Pensieri sparsi sulla storia

Non è un paese per giovani

In rete e sui social sta girando un articolo in cui si sostiene che quello italiano è un popolo rassegnato.

Fondamentalmente mi pare un giudizio condivisibile. Di fronte – o, meglio, nel mezzo di –  una crisi profondissima vediamo scioperi a macchia di leopardo, qualche scoppio d’ira inconsulto (i “forconi”), il demandare la propria rabbia contro “i politici” ad un movimento (politico, tra l’altro), lo scagliarsi contro chi ha ancora meno con forme di razzismo di varia natura e intensità e, più in generale, il rinchiudersi estremo nel privato all’insegna di un si salvi chi può – non detto chiaramente, ma evidentissimo – o una “fuga dal mondo” che rievoca sapori da anno 1000.

In tutto questo magma composto di disaffezione, individualismo, smarrimento, frustrazione e rabbia, non c’è niente, assolutamente niente di collettivo: mentre non si contano quelli che si scagliano contro, non c’è l’ombra di un movimento che abbia il minimo progetto per. Il che è come dire che non c’è nessuna visione di società per il futuro.

Come storico fino ad ora mi sono occupato di psichiatria e di manicomi nell’Ottocento e, per il Novecento, di storia economico-sociale (in un ambito molto ristretto). Il che è un modo per dire che mi interessano le classi popolari e il rapporto tra governati e governanti.

Ora, a caldo, mi verrebbero tre-quattro motivazioni fondamentali per spiegare come mai gli italiani si sono “rassegnati”. Se ho ben capito l’articolo si riferiva in particolare ai giovani, che pare accettino una precarietà di lavoro e quindi di vita impressionante. In primo luogo è innegabile che si sta verificando quello che Jeremy Rifkin qualche tempo fa ha chiamato “società dei 2/3”, di due cittadini che in qualche modo riescono ad entrare nella società con una posizione sostanzialmente stabile e con una serie di diritti più o meno acquisiti e garantiti, e 1/3 che è condannato a restarne fuori. Se non che, il concetto di giovani si sta allargando sempre di più: la classe dirigente fa riferimento a giovani che sono molto più vicini ai quarant’anni che ai trenta (e spesso i quaranta li hanno passati), quindi è possibile che Rifkin abbia ragionato per difetto, non certo per eccesso. Il che è esattamente quello che sta accadendo in Italia, dove una popolazione di anziani sta dando una mano come può alle generazioni più giovani con l’unico vero welfare che in Italia funziona davvero – la famiglia.

Il secondo aspetto, riguarda il fatto che la nostra storia repubblicana è stata una storia, per così dire, iper-politicizzata, quanto meno nel linguaggio: Berlusconi è riuscito a vincere tornate elettorali agitando lo spauracchio del comunismo quando questo era morto e sepolto e la sinistra italiana frammentata in mille pezzi; d’altra parte, nelle regioni dove il PCI è stato una sorta di spezzone della società (e quindi molto più di un partito), il senso di appartenza è stato un collante fortissimo. Perciò, il contraccolpo dovuto alla caduta del comunismo (del mito e dei sogni per i quali si era stati militanti anche con sacrifici personali notevoli) è stato altrettanto forte.

Ma dalla caduta del comunismo in poi, la storia ha cominciato a procedere ad una velocità sempre più accelerata, che ha introdotto novità tecnologiche, sociali e per certi aspetti culturali completamente nuove e diverse da quelle di prima. (Basta guardare su you tube un qualsiasi programma tv della fine degli anni Ottanta per rendersene conto).

Chi è nato tra il crollo di un mondo e le profondissime modificazioni di quell’altro – cioè chi è nato negli anni Novanta – si è trovato come su una zattera in mezzo al mare: non ha più nessun gancio che lo riallacci alla storia precedente: se un ventenne dicesse che, che so, Achille Occhetto e Napoleone hanno la stessa età, da un certo punto di vista non avrebbe nemmeno torto: per lui fanno entrambi parte di un passato lontanissimo e indistinto.

L’ultimo elemento che mi sembra importante è questo: siamo abituati a pensare che la vita di un uomo abbia sempre avuto e abbia lo stesso valore, ma in realtà non è così. Non mi riferisco agli schiavi negri o indios per i latifondisti nord e sud americani dopo la scoperta dell’America o agli ebrei per i nazisti; non mi riferisco a assurde giustificazioni razziste. Parlo invece di cittadini di uno stesso Stato che, in teoria, godono degli stessi diritti. Si rimane di stucco nel leggere le descrizioni sprezzanti che i “cittadini” facevano dei contadini nella Francia dell’Ottocento riportate da Eugen Weber in un suo splendido libro (“Da contadini a francesi”, il Mulino”), come nel leggere quelle che prendono in esame paesi dell’Europa orientale (i servi della gleba).

Se quindi si tratta di un elemento comune a molti Paesi, in Italia questo problema è storicamente più grave rispetto ad altri stati. Le carte d’archivio parlano chiaro: in molte città alcuni dei ricoveri nei “Ricoveri di mendicità” dopo l’unificazione sono effettuati direttamente dalle prefetture: quindi si riteneva che si trattasse non di un problema inerente la povertà, ma di ordine pubblico. E il disprezzo dei ceti dirigenti – in questo caso i notabili locali – traspare benissimo perfino dai… menù serviti ai ricoverati. Si guardi la storia della pellagra e si vedrà su quali basi poggia la prima fase dell’industrializzazione del nostro Paese e quanto sia costato in termini di sfruttamento estremo (Il mal della rosa di De Bernardi).

Ma anche lasciando da parte il discorso sulle “classi lavoratrici e classi pericolose” di Luois Chevalier – che pure andrebbe fatto – , basta guardare come le gerarchie militari trattarono i “fanti-contadini” nel corso della prima guerra mondiale (basta leggere “Plotone di esecuzione” di Forcella e Monticone, recentemente ripubblicato da Laterza). Non che i comandi francesi o inglesi trattassero molto meglio i propri soldati, ma nel corso della guerra corsero ai ripari dopo i primi ammutinamenti. In Italia non ancdò così: i governi promisero la riforma agraria ma… si affidarono al fascismo. E nello stesso regime, lo sviluppo di uno “stato sociale”, fu funzionale e sfruttato dal regime in termini di adesione. Lo stesso atteggiamento è stato in gran parte tenuto nell’Italia repubblicana: gli Enti Comunali di Assistenza, creati dal fascismo nel 1937 (ma in realtà un semplice maquillage delle vecchie Congregazioni di Carità) sono vissuti fino al 1975, fino al cuore dell’Italia repubblicana.

E allora la domanda che ci si pone è: perchè? Perché in Italia questa distanza tra ceti dirigenti e governati si sono ripresentati così abissali – come vediamo ogni giorno? Ci sono stati momenti, come i due dopoguerra, in cui la vita di una persona valeva pochissimo, quasi niente: le guerre abituano alla morte, anche a infliggerla. Ma, come afferma Robert Gerwarth in un bel libro appena uscito per Laterza (e che recensirò appena posso), il livello di brutalizzazione subita dai soldati nelle trincee della Grande Guerra non fu uguale dappertutto, e quindi non spiega a sufficienza.

La risposta, a mio parere, sta nel fatto che negli Stati in cui il fenomeno di “brutalizzazione” (addotto da alcuni storici uno degli ultimi Chapoutot per spiegare la violenza postbellica) fu minore – Inghilterra e Francia – viene dal fatto che quei due paesi hanno avuto una rivoluzione: l’Inghilterra nel ‘600, la Francia nell’89. E cioè, la spiegazione sta nel fatto che con le rivoluzioni le classi popolari entrano nella vita del Paese: da quel momento in poi i governanti e i gruppi dirigenti sanno che non possono tirare la corda quanto vogliono, sanno cioè che i loro popoli sono disposti a subire fino ad un certo punto.

