Recensione a Valeria P. Babini: Liberi tutti.

Valeria P. Babini
Liberi tutti. Manicomi e psichiatria in Italia. Una storia del Novecento
Il Mulino, 2009, pp. 364.

Con Liberi tutti Valeria Babini (che da decenni si occupa di questi temi), inizia a colmare un vuoto storiografico pesante. Mancava una ricostruzione complessiva della psichiatria italiana nel Novecento. Ma fa anche di più: dimostra che fare storia, per così dire “di sbieco” (in questo caso la follia, la psichiatria e i manicomi, ma i temi possono essere tanti) significa fare storia “grande”, storia nazionale, perché una posizione defilata, un angolo visuale diverso permette di vedere e di cogliere quelli che sono i nervi scoperti del Paese o dei Paesi che si studia e della sua/loro storia.

Da questo approccio è nato un libro complesso e sfaccettato, in cui scienza, politica, cultura e società interagiscono, talvolta si incontrano e a volte si scontrano su percorsi tutt’altro che lineari, con vicende umane e collettive singolari.

Il libro si apre con uno sguardo sul grave ritardo culturale, organizzativo e scientifico della psichiatria italiana nel contesto internazionale, con i direttori dei manicomi nella veste di guardiani e di custodi di radicate convinzioni e altrettanto radicati interessi. Ritardo aggravato dal ventennio fascista nonostante il folgorante successo dell’elettroshock inventato da Cerletti  (il quale diventa una celebrità mondiale) e che si spera possa aprire prospettive terapeutiche, successivamente andate deluse. Il regime, anzi si dimostrerà tanto spregiudicato nella sperimentazione di terapie da shock quanto insensibile e indifferente alle sofferenze provocate sui ricovrati (p. 104). Curiosamente sarà proprio Cerletti a indicare, nell’immediato dopoguerra, il manicomio come un universo per certi aspetti simile ai lager (p. 139), una sintesi destinata ad avere grande fortuna.

All’isolamento culturale imposto dal fascismo reagisce, nel secondo dopoguerra, un gruppo di giovani che, preso atto dell’arcigna resistenza al cambiamento messa in campo dalle istituzioni e dalle università, non ci sta a farsi mettere fuori dai giochi o ai margini: la scoperta degli psicofarmaci negli anni ’50 schiude prospettive promettenti, ma ha anche svela un volto ancor più cupo della psichiatria, in grado ora di sedare chimicamente, ma incapace, nel concreto di guarire; “l’espressione di un altro e nuovo dominio sul malato” consentito dalle nuove “pasticche” (è quanto teme Tobino, cfr. p. 217). Eppure, quelle “pasticche” un merito l’hanno avuto: rendendo docili i pazienti, esse aprono il varco alle prime critiche al manicomio come istituzione, quale puro deposito di reietti. Gli psicofarmaci svelano tutta l’ambiguità della psichiatria. Da un lato aprono la prima crisi dell’istituzione manicomiale, dall’altro schiudono nuovi percorsi come la pittura e l’arte come metodi terapeutici. Se è indubbio che di quelle pasticche allora e in seguito è stato fatto un uso eccessivo, tuttavia non sono del tutto privi di efficacia. Dunque,   se in qualche modo gli psicofarmaci provocano una “rivoluzione” rispetto al passato, smuovono dall’interno la tragica staticità delle istituzioni manicomiali.

Il risveglio, cominciato con l’avvento della Repubblica e irrobustitosi via via nei decenni successivi, si scinde in molti percorsi: vi è la diaspora dei giovani più curiosi e brillanti, che se ne vanno all’estero a far tesoro di esperienze nuove (Francia, Inghilterra, Svizzera, USA); vi è la lungimiranza di editori audaci e innovatori (primi fra tutti, in questo ambito, Feltrinelli, Einaudi e, più tardi, Bollati-Boringhieri), impegnati nello svecchiamento culturale del Paese (e che, va detto, suppliscono a quanto spetterebbe fare alle università) i quali, traducendo e diffondendo quanto di meglio prodotto a livello internazionale seminano e dilatano il bisogno e il desiderio di cambiamento. Un’operazione, quest’ultima, facilitata dall’effervescenza del clima internazionale, in cui i giovani cominciano a giocare un ruolo fondamentale e che sfocerà nel ’68 e negli anni successivi della contestazione, che trova veicolo e cassa di risonanza nei mass-media; celebri le inchieste di Francesco Jovane del 1959 – fotografica – , di Angelo del Boca del ’66 e ancor più quella di Zavoli, messa in onda dalla Rai venerdi 3 gennaio 1969 in prima serata (p. 7).

