Robert Darnton – I censori all’opera

Robert Darnton
I Censori all’opera
Milano, Adelphi, 2017, pp. 364

Chi erano i censori? Che lavoro facevano esattamente? Semplici guardiani dell’ortodossia o letterati a loro volta? Come consideravano il lavoro che facevano e, quindi, sé stessi? E’ possibile considerarli una sorta di revisori editoriali?

Nei tre saggi che compongono il libro Robert Darnton ci guida in tre epoche storiche differenti per vedere all’opera i censori in tre diversi Stati: la Francia prerivoluzionaria, dalla metà del secolo a poco prima del 1789: nell’Impero della Gran Bretagna, e più precisamente in India, della seconda metà dell’Ottocento e infine nella Repubblica Democratica Tedesca (DDR).

Darnton ci regala un viaggio affascinante e pieno di sorprese.

Nella Francia del Settecento (campo in cui Darnton è specialista), troviamo censori più attenti allo stile che al contenuto dei testi; troviamo il loro capo – Malesherbes – amico (o comunque non nemico) dei philosopes illuministi, troviamo tutta una serie di escamotages per far pubblicare testi che altrimenti avrebbero avuto serie difficoltà a finire negli scaffali delle librerie; troviamo “alcuni giudizi […] da sembrare delle vere e proprie recensioni letterarie” (p. 33).

Non vi sono “buoni” e “cattivi” impegnati in una lotta all’ultimo sangue. Dal momento che il mestiere di censore non era quasi mai retribuito si potrebbe pensare ad una scelta precisa del censore, ad una sorta di vocazione che potrebbe far considerare questi come personaggi particolarmente bigotti dalla mentalità ristretta, ad una sorta di inquisitore moderno insomma. Ma Darnton ci mostra che le cose non erano affatto poste in questi termini: scrittori e censori provenivano dagli stessi ambienti sociali, culturali e di classe. E questo collante faceva sì che il censore, che si riteneva difensore della buona letteratura, intervenisse molto più spesso per migliorare il testo dal punto di vista stilistico o linguistico piuttosto che per vietarne la pubblicazione. Tagli, ma anche consigli; obiezioni, ma anche correzioni. Piuttosto, si diventava censori perché, sebbene fosse un’incombenza spesso noiosa, garantiva relazioni con personaggi importanti della burocrazie e delle carico dello Stato.

Naturalmente vi erano temi proibiti che bisognava affrontare con tutte le cautele possibili. Attaccare frontalmente la corona o la chiesa poteva essere pericoloso: argomenti  come il giansenismo erano “caldi” e spinosi. Ma erano temi che, tra l’altro, potevano raffreddarsi o surriscaldarsi a seconda dei momenti e delle contingenze (una guerra, un contenzioso diplomatico o la loro fine). I filosofi più temibili come Voltaire spesso facevano stampare le proprie opere da editori che operavano fuori confine e che poi le rimandavano clandestinamente in Francia con frontespizi forvianti (editori-librai inesistenti o stranieri). I censori, e Malesherbes per primo, sapevano dell’esistenza di questo mercato e sapevano che alcuni scrittori di fama se ne servivano, ma si muovevano con attenzione nel contrastarlo e spesso chiudevano un occhio.

Diverso il discorso quando ad essere attaccata erano la vita a corte e la vita privata del re e della sua famiglia. Allora l’opera di contrasto del mercato librario clandestino – fruttuoso e in mano a gente di pochi scrupoli – si intensificava per mano non tanto dei censori in quanto tali, ma della polizia. Particolarmente pericolosi erano considerati i romanzi “a chiave” (nei quali i protagonisti rimandavano a personaggi esistenti) che gettavano nel ridicolo potenti e reali. La pericolosità non consisteva nella qualità delle opere – erano romanzetti da quattro soldi scritti male – ma nei temi che trattavano: potenti e pornografia. Darnton ci mostra e ci guida in questo mercato e nel suo suo funzionamento con pagine davvero piacevoli, ricolme di depositi clandestini, editori-pirata, banchetti in zone franche delle città dove rifornirsi di questo materiale. Tutto un mondo da esplorare.

Salto per il momento il secondo saggio e mi ricollego direttamente al terzo perché, nonostante il lasso di tempo intercorso, anche i censori della DDR si vedevano come custodi della buona letteratura (socialista).

A mio parere tra tutti i Paesi socialisti la DDR è il caso più interessante. Chi ha letto il bel libro di Gianluca Falanga, “Il ministero della paranoia. Storia della Stasi” conosce l’impressionante pervasività del regime in tutti i rami e in tutti gli aspetti della vita delle persone. Una capacità di penetrazione che ha lasciato sbigottiti gli stessi cittadini e perfino i sovietici.

Il regime perfezionò col tempo una miriade di metodi di spionaggio soprattutto per il fatto che una parte della sua popolazione, sfruttando la possibilità di captare programmi televisivi e radiofonici della Germania occidentale, aveva un’idea piuttosto precisa del divario tra le due Germanie. Era una realtà con la quale il regime doveva fare i conti. Non solo, le continue fughe all’Ovest di intellettuali che poi denunciavano il socialismo reale erano una vera spina nel fianco del regime che lo costringeva, quanto meno in alcuni filoni della produzione culturale, a tenere alto il livello delle pubblicazioni e delle opere artistiche.