L’Italia una rivoluzione non l’ha mai fatta. Ci sono testimonianze dei primi decenni dell’800 di visitatori stranieri che si mostravano esterefatti della distanza tra gruppi dirigenti e classi popolari e del sostanziale disprezzo dei primi verso i secondi. E d’altra parte, come una sorta di controprova si potrebbe portare l’esempio che i momenti in cui la classe dirigente italiana si è data veramente da fare per attenuare le differenze sociali – anni ‘60.70 – si sono verificati sotto la pressione delle classi popolari e dei oro organismi. Probabilmente l’apice lo si è raggiunto con la “legge Basaglia”, il cui significato più profondo è stato quello di restituire dignità agli esclusi per eccellenza, i malati di mente (e in quanto malati, del tutto innocenti).

Ma allo stesso tempo le vecchie forme di compromesso hanno continuato ad operare: la conoscenza familiare, la raccomandazione per un posto, l’obbedienza del gregario; tutto questo ha continuato ad esistere e vivere sotto la grande ondata della contestazione, della politizzazione eccetera. E sta dimostrando la sua forza “storica” come vediamo bene ora che quelle spinte sono morte sepolte assieme agli organismi che erano stati capaci di incanalarle e indirizzarle.

Fatta eccezione per Olivetti e pochi altri (editori benemeriti come Feltrinelli per alcuni decenni, Laterza, Einaudi fino tutti gli anni 80 e le sue costole oggi), si è rifugiata nel fascismo salvo poi distaccarsene alla velocità della luce, poi ha trovato un comodo riparo nel pancione della DC e quindi nel rampantismo rapace del PSI di Craxi. Ci sono certamente singoli benemeriti che si sforzano di portare avanti progetti (penso al FAI, ad esempio), ma siamo lontanissimi da una classe dirigente. D’altra parte, i partiti non hanno provveduto ad allevare alcun ricambio generazionale. Di qui, il vuoto in cui ci troviamo.

Perciò, per tornare al punto di partenza, cosa potrebbero mai fare le giovani generazioni di oggi? Finchè non elaboreranno un’idea di società capace di farli sognare, ma che allo stesso tempo dia risultati concreti, hanno poche strade: o cercare di entrare nei “2/3” ad ogni costo con qualsiasi mezzo, o ribellarsi (ma non accadrà se non con brevi fiammate destinate a spegnersi presto), o piegare la testa e sopportare, o andarsene.

Noi adulti non stiamo laciando un bel mondo.

Il principio di Archimede e la Storia

Non molto tempo prima di passare a miglior vita, Umberto Eco ha sostenuto che, prima del web, un qualsiasi lettore che avesse voluto approfondire un argomento che lo interessava avrebbe fatto un salto in biblioteca, selezionato una decina di libri, e il gioco era fatto. Ora, invece, col diluvio di informazioni che su internet ci arrivano da tutte le parti, e con biblioteche digitali che mettono a disposizione milioni di libri, uno pensa: “non ce la farò mai a leggere tutta questa roba”, si deprime e lascia perdere. O, se non si deprime, quanto meno resta disorientato, non sa da dove cominciare e rischia di passare un sacco di tempo a leggere roba che non ha alcun valore o quasi – poi, magari, dopo essersi convinto di saperne almeno un po’, incontra uno che le cose le sa davvero e ci fa una figura da seppellirsi.

In un certo senso Eco aveva ragione. Google libri, ad esempio, è concepita esattamente così: cerchi un libro, lo trova, ma contemporaneamente te ne mostra parecchi altri che trattano argomenti simili, ti invoglia. Google libri è strutturato esattamente come un casinò: chi non ha il demone del gioco ci passerà una serata, butterà un po’ di soldi e chi si è visto si è visto; il giocatore invece giocherà. Su Google libri ci entri, ma rischi davvero di perderti per ore.

Il pericolo poi aumenta in modo esponenziale per il fatto che le giovani generazioni vivono in una sorta di “presente permanente” completamente staccati dalla storia precedente (Hobsbawm, Il Secolo Breve), anche recente come ad esempio la caduta del Muro di Berlino. Non avendo un retaggio e nemmeno un ancoraggio alla storia, il rischio di prendere cantonate colossali è concretissimo.

Cosa si può fare allora? Servono delle bussole, delle carte nautiche, dei navigatori, dei tom-tom. Il 90% dell’informazione che gira su internet son stronzate (scusate il francesismo), ma il restante 10% è comunque talmente vasto che basta e avanza.

Intanto, 1) ci sono moltissime riviste scientifiche. “Ma le riviste”, si obietterà, “sono per gli specialisti”. E’ vero, ma fanno anche ottime recensioni in uno stile ed in un linguaggio comprensibile a tutti. 2) Ci sono poi anche siti che mettono a disposizione e-book più che validi.

Ma, soprattutto, è qui che si apre uno spazio nuovo ed enorme per lo storico, cioè per quello che le bussole le ha e le sa usare. Il fai-da-te può essere un passatempo (lodevolissimo tra l’altro), ma non è detto che sia indice di qualità.

Facciamo qualche esempio? E facciamolo. Mettiamo che abbiamo letto da poco La Francia a tavola di Jean-Paul Aron: non è un libro di storia, è piuttosto una specie di guida alla “Gambero Rosso” della Parigi ottocentesca. Decidiamo di curiosare qui e là e andiamo a vagabondare su Google libri. Gira e rigira, va a finire che ci imbattiamo in un libro dal titolo che ci incuriosisce: Du commerce de la boucherie et de la charcuterie de Paris et des commerces qui en dépendent. Lo sfogliamo, e ci imbattiamo in un fatto strano:

Parigi, 1847. Una ragazzina di quindici-sedici anni che abita nelle campagne appena fuori Parigi, un giono porta una mucca al mattatoio. I garzoni che vi lavorano, fanno quello che fanno i garzoni dei mattatoi: pensando che voglia venderla, ammazzano l’animale pensando che la ragazzina voglia macellarlo. La mucca però è ammalata, è pulmonica, ha la tubercolosi. Poco male, i garzoni fagliano via la parte infetta e amen: il resto può andare al mercato (del tutto legalmente). La ragazzina, vedendo che gliel’ammazzano, sviene dal dolore. Si viene a sapere che questa ragazzina è orfana, a servizio di un contadino rude e brutale che la maltratta e che quella mucca era la sua unica amica e che le era affezionatissima. Allora i garzoni, pentiti, fanno una colletta e gliene comprano un’altra.

Il succo della faccenda non è che venga messo sul mercato della carne di un animale ammalato, ma serve a dimostrare che, in fondo, a dispetto del nome, anche i macellai hanno un cuore. (Il fatto l’ho preso da M. Ferrières, Storia delle maure alimentari, Editori Riuniti, ma le fonti si trovano anche su internet).

E allora quand’è che si inizia a preoccuparsi della salubrità delle cose da mangiare? Cerchiamo lavori successivi: il Dizionario di cucina del grande Dumas, grande mangiatore, vi fa qualche accenno qui e là e niente più; le “guide” dei gourmet dell’epoca, idem: si bada al sapore, al gusto, allo stare a tavola. Che quel che sia mangia sia sano o meno non fa molta differenza – anzi, quasi nessuna. Bisogna aspettare il Congresso internazionale di igiene di Parigi del 1878 per trovare preoccupazioni di questo genere.