Un clima e un contesto che infonde coraggio e sprona i giovani “eretici”, relegati ai margini funzionali quanto operativi (Basaglia a Gorizia) a tentare l’impossibile: Basaglia smantellerà il manicomio dall’interno, ma i percorsi e le modalità sono molteplici e differenti. Non si tratta, e l’autrice lo sa bene e lo dimostra, di dividere i protagonisti in buoni e cattivi, di dipingere in bianco&nero: Mario Tobino, psichiatra e scrittore di talento, contrario alla chiusura dei manicomi, è trattato con grande rispetto. Ed è curioso il fatto, sul quale bisognerebbe studiare, che così come prima delle leggi “unificatrici” del 1865 singole realtà stuatuali e poi provinciali avevano messo in campo soluzioni calibrate sulla realtà locale per costruire i manicomi, ora il processo si ripropone rovesciato: paradossalmente, là dove, nei decenni pre-unitari si era intervenuti con cognizione di causa per costruire manicomi intesi anche come luoghi di cura e si era dato vita a esperienze interessanti (Milano, Torino, Imola, Firenze, Umbria), ora, da lì o da quelle zone partono le riforme più incisive e radicali, disegnando una mappa variegata che l’autrice segue, descrive e argomenta in modo convincente.

Il dato di fondo che rende possibile l’esito della 180 e l’autrice lo spiega bene (pp. 281 ss.gg.) è che senza il sostegno della società civile e di amministrazioni illuminate, la liberazione dei matti non sarebbe avvenuta. Fa impressione, nell’Italia di oggi, vedere un assessore provinciale con la quinta elementare, operaio, scoprire la realtà manicomiale, restarne sconvolto e decidere di smantellarla: informandosi, chiedendo a chi ne sa più di lui, visitando, sforzandosi di capire (pp. 259 ss.gg. e, per un altro giovane, di tutt’altro schieramento politico, 266 ss.gg).

Liberi tutti di Valeria Babini è un libro importante. Il lungo arco temporale che comincia dalla legge Giolitti del 1904 e si chiude con l’applicazione della “legge Basaglia” delinea un Paese talvolta capace di inserirsi autorevolmente nel dibattito culturale di un epoca e di spingersi oltre, con risultati di cui andare orgogliosi nonostante zavorre pesanti. Gli innovatori vinsero lo contro con i conservatori partendo da posizioni precarie e sfavorevoli. Fa bene l’Autrice a mostrare il progressivo inserirsi dell’opinione pubblica nel dibattito e la sua capacità di modificarlo e di indirizzarlo verso esiti positivi: un’opinione pubblica variegata composta di fotografi, scrittori, giornalisti, ma anche gente comune, lavoratori del settore che danno vita a una mobilitazione multiforme che si aggrega lentamente verso l’obiettivo decisivo dello smantellamento dei manicomi. La sua forza è testimoniata dalla capacità di ottenere  un risultato tutt’altro che scontato in un’Italia che ha e mantiene larghe sacche di conformismo e indifferenza: la legge Mariotti del 1968; una legge che esprime bene lo scontro tra queste due tendenze di fondo. Sia pure fra molte ambiguità e nodi irrisolti quella legge presentò novità importanti come il ricovero volontario, senza dubbio frutto delle spinte provenienti dal basso e dalla società. Una legge, inoltre, che infonde fiducia al movimento riformatore perché la sua approvazione significa che è possibile modificare l’arcigna, monolitica resistenza opposta dai conservatori, dalle corporazioni e dalla burocrazia.

Dunque, al di là della lungimiranza, della fantasia e della tenacia dei protagonisti maggiori, in determinate congiunture l’Italia ha saputo eprimersi in una delle pagine più belle della nostra storia repubblicana; perché la chiusura dei manicomi ha significato il recupero dei marginali, dei reietti, dei più innocenti e indifesi.
L’augurio che possiamo farci è che da qualche parte si sitano formando nuovi “eretici” come quei giovani che hanno ridato dignità a chi l’aveva perduta e che, in questi tempi di caduta libera e frantumazione dei partiti, la società riprenda in mano il proprio futuro. Ne abbiamo bisogno.

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