni: anche l’Italia era tra i paesi vincitori, ma si rivelò molto più fragile dei suoi alleati. La destra europea vide nel fascismo l’incarnazione del modo più efficace per sconfiggere le forze rivoluzionarie (p. 155, nota 44).

La terza parte si occupa del crollo degli imperi. Se vi fu un modo per aggrovigliare le situazioni prodotte dal conflitto e per aggravarne i problemi, quello fu Versailles. Dopo la sconfitta di Napoleone il Congresso di Vienna diede prova di lungimiranza evitando di mostrarsi troppo duro nei confronti della Francia sconfitta. Dopo la Gande Guerra diplomatici dei paesi vincitori, non lo furono altrettanto. Anzi, non lo furono affatto. In primo luogo perché ciascun paese vincitore si presentò al tavolo della pace con l’intento di perseguire i propri interessi senza tenere in gran conto quelli degli alleati dimostrando così di non aver elaborato alcuna azione comune. L’unico fattore comune fu quello di imporre una “pace cartaginese” alla Germania: l’umilizione e i pesantissimi risarcimenti richiesti alla Germania, sono noti e non occorre soffermarsi qui. Piuttosto, Gerwarth allarga lo sguardo e mostra in modo convincente la convergenza di due fattori i cui effetti si sarebbero dimostrati del tutto negativi: il primo fu l’atteggiamento dei vincitori verso gli sconfitti, un atteggiamento vendicativo, che molto spesso non tenne conto delle condizioni reali dei paesi, dettato dalla consapepolezza che i loro popoli chiedevano punizioni esemplari e  risarcimenti concreti. Gerwarth lo dimostra molto bene sia nel caso dell’Ungheria, che in quello della Bulgaria e della Turchia.

Il secondo elemento riguarda gli effetti del tutto negativi dei quattordici punti del presidente americano Wilson. Se si può dire che, in qualche modo, la partita giocata tra Lenin e Wilson fu vinta dal secondo, nel senso che una rivoluzione europea alla fine non si verificò, il prezzo da pagare fu enorme. Il fatto che nel 1914 gli imperi sembrasseroo vivi, vegeti e in piena salute e che nessuno poteva prevederne il tracollo nel giro di così pochi anni (pp. 167, 170) va riconosciuto e tenuto nel debito conto, ma il principio dell’autodeterminazione creò molti più problemi di quanti ne risolvesse. Nell’analizzare questo processo Gerwarth scrive pagine molto belle: la creazione di una decina di nuovi stati con la presenza di popoli, religioni, lingue e abitudini diverse, fu una pessima soluzione. Questi stati non solo cominciarono ben presto a combattersi tra loro per questione territoriali e di confine, ma anche al loro interno i vari gruppi etnici che li componevano entrarono ben presto in collisione tra loro. Il nazionalismo assieme alle questione territoriali innescarono una violenza generalizzata. Non solo, “l'”autodeterminazione” veniva concessa solo ai popoli considerati alleati dell’Intesa e non a quelli che erano stati nemici durante la guerra” (p. 211), un sistema molto efficace per gettare benzina sul fuoco e alimentare nei paesi sconfitti il desiderio di riprendersi le proprie popolazioni che i maneggi dei vincitori avevano collocato in altri stati.

Possiamo cominciare a trarre qualche conclusione. Il primo dato che il il lettore rileva è che nonostante Francia e Inghilterra siano stati protagonisti alla pari degli altri stati e imperi, sono rimaste praticamente immuni sia dalla progressiva iper politicizzazione di altri Paesi – anche vincitori come l’italia – e dall’escalation di violenza. Per spiegare questo fenomeno fin ad ora gli studiosi hanno utilizzato l’interpretazione di Mosse secondo la quale i soldati al fronte subirono un processo di brutalizzazione nel corso della guerra e che i fascismi siano stati un prodotto di questa brutalizzazione di massa. Gerwarth trova invece la spiegazione nel “dopoguerra”, nei problemi irrisolti lasciati dal conflitto.