È qui che, se il lettore vuole capire di più, ha bisogno dello storico. Quei trent’anni, che segnano il passaggio di rapportarsi al cibo, e quindi di mentalità; sono il suo spazio, perché è lui che può tracciare le tappe che hanno portato al mutamento nel rapportarsi a quel problema. Tanto più che il cibo si collega a moltissimi aspetti dell’economia, della società, della mentalità e della vita quotidiana: il primo carico di carne congelata di montone della Nuova Zelanda arrivò a Londra nel 1872, segno che le carestie stavano per finire; la produzione in serie dei contenitori di latta che consentono di mantenere fresco il cibo a lungo, fece la fortuna di produttori, industriali e del commercio in grande stile. Ricordo ancora delle bellissime scatole per i biscotti di quand’ero piccolo, ma basta confrontarle con una confezione di biscotti per avere nelle mani l’evoluzione strepitosa del progresso tecnologico; il pastone Rumford, usato nelle “cucine economiche” allestite da enti di carità e amministrazioni comunali negli inverni particolarmente rigidi dell’Ottocento per offrire quasi gratis pasti ai poveri, riempì di soldi le tasche del suo inventore e gli stomaci dei poveracci, ma con poca sostanza e ancor meno gusto; negli ultimi decenni del Settecento l’acqua vite passò dal bancone del farmacista, che nei secoli precedenti la usava come tonico, a quello dell’oste: non è un caso che il passaggio si verificò nei decenni iniziali e durissimi della rivoluzione industriale: gli operai avevano pochissimo tempo per sé e quindi volevano sbronzarsi in fretta: si fa molto prima col gin che con la birra o il vino.

Come si vede, gli spunti sono tantissimi, ma mentre prima di internet lo storico di professione o lo conoscevi o lo trovavi all’università, adesso è on line anche lui. Prima scriveva però: certo. Ma, almeno in Italia, molti lettori hanno diffidato e diffidano dello stile della nostra storiografia. E non del tutto a torto: a volte bisogna essere già addentro alle questioni per capire esattamente il messaggio dell’autore. In Italia, quasi sempre, interpretazione e racconto della storia sono stati disgiunti, ognuno è andato per conto suo: l’approccio scientifico agli storici, la divulgazione a giornalisti e altri più o meno improvvisati. Mi viene in mente solo la Storia dell’Italia Moderna di Candeloro che ha coniugato uno stile divulgativo col rigore scientifico della storiografia.

È un grosso errore. Nella prefazione a Il sangue dei vinti, Pansa mette le mani avanti: non sono uno storico, posso aver fatto degli errori. Eh no caro mio, se non è il tuo mestiere, non lo fare: quanti sono quelli che se stanno male vanno dal veterinario piuttosto che dal dottore, perché tanto, insomma, anche lui si occupa di fegati, ossa e milze? A ognuno il suo – verrebbe da dire. Invece c’è questo spazio enorme, occupato da gente che non è del mestiere, e che, come l’esimio giornalista sopra citato, fa danni: non padroneggiando le fonti, mescola dati che andrebbero distinti (ma temo che lo faccia apposta, in passato Pansa ha collaborato con istituti storici); scrive una specie di romanzo, ma afferma di aver detto la verità… È un danno per chi il lettore comune (senza che ne abbia colpa) e per gli storici.

Personalmente penso che l’interpretazione – il come e il perché i fatti sono successi e come si legano tra loro – sia fondamentale per capire la storia e il mondo in cui viviamo. Ma questo non vuol dire che si debba usare uno stile da iniziati. Prendiamo pure ad esempio uno storico che ha fatto quasi esclusivamente dell’interpretazione, Hobsbawm. Tutti i suoi libri più importanti (la triologia sull’Ottocento e Il Secolo Breve) sono basati su una lettura sterminata di testi, ma non su fonti di archivio. Eppure il suo stile è meraviglioso, densissimo a volte, ma comprensibilissimo da tutti. Ma è uno stile che di discosta dai canoni della nostra storiografia.

Ora, il vantaggio che offre internet allo storico è questo: è la disponibilità incredibile di fonti per coinvolgere il lettore, chi vuole approfondire un argomento. Che è esattamente, quanto meno, offrire l’ABC se non proprio per orientarsi con sicurezza, almeno per non smarrirsi. Lo storico resta indispensabile, ma i sentieri sono più facili da tracciare.

Possiamo fare anche il percorso inverso. Abbiamo deciso di andare sul sicuro e abbiamo letto l’Introduzione alla storia contemporanea di Barraclough. Splendido libro, che giustamente viene ancora ristampato.

Ad un certo punto, parlando del colonialismo, ci dice che, sul lungo periodo, le potenze europee si scavarono la terra sotto i piedi: gli inglesi, ad esempio, costruendo ferrovie, strade e ospedali in India, la misero in grado di camminare con le proprie gambe. Prima o poi l’avrebbe fatto. E infatti è successo.

Vogliamo verificare? Barraclough era uno studioso serio, cita molti testi. Ma oggi abbiamo la possibilità di andare alle fonti e anche di integrarle con altre. E quindi abbiamo la possibilità di leggere molte altre cose. Anche qui è bene essere guidati da uno storico, da uno che ci faccia da guida o da stampella.

Non basta mettere in fila i documenti: sarebbe, al massimo, cronologia, non storia. Bisogna interrogarli, calarli nel contesto generale e quindi interpretarli. Ed è questa capacità che fa la differenza tra uno storico professionista e un appassionato.

Ma oggi abbiamo tantissimi documenti a portata di mano. Su Intenet Archive, per esempio, il numero di manoscritti in inglese e superiore a quello dei libri (digitalizzati) in italiano.

Ma, a sua volta, lo storico deve imparare a mettersi in gioco. Usando stampe, vignette, fotografie, mappe, statistiche, opere d’arte… può insegnare incuriosendo, alimentando la fame che vien mangiando, divertendo – perché no?

Che cos’hanno in comune questi signori, a parte ingegno da vendere e le scarsa probabilità di essere assunti come modelli? Con le loro opere annunciarono la fine di un’epoca. Non è fantastico poter spaziare tra l’arte, l’economia e la cultura? Google Art & Museum ci fa entrare, letteralmente, nei musei; possiamo trovare immagini delle grandi Esposizioni Universali (le vetrine che mostravano le infinite possibilità dischiuse dal progresso, il grande, ambiguo protagonista dell’Ottocento), di quel mondo cioè che nei primi decenni del 900 entra in crisi e salta in aria con la prima guerra mondiale.

Abbiamo tutto, possiamo fare (quasi) tutto, perché non farlo?

Imparare costa fatica, tenere il cervello allenato idem. Ma quando fai una cosa che ti piace, la fatica la senti di meno. Internet non sta uccidendo i libri. Al contrario, a ben vedere li sta moltiplicando. E non è certo un male.

Il principio di Archimede afferma che “ogni corpo immerso parzialmente o completamente in un fluido (liquido o gas) riceve una spinta verticale dal basso verso l’alto, uguale per intensità al peso del volume del fluido spostato”. Il mare ti tiene a galla, ma se hai paura dell’acqua vai a fondo lo stesso. Non c’è motivo di aver paura, basta avere un buon bagnino.

La Rivoluzione francese

Avrei voluto pubblicare domani la recensione a un libretto sulla storiografia sulla Rivoluzione francese, ma vari impegni non mi hanno permesso di finirne la lettura e non ho ancora finito di annotarlo.

Il libro in questione è, un pamphlet molto polemico, Echi della Marsigliese. Due secoli giudicano la Rivoluzione francese, di Eric Hobsbawm.  Un contrattacco aspro e a volte tutt’altro che pacato, al revisionismo capeggiato da Furet che aveva trasformato il bicentenario della Rivoluzione nell’occasione per sferrare “un attacco intellettuale contro di essa” (E. Hobsbawm, Anni interessanti. Autobografia di uno storico, MIlano, Rizzoli, 2002, p. 369).

Da allora, per un periodo piuttosto lungo, sono state pubblicate un gran numero di opere che mettono in discussione l’idea che la Rivoluzione francese sia la madre della modernità e della contemporaneità e che, sostanzialmente, sia stata una perdita di tempo e di energie perché i suoi valori si sarebbero affermati comunque.

