Opere Generali

Luciano Guerci
Uno spettacolo non mai più veduto nel mondo. La Rivoluzione francese come unicità e rovesciamento negli scrittori controrivoluzionari italiani (1789-1799)
UTET, Torino, 2008, pp. VI, 321

 

Le rivoluzioni sono cosa rara. Ma quando avvengono impressionano. La Rivoluzione francese è una dei due genitori della modernità (l’altra è la Rivoluzione industriale): la sua portata è stata tale che, almeno fino alla caduta del muro di Berlino, il mondo ha avuto una delle sue radici in quell’evento. Evento che non poteva non lasciare sgomenti i contemporanei che lo videro esplodere.
Luciano Guerci, professore all’Università di Torino e profondo conoscitore di quel periodo e di quegli eventi, ha scritto un libro splendido. La mole di studi sulla Rivoluzione francese è talmente vasta da aver generato una branca della storiografia che si occupa della storia della storiografia della Rivoluzione; ma gli studi di questo tipo sono ancora rari.
Guerci ha scelto di studiare non la Rivoluzione francese, ma l’impatto che essa ebbe su coloro che la avversarono e la combatterono. Con mano sicura ci guida in una ridda di opere, opuscoli, sermoni, pampleth e lettere che potrebbero facilmente disorientare il lettore. Così non è per per la sua perizia e abilità nel suddividere il materiale (il libro è suddiviso in nove capitoli) e nell’analizzarlo. Materiale talvolta noto, spesso inedito o poco conosciuto, improntato tutto alla condanna degli avvenimenti di Francia.
Che ci si trovasse di fronte ad un avvenimento epocale, i contemporanei non ebbero dubbi fin dall’inizio. Il crollo di un intero sistema economico, culturale e sociale non è cosa che possa lasciare indifferenti.
Perfino Papa Pio VI prese tempo prima di esprimersi al riguardo, lasciando invece il compito di avversare la Rivoluzione a riviste e scrittori che spesso pubblicavano le loro opere senza indicazioni di luogo e anno (p. 260): il “rovesciamento” e l'”unicità” dell’evento sono i fili conduttori del lavoro, analizzati sotto varie luci e aspetti.
Chi aveva provocato il tracollo del vecchio regime? E quali ne erano le conseguenze? Responsabili primi erano stati i “filosofi” (nominati nei più svariati modi: “filosofanti”, “filosofastri” ecc.), primo fra tutti il mai esecrato abbastanza Voltaire, che con le loro dottrine avevano minato alla base l’autorevolezza del trono e dell’altare e ingannato il popolo ignorante e facilmente manipolabile facendogli annusare l’odore della libertà e dei “diritti dell’uomo”. Le libertà vere, invece, erano quelle ammesse dalla Chiesa e che, una volta tolte, avrebbero spalancato le porte all'”anarchia” (p. 35); d’altro canto – sostenevano alcuni – i diritti l’uomo li aveva già, e da tempo: non c’era nessun bisogno di sbandierarli in faccia al mondo col pericolo che il popolo li interpretasse alla sua maniera – cioè sbagliata. Piuttosto, anziché incitare a “esaminare” si sarebbe dovuto insistere sul “non dubitare” (p. 115). Non dubitare, perché una volta lasciato libero, il popolo si sarebbe poi lasciato trasportare dalle sue passioni incoerenti, (pp. 134-35). La vera libertà, invece, consisteva nell’accettare quella “subordinazione” che rende “felici i sudditi senza opprimerli” (p. 137), cosa tanto più vera se si si pensava per un attimo al fatto che perfino in Paradiso i santi non erano tutti uguali, figurarsi gli uomini sulla terra (p. 139). Era vero che, in sintonia al pensiero sociale della Chiesa, alcune categorie potevano rivendicare diritti di aiuto e sostentamento, ma questo riguardava l’aspetto caritativo ed evangelico, non una uguaglianza di fatto. Terreno spinoso, questo, per altro, perché non mancarono osservatori che pur essendo nemici giurati della Rivoluzione, arrivavano a teorizzazioni non lantane da quelle dei più infervorati sanculotti (pp. 149 ssgg.).
Ma al di là di queste schegge restava il fatto che la libertà dei rivoluzionari era non solo fittizia, ma ingannatrice: semplicemente, essi si erano sostituiti ai padroni precedenti presentandosi in vesti nuove mentre le disuguaglianze, di fatto, continuavano a sussistere (p. 155).
I secondi responsabili, secondo i controrivoluzionari, erano i detestati giansenisti (riformatori che volevano l’autonomia dei vescovi dalla Santa Sede e i diritti delle chiese nazionali), specie di coloro che, come Tamburini, giungevano a giustificare i mutamenti istituzionali introdotti e la legittimità dell’Assemblea Nazionale (e il conseguente giuramento) anche se riconosciuta come “usurpatrice” (p. 168). Dal canto loro i giansenisti italiani cercavano di prendere le distanze dai giacobini edi destreggiarsi in qualche modo sulla spinosa questione della costituzione civile del clero. Infine, responsabili erano i massoni, pecore nere sparse più o meno ovunque e sempre inclini ad oscure e pericolose macchinazioni tese a rovesciare l’ancien régime.
Come stupirsi allora se il risultato dell’azione congiunta di queste forze fosse un rovesciamento mai visto nella storia? I controrivoluzionari italiani rarissimamente facevano distinzione tra le varie fasi della Rivoluzione. Essi la vedevano come un unicum, un processo continuo di usurpazione, ferocia sanguinaria, libera espressione di idee e comportamenti senza freno.
Come rimediare a un flagello simile che, per di più, sembrava potersi estendere ad altri Paesi? pregando Dio e invocando l’intervento della Divina Provvidenza, naturalmente (ma vi era anche chi vedeva nella Rivoluzione una castigo divino); auspicando una levée en masse di segno opposto; approntare la riesumazione dell’Inquisizione (pp. 111-12), provvedimenti insomma in grado di riportare le cose come stavano non tanto immediatamente prima della Rivoluzione, ma molto più giù, quando i tempi erano sicuri. Soprattutto, dato che la Rivoluzione aveva smosso le acque un po’ ovunque e perfino nella solida e stabile Inghilterra, diventava imperativo non accogliere qualunque richiesta, anche moderata, di riforme. Su questo, l’agronomo ed esperto di statistica Arthur Young era stato chiarissimo (cfr. cap. VIII). A questo proposito è curioso che questi autori si scagliassero contro la libertà di stampa, salvo poi lamentarsene quando veniva applicata ai loro scritti.
Guerci ha riportato alla luce ed argomentato una produzione importante perché molti termini del linguaggio politico ancora in uso (crisi, destra, sinistra e altri ancora) sono stati coniati da questi scrittori. Studiosi e scrittori sempre mossi dall’ira e dall’odio – e dall’impotenza –  verso quanto  stavano vedendo, ma talvolta capaci di vedere acutamente dentro lo svolgersi degli eventi con pronostici esatti (la caduta di Robespierre, ad esempio, ma ce ne sono altri).
Soprattutto, condividendo quanto afferma l’A.: leggendo le opere dei controrivoluzionari “spesso sembra che, passati più di due secoli, poco o niente sia cambiato nel patrimonio culturale di chi rivendica il primato nell’ammaestrare le genti” (p. 8).
Questo “spettacolo non mai più veduto nel mondo” dovrebbe essere letto con qualche infarinatura preliminare. Chi ne fosse a digiuno può trovare un valido supporto nell’agile sintesi di Erica Joy Mannucci, “La Rivoluzione francese”, Carocci editore, Roma, 2002. Di aiuto è anche la bella e dettagliata recensione di Michele Simonetto, “Scrittori controrivoluzionari italiani”, in “Studi Storici”, anno 49, n° 4 (Ottobre-Dicembre) 2008.
Giorgio Cosmacini
Medicina e Rivoluzione. La rivoluzione francese della medicina e il nostro tempo.
Raffaello Cortina, Milano, 2015, pp. 390.