Il confine tra vincitori e vinti è molto meno netto ed è  più labile di quanto abitualmente si sostiene: l’Italia vinse la guerra, ma si sentì e si comportò come se l’avesse persa (vedi il cap. 10 su Fiume). Non c’è ombra di dubbio che Germania, Ungheria, Austria, Bulgaria e Ungheria siano state sconfitte, che abbiano conosciuto notevoli tumulti e violenze nel dopoguerra e sul fatto che hanno lasciato il posto a regimi autoritari di diverso tipo, ma nel complesso  totalitari e violenti. Ma in altri casi il rapporto tra perdere (o vincere) e ciò che è successo dopo è meno diretto. I Turchi persero la guerra, ma mantennero gran parte della loro integrità territoriale e una Repubblica (anche se dominata energicamente da Atatürk); i Greci vinsero apparentemente nel 1918 per poi veder crollare bruscamente nel 1923 i loro sogni di un impero del dopoguerra – poi, nel 1939, la Grecia era già diventata una dittatura militare. Né i polacchi né i cechi erano popoli “sconfitti” – entrambi avevano vinto per se stessi e per i territori dell’Europa centrale – eppure le loro esperienze del dopoguerra furono molto diverse: la democrazia ceca è sopravvissuta fino all’invasione tedesca nel 1939, mentre la Polonia – coinvolta anche in una miriade di conflitti con nazionalisti tedeschi, cechi e ucraini e con l’ Armata Rossa – alla fine degli anni Venti era in preda ad un “uomo forte” proveniente dai militari. La Romania era sul versante vincente e aveva conquistato nuovi territori, ma aveva prodotto un movimento di massa di estrema destra e antisemita (la Guardia di Ferro), e alla metà degli anni Trenta era in mezzo a tempeste civili e politiche. Dal canto suo la Spagna non era nemmeno stata coinvolta nella guerra come belligerante, eppure nel dopoguerra il conflitto civile aveva assunto proporzioni quasi rivoluzionarie nel 1923, segnalando l’insediamento di una dittatura militare sotto Primo de Rivera e, 13 anni dopo, una guerra civile devastante.

Su questo sfondo si possono fare altre considerazioni. Innanzi tutto, c’è una continuità nei protagonisti delle violenze dei cinque anni successivi al 1918 e quelli del 1939-45: non di rado incontriamo gli stessi uomini. Questo vale per i Freikorps, come per molti nazionlisti poi divenuti nazisti (in Germania) o filofascisti in paesi dell’Europa centro-orientale (p. 256).  Secondo, il  passaggio del monopolio della violenza dallo stato a forze autonome (come lo squadrismo fascista) o parzialmente autonome (come le polizie politiche, ad esempio la Ceka) è un fenomeno nato in questo periodo; accanto al mito della “vittoria mutilata” la convizione cara alla destra che gli Imperi centrali fossero sul punto di vincere la guerra, ma la persero a causa di “nemici interni” che si erano adoperati per sabotare la vittoria avrà poi nella Germania nazista esiti spaventosi per ebrei, militanti di sinistra e pacifisti (p. 253). Terzo, uno dei frutti avvelanati del nazionalismo, l’idea che la stabilità di uno stato si debba alla omogenità razziale, religiosa, linguistica e culturale della popolazione inaugurò, sempre nel quinquennio 1918-1923, la pratica della “pulizia etnica”, destinata a ripresentarsi anche in tempi recentissimi; e così pure si spiegano l’aggressività tra stati nei decenni fra le due guerre per “riprendersi” popolazioni che si ritenevano proprie. Quarto, il diritto che governi e stati hanno fatto proprio di spostare intere popolazioni a proprio piacimento in base a presupposti razziali o religiosi è una pratica che ha avuto il proprio battesimo con la pace di Losanna con la quale si pose fine alla guerra greco-turca, un conflitto post-bellico devastante. Quinto, come dato di fondo complessivo, la memoria collettiva di quegli anni si mantenne viva nei decenni successivi e condizionò più di un atteggiamento verso governi e verso la seconda guerra mondiale (p. 265).

Gerwarth ha scritto un libro ottimo non solo dal punto di vista dell’analisi. Il libro si legge davvero molto bene e con piacere grazie ad una scrittura mai noiosa e sempre fuida e chiara. In più, ed è un bene, l’ampio apparato delle note e la bibliografia sono costituite da testi aggiornati e autorevoli.

La rabbia dei vinti di Robert Gerwarth è un libro merita un posto negli scaffali degli appassionati di storia.

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