Per uno storico è facile vedere la fragilità di queste posizioni: della Rivoluzione francese come rivoluzione borghese hanno parlato i marxisti, ovviamente, ma Hobsbawm fa bene a ricordare che – primo – molto prima di loro furono gli storici liberali degli anni della Restaurazione ad usare questa espressione – secondo -, nei 38 volumi che compongono le opere di Marx e Engels, “rivoluzione borghese” compare non più di una ventina di volte.

E’ curioso, ma non è un caso, che i suoi detrattori applichino la stessa convinzione alla rivoluzione russa, mentre dovrebbe risultare ovvio che i rivoluzionari successivi l’abbiano presa ad esempio. Mettere in evidenza gli effetti negativi che la Rivoluzione francese avrebbe avuto (soprattutto nell’ambito dell’economia, di cui avrebbe provocato un grave ritardo nel suo sviluppo) è un’operazione politica, non storiografica, perché non era quella la preoccupazione dei rivoluzionari: a loro interessava distruggere l’Ancien Régime. Allo stesso modo, è altrettando arbitrario concentrare l’attenzione su questo o quel singolo protagonista, in quanto la Rivoluzione è un evento talmente complesso che deve essere studiato nel suo intero percorso e nei suoi molteplici intrecci.

D’altra parte, un’ulteriore prova che la Rivoluzione francese sia davvero la madre della nostra epoca, sta nel fatto che un buon numero di parole furono coniate dopo di essa: “classe media”, “classe lavoratrice”, “pauperismo”, “socialismo”, “liberale”, “conservatore”, nazionalità”, “statistica” e altre ancora sono lì a testimoniarlo: chi definisce, crea, e questi sono prodotti che derivano da quell’evento (vedi E. Hobsbawm, L’età della rivoluzione. 1789-1848, Milano, Rizzoli, 1999).

Ci si dimentica spesso che la forza della Rivoluzione francese è stata tale, che se si guardano agli schieramenti della seconda guerra mondiale si vede che sono gli stessi che a suo tempo furono pro o contro la Rivoluzione: liberali, democratici e socialisti (si pensi al “comunista” Babeuf) si trovano tra i fautori della Rivoluzione, mentre reazionari e clericali le furono nemici implacabili (e la Chiesa cattolica si distaccò dal regime fascista in Italia in extremis, ma non lo fece coi regimi fiscisteggianti di Spagna e Portogallo proprio perché erano neutrali). Ai liberali – e soprattutto ai liberisti – scoccia parecchio avere come compagni di viaggio quelli di sinistra, ma l’origine dei due filoni di pensiero sta proprio nella Rivoluzione.

In Francia, a suo tempo, il pamphlet di Hobsbawm ebbe vita difficile: gli editori rifiutarono di pubblicarlo; un fatto che testimonia chiaramente il clima intellettuale e politico di quegli anni. Non è facile rifiutare di pubblicare un lavoro di un accademico di fama mondiale. E’ vero che, al di fuori dei circoli intellettuali, il nome di Hobsbawm sarebbe divenuto comune dopo la pubblicazione de “Il secolo breve” (rifiutato anche questo dalla grande editoria francese e pubblicato per gli sforzi di Le Monde Diplomatique e di un editore belga), ma i suoi legami con il mondo intellettuale francese era stato stretto fino a tutti gli anni Settanta.

E’ stato pubblicato però diciassette anni dopo (nel 2007) in una edizione con una post-fazione dell’autore. E in un certo senso ciò significa non solo che l’offensiva dei revisionisti di è affievolita, ma rispecchia anche una rivincita personale e cioè che il paradosso del revisionismo, che cerca di ridimensionare la portata storica e la capacità di trasformazione di una rivoluzione di cui, a meno di coltivare un certo intellettualismo provinciale o di soffrire di una miopia monografica che è la malattia professionale più diffusa nei ricercatori, l’impatto straordinario e durevole e assolutament evidente, ha dovuto battere in ritirata.

Sono tempi bui, ma non spenti.

EPPUR SI MUOVE (2)

In Italia la cultura è sempre stata considerata una faccenda di pochi. Fino a pochissimo tempo fa, tra la gente comune veniva collegata a pochi privilegiati che hanno a disposizione tempo e risorse per starsene negli archivi e nelle biblioteche tutto il giorno a frugare tra vecchie scartoffie e libri scritti chissà quanto tempo fa. Leprove sono molte: ancora oggi capita di sentire persone anziane che, riferendosi a qualcuno che è laureato, commenta con un: “l’a fat al scol elti” (“ha fatto le scuole “ALTE”, l’università) – e certamente esistono espressioni simili nei nostri molti dialetti.
Il ’68 e poi il ’77 hanno indbbiamente modificato in gran parte questa situazione; ma non l’hanno intaccata nella sostanza, né tantomento rovesciata: ancora adesso il mondo degli studiosi e degli intellettuali funziona in parte per cooptazione (cosa che, detta per inciso, per certi aspetti è inevitabile).
E tuttavia in tempo di globalizzazione e interconnessione – lo dicevo in un post di tempo fa – grazie alle biblioteche digitali si può fare molto anche da casa.
Da questo punto di vista l’Italia è molto indietro. Non c’è niente di simile a biblioteche ditigali sterminate come quelle di Google, Internet Archive, Dp/la (tutte americane), MDZ (tedesca), Gallica (francese) o la Biblioteca Digital Hispànica (spagnoa – per limitarmi alle più grandi e a quelle che mi vengono in mente così, al volo.
Sono scelte che vengono – o non vengono – fatte. Però qualcosa di nuovo e positivo sta succedendo, ed è giusto segnalarlo.
La prima, è che qualche biblioteca italiana si è affiliata a Google-libri e almeno un paio, a Internet Archive (la cui filosofia mi piace di più, ma sono gusti personali).
La seconda, è che (finalmente verrebbe da dire) oltre a non poche riviste schiettamente digitali, molte riviste cartacee stanno digitalizzando i propri fascicoli o li rendono disponibili: “Contemporanea”, “Meridiana”, “Quaderni Storici” e “Studi Storici” sono liberamente consultabili su JSTOR; “Italia Contemporanea” ha messo a disposizione quasi tutti i numeri sul sito dell’ISMLI; case editrici come la Franco Angeli scorpora le riviste che pubblica in saggi PDF a prezzi modici (lo fa anche la “Nuova Rivista Storica”) e, ho scoperto adesso, anche la Rivista di Storia dell’Agricoltura è disponibile on line (è sufficiente registrarsi).
Sono bei segni, soprattutto in un Paese abitato da gente che, si sa, di solito se ne sta piuttosto alla larga dai libri.
PS: lancio un appello. Sono tante le riviste che hanno chiuso e non vengono più pubblicate. Sarebbe bello che venissero digitalizzate”. Sogni da addetto ai lavori, si dirà. E’ vero, ma a quanti non specialisti non verrebbe voglia di leggere un saggio che si intitola ” “Torni a sarchiar le cipolle e lasci star le gentildonne”?

(Matteo Banzola 5 giugno 2017)

“SEMPRE LA STESSA STORIA”?

Qualcuno (non ricordo chi) ha detto che lo storico è uno che guarda indietro per vedere avanti.
In un certo senso è vero. Gli storici non sono futurologi, ma sono pur sempre più affidabili dei cartomanti.
Ciò che stupisce nel lavorare su materiale dei primi decenni dell’Ottocento è l’analogia con alcuni fenomeni di oggi, primi fra tutti il progressivo impoverimento di interi gruppi sociali e l’estendersi di forme di precarietà nel mondo del lavoro.
Ma a sorprendere ancora di più sono, da un lato, i “rimedi” proposti e messi in campo, a volte IDENTICI ad alcuni adottati oggi (la Social Card non è per niente una trovata recente); dall’altro, le giustificazioni (e le ipocrisie) dei gruppi dirigenti dell’epoca nello spiegare i loro provvedimenti.
L’abissale distanza tra governanti e governati (che stupiva gli osservatori stranieri dell’epoca) non si è affatto ridotta. O, meglio, si ripropone in termini quasi identici.
All’epoca ci volle più di mezzo secolo prima che alcune frange delle classi popolari cominciassero a sganciarsi dalla capacità delle classi dirigenti di imporre e perfino far condividere il proprio pensiero.
Sono aspetti che aprono tanti interrogativi e tanto lavoro da fare. Servirà sicuramente molto tempo perché ciò accada di nuovo (e nessuno può dire in quali forme avverrà).
Verrebbe da dire: si salvi chi può. Ma uno storico non può dirlo.