È per questo motivo che, cosa apparentemente insospettabile, Darnton registra una certa flessibilità della censura. Il percorso di un libro dalle bozze dello scrittore alla pubblicazione era un vero e proprio labirinto pieno di tappe e patteggiamenti. Ma se si escludono alcuni argomenti tabù come l’inquinamento, una satira politica particolarmente feroce e sfrontata, temi sociali “caldi” – anche qui, esattamente come nella Francia del Settecento – raramente un’opera veniva cassata definitivamente. Di norma veniva posticipata a tempi migliori. E, cosa ancora più sorprendente, erano gli stessi censori a trovare i modi per inserirle negli elenchi delle pubblicazioni programmate dal regime.

Ciò non significa affatto che la censura non fosse pesante e che la sua ombra non incombesse sugli autori sebbene ufficialmente non esistesse. Anche quando negli anni Ottanta si attenuò decisamente, non scomparve. Tutt’altro: gli stessi autori, più o meno consapevolmente, immaginando nel corso della stesura delle loro opere le richieste e i divieti del regime, arrivavano ad autocensurarsi. Inoltre, la presenza della censura era solo una delle armi in mano al regime: autorizzare viaggi e conferenze all’estero, elargire piccoli privilegi come l’abbonamento a giornali e riviste della Germania occidentale (a patto che poi, il materiale ricavato, venisse usato per opere contro il capitalismo), garantire alte tirature erano tutti modi usati per “addolcire” gli autori e tenerli dalla propria parte.

Ma nel complesso il quadro che ci illustra Darnton è meno inquietante di quanto ci si aspetterebbe: all’interno di un regime incredibilmente burocratizzato, da un lato censori e case editrici – sebbene infiltrati sia da esponenti del partito sia dalla Stasi – e scrittori dall’altro erano capaci di creare interstizi, spazi di manovra che erano frutto di laboriosi patteggiamenti e che non di rado sfociavano in un rapporto di reciproca stima. Il dato paradossale è che lo spazio per manovrare derivava proprio dall’accavallarsi delle funzioni e dei compiti tra Stato, partito e Stasi: non essendo ben definiti i ruoli, si presentavano dei “vuoti” di competenza che era possibile mettere a frutto.

Il secondo saggio è interessante quanto gli altri, ma ha un’articolazione meno ricca di sfaccettature. Prende in esame la censura operata in India dopo una rivolta del 1858 dovuta proprio a una conoscenza insufficiente della cultura indiana da parte dei dominatori e si protrae fino ai primi anni del Novecento.

Tutto il saggio mostra le contraddizioni create dall’intreccio tra liberalismo e imperialismo inglese in India, destinate inevitabilmente ad esplodere. La vastità del territorio e la quantità dei suoi abitanti aveva costretto gli Inglesi ad una forma di dominio basata sulla cooptazione di personale politico locale. Portando i benefici della “civilizzazione” liberale (istruzione, medicine, vie di comunicazione ecc.) e coltivando un’élite occidentalizzata dal punto di vista culturale, in realtà gli inglesi si scavarono lentamente la fossa sotto i piedi. Non poteva essere altrimenti dal momento che essi stessi fornivano agli indiani strumenti per alimentare sentimenti nazionalistici. Sentimenti destinati a diventare tanto più attraenti in quanto l’incomprensione degli inglesi (cioè della cultura occidentale) della cultura autoctona, spingeva la popolazione verso forme di radicalizzazione politica e culturale contro gli stessi dominatori. Come dimostra il saggio, l’esplosione era solo rimandata dal progressivo appropriarsi della cultura indiana da parte degli inglesi. Prima o poi l’India si sarebbe ribellata. Era solo una questione di tempo.

La censura riguardava non solo le opere spiccatamente scritte contro i dominatori, ma prendeva di mira proprio quegli aspetti della cultura indiana incomprensibili e barbari agli occhi degli occidentali. Perfino un religioso irlandese, che aveva messo in guardia dai pericoli di queste operazioni, finì per essere portato in tribunale dai piantatori di indaco.

La novità del libro di Darnton risiede nello sguardo. Darnton osserva il suo materiale non con gli occhi della vittima ma con quelli del carnefice. E’ questa la chiave che si consente di penetrare nei processi di contrattazione e negoziazione tra le parti. Ogni sistema contiene delle falle: lo riconosceva la Francia settecentesca, nonostante la libertà di opinione e di stampa non fosse prevista, con la pubblicazione di opere dovuta all’intervento di protettori che difendevano i letterati; lo sapevano gli indiani, che citavano spesso la legislazione ingelse che tutelava ufficialmente la libertà di espressione  – e lo riconosceva involontariamente lo stesso governo britannico quando dovette inventarsi il nebuloso concetto di “disaffezione nei confronti del governo” per giustificare l’opera censoria; lo sapevano gli scrittori della DDR quando lasciavano intendere che avrebbero fatto pubblicare le loro opere nella Germania occidentale.

La prospettiva di Darnton consente quindi di misurare alcuni dei confini di un conflitto  ben più vasto e complesso di quanto sia possibile afferrare dall’esame di uno scontro frontale tra repressione e libertà e apre un territorio di indagine in gran parte ancora inesplorato.

Questo libro dovrebbe essere studiato attentamente da tutti gli studenti di storia. Lo stile di Darnton, sciolto, agile e accattivante è intessuto di molte domande con le quali l’Autore interroga la vasta documentazione esaminata, di esempi di come si “decifrano” linguaggi diversi dal nostro, di come si possono collegare tra loro documenti diversi e distanti tra loro. I Censori all’opera non è solo un libro di storia, né un racconto critico della storia. E’ anche una splendida lezione di metodo storico.

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