INDIZI E TRACCE

Il Novecento è stato interpretato in vari modi: “Secolo breve”, “Secolo della paura”, “Lungo XX secolo”.
Non c’è dubbio, per citare un altro titolo, che sia stato il “Secolo americano”; un predominio talmente netto che ne “Il secolo breve” Hobsbawm lo diede per scontato e lo tenne sottotraccia (per poi rimediare, almeno in parte, in “Anni interessanti”).
In questi giorni passo un po’ di tempo a sfogliare il “New York Times” del 1917. Basta sfogliarlo per accorgersi immediatamente che gli USA erano già allora la prima potenza mondiale. Per prima cosa aveva 24 pagine, molte di più di qualunque quotidiano europeo. Secondo: aveva una schiera di corrispondenti di valore praticamente in ogni angolo del pianeta. Terzo, un paio di pagine erano dedicate all’economia mondiale.
Ma sono le pagine che fanno riferimento alla stessa New York ad essere le più istruttive. La pubblicità aveva raggiunto già allora livelli di perfezione nettamente superiori a quelli europei: ditte, abbigliamento, medicinali e alimentari erano presenti anche sui giornali del vecchio continente, ma già allora, a New York, case da thè e sale da ballo affittavano intere pagine sponsorizzando concerti e le proprie offerte.
È molto di più di un riflesso della vivacità di una grande città multietnica e (ancora per qualche anno) aperta al mondo. Sono indizi che il cambio della guardia alla guida del mondo era già avvenuta.

(Matteo Banzola, 25 febbraio 2016)

Gli archivi…

[Il piacere dell’archivio]

“…d’estate come d’inverno il documento d’archivio è gelido; nel decifrarlo si tratti di una pergamena o di una cartaccia, le dita si intorpidiscono e si macchiano di fredda polvere nera. Per occhi non esercitati è poco leggibile anche quando è coperto da una scrittura precisa e regolare. Arriva sul tavolo di lettura spesso in fascicoli, legato con dello spago o stretto da cinghie, insomma infagottato, con gli angoli divorati dal tempo e dai roditori; prezioso infinitamente e fragile, lo si manipola con cautela per paura che un modesto inizio di deterioramento diventi magari definitivo. Al primo sguardo si può capire se, dopo la sua archiviazione, è stato consultato anche una sola volta o no. Un fascicolo intatto è facilmente riconoscibile, non dal suo aspetto generale (può essere conservato a lungo fra scantinati e inondazioni, guerre e sconfitte, brinate e incendi), ma da un certo modo di essere uniformemente ricoperto da una polvere che non si volatizza, che rifiuta di levarsi al primo soffio, senza nessun’altra traccia tranne quella livida del laccio di stoffa che lo stringe e lo regge piegandolo appena nel mezzo. Fuorviante e colossale, un archivio ha un grande potere di seduzione. Offre brutalmente un mondo sconosciuto dove i reprobi, i miserabili, gli scellerati giocano la loro parte in una società vivace e instabile. La lettura provoca subito un effetto di reale che nessun testo stampato può suscitare. Nasce così la sensazione ingenua, ma profonda, di squarciare un velo, di attraversare l’oscurità della conoscenza, di raggiungere, come dopo un lungo e incerto viaggio, l’essenzialità delle persone e delle cose. L’archivio riesce a mettere tutto a nudo: buttato giù in poche righe, appare non solo l’inaccessibile, ma il vivente”.
Tratto da: Arlette Farge, Il piacere dell’archivio

La storia invecchia? (2)

Andare a rivedere cos’è successo, come sta facendo Kershaw, è un lavoro non solo utile in sé per i motivi a cui ho accennato nel post precedente. E’ un lavoro necessario perché stiamo vivendo in una fase completamente nuova rispetto al Novecento. Non mi riferisco al tempo cronologico: il Novecento, o quanto meno gran parte di esso, è morto  dal punto di vista storico. Chi avrebbe mai immaginato, poniamo nel 1985, l’anno dell’elezione di Gorbaciov, la situazione di oggi non solo in Italia, ma in Europa e nel mondo? Certo, segnali molto evidenti che il mondo socialista era giunto al capolinea erano presenti da tempo. Così come, nell’Europa occidentale, alcuni studiosi avevano avvertito fin dalla fine degli anni Settanta che la spinta della classe operaia si era esaurita. I computer rivoluzionarono il mondo del giornalismo sin dai primi anni Ottanta e fu ben presto chiaro che la gloriosa macchina da scrivere sarebbe presto diventata un oggetto da collezione o da museo. Con la caduta del muro di Berlino e poi con la dissoluzione dell’URSS, tutti percepirono di trovarsi di fronte a quella che si sarebbe caratterizzata come una svolta epocale: non era difficile immaginarlo.
Ma il balzo compiuto dal 1989 ad oggi è impressionante: fatta eccezione per quel che sentono ricordare in casa o per quel che possono trovare su youtube, i nati dopo il 1990 non hanno nulla che li colleghi al mondo del pre-’89: è, letteralmente, un altro mondo.
Che la storia proceda a “salti e balzi” era covinto ad esempio, Barraclough. Ma per uno storico non è difficile vedere anche continuità ben delineate. O meglio, idee, concetti, mentalità e comportamenti che si erano – o sembravano essere – eclissati nel corso degli ultimi tre-quattro decenni del Novecento e che adesso si sono riaffacciati: per esempio, la “social card” proposta a non molto tempo fa è la riproposizione aggiornata della carta annonaria da esibire nelle “cucine economiche” ottocentesche in tempi di carestia o gravi difficoltà; politiche di “rimpatrio” di miserabili provenienti nelle zone più povere venivano messe in atto in tempi di carestia.
Comportamenti antichissimi che rispecchiano non tanto ciò che pensavano i beneficiari delle cucine economiche o gli espatriati, ma ciò che le classi dirigenti pensavano dovesse essere fatto in tempi di emergenza. Qui si giunge al limite invalicabile non solo per lo storico, ma per chiunque tenti di far rivivere quei tempi: finché l’analfabetismo fu un fenomeno di massa e la fece da padrone, non c’è modo di sapere con certezza quel che passava per la testa dei poveri. Tutte le fonti che abbiamo a disposizione – e sono molte -, sono filtrate, mediate da appartenenti a un qualche gradino della scala sociale, posto comunque al di sopra di loro: parroci, sindaci, medici condotti, ebbero certamente a che fare con i poveri, ma non necessariamente lo erano loro stessi.
Solo quando le masse entrano nella storia è possibile in qualche misura sentire la voce delle classi popolari: di solito questo succede con le rivoluzioni. Da questo punto di vista gli storici della Rivoluzione francese sono i più fortunati di tutti. Per gli altri, occorre cercare di integrare le forme documentarie più disparate: reigistri parrocchiale, dei cimiteri, il vestiario, comparazione tra i comportamenti collettivi in date situazioni (ad esempio le occupazioni delle terre da parte dei contadini, con tutto il loro repertorio simbolico) ecc. In questo modo ci si avvicina alla realtà, ma non la si afferra.
Dal punto di vista dello storico i tempi di oggi sono una manna dal cielo. Non solo perché i poveri di oggi, di solito, sanno leggere e scrivere, anche se lo fanno di rado; perché in tempi di trasformazione come questi possiamo in qualche modo “misurare” quanto persiste del passato nella mentalità, nei rapporti tra le classi, nelle politiche messe in campo, e quanto invece ha imboccato una strada diversa.
Si tratta di forme di sovrapposizioni e di contaminazioni che vanno smontate e analizzate con pazienza: è possibilissimo che qualcuno racconti su facebook quanto gli/le ha detto la/il cartomante (e cioè che usi regolarmente la tencologia e, allo stesso tempo, abbia fiducia in cose del tutto irrazionali).
In ogni caso, questo processo rende inutilizzabile un numero enorme di opere storiografiche del secolo scorso. Ad esempio, la progressiva affermazione dei lavoratori e delle loro organizzazioni dalla seconda metà dell’Ottocento in poi, ha portato molti storici interessati alle classi popolari non solo a far combaciare le due cose (ceti popolari e classi lavoratrici), ma a vedere delle tappe che hanno scandito il percorso: società di mutuo soccorso, sindacati, partiti politici.
Oggi, nonostante ne parlino tutti, il termine “lavoro” è diventato parecchio nebuloso e sostanzialmente indefinito, spezzettato com’è in una miriade di forme contrattuali con la frantumazione di diritti e tutele. Di conseguenza, quel che è parso logico e sensato agli storici del secolo passato (vedere quando inizia e come procede la politicizzazione dei lavoratori), appare agli studiosi di oggi in una luce diversa. Per esempio, se contestualizzata nel più ampio quadro del pauperismo, non è affatto chiaro se la politicizzazione del bracciante, che per le caratteristiche del suo lavoro (e dei suoi scarsi guadagni) lo rendevano particolarmente sensibile alla propaganda dei partiti e movimenti di sinistra, abbia avuto l’estensione che gli è stata attribuita.
In tempi come questi, in cui è difficile davvero capire cosa sta succedendo, riscrivere la storia non è una cosa inutile.

(Matteo Banzola, 2 febbraio 2017)

La storia invecchia?

Qualche giorno fa un mio amico mi ha fatto una domanda. Mi ha chiesto se l’ultimo libro di Kershaw sulla storia d’Europa (All’inferno e ritorno, Laterza), che sto leggendo, non sia troppo lungo (644 pagine per una trattazione che va dal 1914 al 1949). Dopo tutto – ha notato – sull’argomento si è scritto molto.
Lì per lì ho risposto che trattandosi di una storia d’Europa è difficile essere sintetici. Ma è una risposta insoddisfacente.
Oggi mi è capitato per le mani “Verso una società europea” di Hartmut Kaelble, una “Storia sociale dell’Europa” dal 1880 al 1980, un libro che lessi ai tempi dell’università, e ho messo a fuoco quel che mi frulla in testa.
In quel libro Kaelble sosteneva che il processo di unificazione europea non era solo il frutto dell’iniziativa delle élites politiche, economiche e culturali, ma che l’integrazione aveva ricevuto spinte decisive anche dal basso, dalla società. Il libro è uscito in edizione tedesca nel 1987 ed è stato tradotto in italiano nel 1990.
Oggi, di fronte alla situazione attuale e alle prime defezioni dal progetto, potremmo avanzare forti dubbi sulla validità di questa tesi. Dovremmo dunque dedurne che è un libro sbagliato? No. Kaelble è uno dei migliori cervelli in circolazione. L’Autore lo ha maturato lungo gli anni Ottanta, quando vedeva concretizzarsi il processo di unificazione; era lecito pensare che stesse giungendo a compimento un progetto iniziato nel secondo dopoguerra e, storicamente, per gli aspetti che indagava, ben prima.
E’ questo il nocciolo della questione: la storia dovrebbe soffrire di invecchiamento precoce. E cioè, man mano che gli storici la interrogano, i libri scritti in precedenza, vengono superati, invecchiano. Ogni generazione ha di fronte a sé problemi che le generazioni precedenti non avevano, o consideravano in modo diverso: sono stati pochi, ma ci sono stati anni in cui ci si poteva licenziare per fare un viaggio di qualche mese, con la certezza che al ritorno un lavoro lo si sarebbe trovato facilmente – va da sé che, in quel periodo, il lavoro venisse studiato in maniera diversa rispetto ad oggi che la precarietà e la disoccupazione sono una tragedia collettiva. Nel cercare di capire, nel tentare di trovare il filo rosso che conduca alla spiegazione, la storia cambia. Ovviamente non sono i fatti a cambiare (sul fatto che Napoleone sia stato sconfitto a Waterloo, c’è ben poco da dire, è così). E’ la loro interpretazione che si modifica. Per esempio, si può affermare che la seconda guerra mondiale non sia scoppiata nel 1939, ma nel 1937? Secondo Goeffrey Barraclough, sì, lo si può dire, e le argomentazioni che porta sono convincenti. E’ questa la ragione per la quale sono pochi i libri di storia che resistono all’usura del tempo.
Ed è questa, in fondo, la ragione per la quale la casa editrice Penguin sta pubblicando una storia d’Europa in più volumi e ha affidato il Novecento a Kershaw. Visti i tempi, sarà bene cercare di capire cosa sta accadendo.

(Matteo Banzola, 30 gennaio 2017)

Sul Giorno della Memoria (2017)

Qualcuno si starà preparando, con un po’ di ansia e molte aspettative, per un appuntamento di questa sera; qualcun altro starà piangendo un amore finito; c’è chi sta entrando in un ospedale e ci ne esce; chi ha appena ricevuto uno sfratto e chi parte per un viaggio; chi sta venendo al mondo e chi guarda sconsolato le bollette da pagare…
Oggi è il giorno della memoria.
Ci sentiamo più o meno tutti in obbligo di ricordare.
Oggi saremmo nella condizione migliore per capire cos’è avvenuto, perché tutti i giorni vediamo tragedie terribili attorno a noi.
Ma non muoviamo un dito, presi come siamo dalle nostre piccole grandi beghe.
La Shoah, lo sterminio di zingari, malati mentali e altri “sub-umani” non fu opera di un pazzo. Erano idee che circolavano da tempo, nell’indifferenza generale. Proprio come noi adesso, con i migranti che annegano o rinchiusi, o in fila per una scodella di brodaglia.
Apriamo gli occhi sempre e solo quando le cose ci piovono addosso. E questo è quanto.

Eppur si muove

Serata gelida e nebbiosa quella di ieri sera. Per i pigri e freddolosi come me, un invito a nozze a starsene al caldo e curiosare qui e là su internet.
Qualche giorno fa ho visto che «Contemporanea» è entrata a far parte di JSTOR, così approfondisco un po’ e scopro che ci sono anche «Meridiana», «Quaderni Storici», «Rivista di Storia della Chiesa» e «Ventunesimo Secolo» («Studi Storici» lo sapevo già). Poi scopro che anche «Italia Contemporanea» è quasi tutta disponibile sul sito dell’INSMLI.
Insomma, anche se siamo ancora molto indietro rispetto ad altri Paesi, qualcosa si muove.
(È stata una serata piacevole). Eppur si muove.

(Matteo Banzola, 12 dicembre 2016)

Tecnologia (p)e(r) il passato

Giorni fa ero una splendida emeroteca a consultare vecchi giornali. Da poco ho scoperto l’utilità di questo smart. Fa buone foto, gli articoli si leggono facilmente; non ho più necessità di portare una macchina fotografica.

Per caso ho incontrato un amico:
“Che fai?”, mi chiede.
“Fotografo giornali con questo aggeggio infernale. È comodo. Si leggono bene. Li posso ricopiare quando mi pare…”.
“Ricopiare?”, mi interrompe, “ma come? Li puoi trasformare direttamente un PDF”.
Mi mostra un’applicazione fantastica: scatti la foto, pigi un pulsante et voilà, ecco il PDF che puoi elaborare come vuoi.
Ora, il punto della questione  è questo: il governo francese sostiene un bel progetto di digitalizzazione di riviste (di tutti i generi, non solo di storia). Progetto intelligente perché le ultime annate NON sono disponibili: gli editori devono sostenere dei costi, che possono almeno in parte recuperare con vendite e abbonamenti. Ma fatta eccezione per i collezionisti, chi mai chiederà loro una rivista di trent’anni fa?
Con un semplice smartphone (che ormai ho perfino io…), in pochi minuti chiunque può fotografare un saggio. Ma non  è detto che l’emeroteca che la conserva sia vicina. È questa l’utilità del progetto francese: ormai la scusa dei costi e della mancanza di risorse è risibile. Tanto più che in tempi come questi, in cui molte istituzioni hanno problemi di personale, digitalizzare sarebbe anche vantaggioso.
È solo questione di saper vedere e di considerare o meno la spesa per la cultura un investimento e non una semplice voce di bilancio.
Solo che investire sulla civiltà, anche se farebbe risparmiare un sacco di soldi, non paga in contanti…

(Matteo Banzola, 18 novembre 2016)

Di nuovo la Questione Sociale?

Quella che nell’Ottocento veniva chiamata questione sociale si sta nuovamente riaffacciando: il problema della povertà si ripropone, dopo che per decenni lo si era considerato un problema essenzialmente risolto, quanto meno in Europa.
Agli storici spetta un compito impegnativo. In un altro post ho scritto, e ne resto convinto, che oggi gli storici si ritrovano con le armi spuntate. Continuare ad usare schemi interpretativi e metodologie novecentesce non ci porterebbe molto lontano. Sia perché il Novecento è scoppiato in mille pezzi ed è scomparso, sia perchè la cosiddetta globalizzazione altro non è se non un cambiamento di pelle del capitalismo. Ciò che abbiamo di fronte mostra, per certi aspetti, somiglianze inmpressionanti col capitalismo delle origini.
Da questo punto di vista il compito dello storico potrebbe risultare facilitato. Uno studio  di lunga durata del pauperismo e dei metodi utilizzati per contrastarlo aiuterebbe non poco ad individuare ciò che non ha funzionato. In questo senso si può scendere ben oltre l’Ottocento. Si potrebbe, e forse si dovrebbe, partire dal Dialogo sui mendicanti di Erasmo da Rotterdam, che è un punto di svolta decisivo sulla considerazione della povertà. In proposito, politiche di Antico Regime sono state mantenute per buona parte del XIX secolo, e approcci e metodi ottocenteschi, nella sostanza, sono arrivati ben dentro al Novecento: gli Enti Comunali di Assistenza, ad esempio, sono stati chiusi solo nel 1975 (gli ECA altro non erano che il proseguimento delle antiche Congregazioni di Carità).
Naturalmente bisogna tener conto delle rotture e dei balzi della Storia. La Rivoluzione francese ha imposto mutamenti decisivi; il grande salto in avanti della medicina tra il periodo 1830-40 e il 1870-80 è fondamentale: ospedali e manicomi del 1840 sono una cosa diversa da quelli del 1890. Eppure, i Ricoveri di Mendicità, le Cucine economiche e malattie come la pellagra testimoniano una continuità. Così pure in una mentalità collettiva e di categorie sociali sostanzialemente improntata alla continuità, si verificano diversificazioni importanti di cui si deve tener conto.
C’è di più. La questione sociale rimanda e ripropone sul tappeto il rapporto tra governanti e governati, tra classe dirigente e cittadini. Se ci si guarda con attenzione le social cards non sono affatto una novità, e il pastone Mumford è stato riaggiornato.
In tempi in cui la democrazia si sta pericolosamente indebolendo, la Storia, e in questo caso la storia dei poveri, avrebbe molto da dirci.

(Matteo Banzola, 15 ottobre 2016)

Pagine di luce in tempi bui

“C’è bisogno di storici. E soprattutto c’è bisogno di storici critici. Il mondo non migliorerà certo da solo”. Così, più o meno – cito a memoria – Hobsbawm chiude “Anni interessanti”, la sua autobiografia (Rizzoli, 2002).
Sono tempi bui quelli che stiamo vivendo, e tutto lascia prevedere che sarà un’epoca lunga. A volte la Storia si diverte a fare brutti scherzi: ci tocca di vivere in un periodo in cui tutto sembra crollare e, a ben guardare, le reazioni di molti assomigliano a fenomeni già visti in altre epoche: il rinchiudersi nel privato e nelle case, svariati generi di “fuga” (dalle grandi città, in religioni o pseudo religioni, in scelte radicali in fatto di alimentazione ecc.) da una società che non si riesce più a comprendere, che si avverte meschina, oscura e incontrollabile.
Paradossalmente, al contrario, per gli storici, tempi come questi sono manna dal cielo.  La metodologia dello studio di come si studiava la storia nel secolo passato è saltata. Non funziona più non solo perché i punti di riferimento sono scomparsi o stanno declinando drasticamente (il mondo bipolare, il socialismo, le forme della politica ecc.), ma soprattutto perché tempi nuovi impongono domande nuove.
Ma fare storia richiede tempo. Difficilmente, in tempi accelerati come questi, riusciranno a tenere il passo. Eppure mi sono capitati tra le mani alcuni libri che lasciano ben sperare: due sono di Salvatore Lupo (“Partito e anti partito”, e “Antipartiti”, Donzelli editore, 2004 e 2013), un altro è l’ultimo di Giorgio Cosmacini (“Medicina e Rivoluzione”, Raffaello Cortina Editore, 2015) e l’ultimo è di Haim Burstin (“Rivoluzionari. Antropologia politica della Rivoluzione francese”, Laterza, 2016).
Libri diversissimi per tema e per ispirazione culturale e metodologia degli autori, ma per certi aspetti simili. In “Antipartiti” Lupo sprona gli studiosi  a togliersi “gli occhiali che portiamo sul naso da un ventennio” per studiare la storia del nostro Paese in modo nuovo; in “Partito e antipartito” è andato alla ricerca delle origini dei movimenti che si schierano contro i partiti. Cosmacini ci racconta le trasformazioni in ambito medico avvenute per e con la Rivoluzione francese e auspica il recupero della centralità dell’uomo/paziente nel rapporto tra medico, sviluppo scientifico-tecnologico e paziente. Burstin comincia a rimettere le cose a posto dopo che per un trentennio la Rivoluzione francese è stata attaccata e demonizzata su tutti i fronti ed è stata presentata come la radice di una pianta infetta che generava totalitarismi e regimi spaventosi. Era ora che qualcuno competente e preparato cominciasse a fare pulizia.
Perciò, dal momento che, contrariamente a quanto voleva qualcuno un paio di decenni fa, la Storia non è affatto finita, e dal momento che si stampano e si pubblicano libri come questi, si può ricominciare a sperare.

(Matteo Banzola, 30 settembre 2016)

Pensieri a caldo sul 2 agosto e su Zangheri

Rai Storia ha mandato in onda un documentario sulla strage di Bologna e sul Sindaco che allora la guidava, Renato Zangheri.
Vedere oggi, adesso quella città, quel fermento, le iniziative dal basso come della giunta comunale, lo stupore ammirato dei giornalisti stranieri che venivano a Bologna a cercare cosa fossero (più che chi fossero) questi strani comunisti che amministravano una città ricca e colta, e che avevano il consenso di almeno una parte dei ricchi e di moltissimi tra i colti (e quando questi non gli concedevano il consenso, gli garantivano però il rispetto) – vedere tutto questo oggi, per uno uno storico è allo stesso tempo straziante e straordinariamente avvincente.
È straziante per le macerie e il marciume che ci circonda. E non è un fatto di persone. Gli arrivisti erano anche lì, in quel momento e in quel partito. È, invece, la costatazione di quanto fosse stato capace quel ceto politico di fondersi con quanto avveniva in basso; di annullare cioè la caratteristica italiana dei gruppi dirigenti distanti dalla realtà delle cose e dei problemi di tutti i giorni delle persone comuni e delle persone semplici.
“Bisogna capire, prima di fare. Fare non basta. Anche i totalitarismi hanno fatto, ma hanno fatto male”, dice Zangheri in uno stralcio. La distanza da quel progetto che dava vita all’idea dell’“umanizzazione dell’uomo” (Zangheri cita Costa) a oggi (pieno di governi del fare, di gente che fa, che deve fare) è tutta qui.
C’era in quell’uomo e in quel progetto la consapevolezza che bisogna sapere, per saper far bene. C’è, in quelle parole, il grande studioso, il grande storico, consapevole del peso e della forza del passato. E, anche, la consapevolezza di quanto sia difficile capire il nuovo.
Lo trovò il nuovo, Zangheri, nel movimento del ’77, che a Bologna era molto diverso da altre città, e che lo contestò duramente. Da anziano ha ammesso di averlo capito poco e che su molte cose quegli studenti avevano avuto buon fiuto.
Mentre scorrevano le immagini della strage di Bologna, un’amministratrice del tempo dice che la città non aveva avuto bisogno di organizzarsi perché lo fece da sola: “sapevamo fare”, dice con orgoglio. Orgoglio meritato, giusto e sacrosanto.
Ma lo storico che ascolta la voce di semplici cittadini che inonda i centralini chiedendo cosa può fare per rendersi utile in qualche modo, deve chiedersi com’è potuta avvenire una metamorfosi così radicale nella mentalità, nel modo di sentire, di percepire, di vivere con gli altri. (E questa, per uno storico, è una cosa avvincente).
Non ho potuto fare a meno di pensare che stavo guardando le immagini di una decapitazione. Decapitazione non di una città, ma di un’idea di mondo e di vivere. La strategia della tensione, i depistaggi ecc., sono importanti, fondamentali. Ma non bastano. Non è solo una stazione sventrata con 85 morti e chissà quanti feriti, non è solo una città ferita, non è solo un simbolo sfregiato. È un mondo e un’idea che crollano.
E’ l’“umanamento dell’uomo” pensato da Costa e a cui Zangheri lavorava che viene spezzato.
Quello che oggi si può dire è che ci sono riusciti. L’hanno spezzato.

(Matteo Banzola, 2 agosto 2016)

Pensieri sconnessi su un disco e su un periodo.

Io non sono un gran critico musicale. Anzi, me ne intendo poco o niente; ascolto musica come la maggior parte delle persone: perchè mi piace, perchè rilassa, mi fa compagnia ecc. Bene, ieri sera ascoltavo London Calling dei Clash, un gruppo che conosco fin da quando ero ragazzino perché chi ha fratelli e sorelle maggiori ne assorbe gusti, letture, musica e, vuoi o non vuoi, ne resta influenzato in molti modi.
Quel fantastico programma che è Youtube, che permette di ritorovare chicche di ogni genere, ogni volta che viene selezionato un pezzo o un album ne indica altri o dello stesso gruppo o dello stesso genere. Tra questi c’era un pezzo, sempre dei Clash, del loro primo album (“The Clash”): una roba inascoltabile perfino per chi ha orecchie grezze come me.
Allora mi è venuta la domanda: ma com’è che questi qui hanno esordito con una schifezza così e due anni dopo ti tirano fuori dal cilindro un disco (doppio) che a 35 anni di distanza è considerato uno dei migliori in assoluto della storia del Rock? Come spiegare la distanza abissale tra quei due dischi? Come spiegarla non riferendosi al fatto che quei quattro, con tutta evidenza, sapevano suonare e nel primo disco erano ancora acerbi anche se pieni di potenzialità – questo è ovvio; come spiegare la distanza enorme che quei due dischi dimostrano: se qualcuno che non conosce il gruppo ascoltasse London Calling e poi The Clash non solo farebbe fatica a dire è lo stesso gruppo, ma anche che tra il primo (The Clash) e il secondo (London Calling) siano passati due soli anni. In breve, quei due dischi indicano che in quello spazio di tempo è successo qualcosa di profondo nella società, nella mentalità collettiva, nel modo di stare assieme.
Che la fine degli anni ’70 siano una periodo-cerniera è un dato appurato da tempo. Ma non sono così sicuro che gli aspetti sui quali gli storici hanno posto lo sguardo fino adesso (la fine del “lungo ’68”, il terrorismo, la nascita – o rivincita? – del privato sul collettivo, il consumismo, la “strana” apparizione dell’eroina), siano quelli che consentono i carotaggi più profondi. Perché la musica è un fatto planetario e simultaneo. A me pare, per esempio, che un altro disco, “Platinum” di Mike Oldfield, testimoni, su tutt’altro versante musicale, lo stesso passaggio – i pezzi “mixati” in forma rudimentale, le ovazioni dei concerti inserite in sottofondo ecc.).
Non sarebbe male andare a frugare negli archivi delle case discografiche. Non è da escludere che i verbali delle riunioni di quelli che decidevano cosa pubblicare abbiano parecchio da dire agli storici.

(Matteo Banzola, 27 maggio 2016)

La storia al tempo di internet

A un certo punto della sua vita Marx si trasferì a Londra per poter studiare in quella che era allora la più grande e più fornita biblioteca del mondo, la British Library. Se vivesse oggi (e se il buon Engels gli pagasse una connessione a Internet, date le note difficoltà del fondatore dell’Internazionale nel far tornare i conti di casa), non avrebbe alcun bisogno di trasferirsi: Google Books, Internet Archive, Gallica, dp/la, Europeana, MDZ Deutsche Digitale Bibliothek e un’infinità di altri progetti di digitalizzazione, mettono a disposizione decine di milioni di libri, riviste e documenti.
C’è oggi, di fatto, la possibilità di svolgere gran parte del lavoro direttamente dallo studio (o dal divano, o dalla cucina, sempre che il wi-fi funzioni) di casa propria, eccezion fatta, ovviamente, per la documentazione d’archivio. Cioè, per dirla in altro modo, ci sarebbe la possibilità concreta di “riscrivere” la storia ogni cinque-sette-dieci anni, in base alle domande, ai problemi, alle prospettive o soluzioni che vengono dalla politica, dall’economia, dalla società. Il che – il rinnovare gli studi e le ricerche – è esattamente ciò che gli storici dovrebbero fare.
Ma c’è di più. Internet ha aperto un’infinità di mondi. Tra questi, quello della condivisione. E’ possibile, oggi, condividere quel che si sa praticamente con chiunque. Grazie a questo volocissimo e impressionante sviluppo tecnologico la settimana scorsa ho potuto una video conferenza (un esperimento da perfezionare), ma a pensarci bene, questa possibilità ha fatto compiere a me e a chi, con gentilezza, mi ascoltava, un impensabile ritorno al passato, un fenomenale balzo all’indietro alle origini della cultura occidentale: Socrate, Aristotele o Platone facevano lezione per strada, nei parchi, ovunque. Chi mi ascoltava poteva tranquillamente essere a letto, in un bar o su un autobus.
In tempi in cui le università (per una serie di ragioni sulle quali qui non mi soffermo) si sono parecchio chiuse e dialogano poco e a fatica con la società, questa potrebbe essere una via d’uscita percorribile, interessante e perfino, per certi aspetti, egualitaria (ci sono molti spazi, oggi in cui è disponibile il wi-fi).
Della tecnologia si può dire molto male (con molte buone ragioni). Ma non sempre e non per tutto.

(Matteo Banzola)