Perché tornare a studiare e ripercorrere oggi la Rivoluzione francese e quanto essa ha generato? Cos’hanno da insegnarci eventi accaduti quasi duecentotrenta anni fa? Soprattutto, cos’hanno da dirci in rapporto a una scienza – la medicina – che si è modificata così tanto rispetto a quel tempo?
Ce lo spiega Giorgio Cosmacini, uno dei più autorevoli storici della medicina e autore di molte opere, nel suo ultimo libro Medicina e Rivoluzione. La Rivoluzione francese della medicina e il nostro tempo, un libro prezioso, scritto nella prosa densa e raffinata che contraddistingue i suoi libri.
Non farò un riassunto con citazioni estrapolate dal testo. Ciò che mi interessa e che ritengo importante è il motivo per cui Cosmacini ha avvertito il bisogno di tornare a studiare quel periodo.
Nelle pagine finali, riprendendo una delle ultime proposte interpretative di Le Goff, sostiene che il Medioevo sia finito realmente con la Rivoluzione francese. L’ipotesi è suggestiva, ma senza necessità di argomentare i pro e i contro, non c’è dubbio che il 1789 è stato la cesura fondamentale tra il prima e il dopo. Dopo l’Ottantanove il mondo e la società non furono più gli stessi. Non lo furono più nemmeno in ambito medico: il rinnovamento fu tale che il progresso delle scoperte e della formazione del sapere medico non si arrestò nemmeno con la Restaurazione, ma anzi proseguì. Per quanto radicali siano o appaiano ai contemporanei che e vivono, le rivoluzione non fanno mai tabula rasa del passato. La Rivoluzione francese non fa eccezione, ma in ambito medico ci arrivò assai vicino: non uno degli aspetti della disciplina – dalla figura del medico agli ospedali, dalle scuole, università e metodi di insegnamento alla legislazione in materia – riuscì a passare da un pre al post rivoluzione.
Ma soprattutto, al centro tra rivoluzione dall’alto di menti illuminate e consapevoli, e rivoluzione dal basso, che veniva dalla base della società, fu posto l’uomo. Pensatori rivoluzionari o riformisti, scuole e università e strutture ospedaliere cominciarono a ruotare attorno all’uomo, nacque una “medicina della persona” con successi – perfino la carneficina provocata dalle guerre napoleoniche accrebbero le conoscenze su alcune malattie, rinnovarono la tempestività dell’intervento del medico con il “pronto soccorso” e fecero compiere enormi progressi alla chirurgia – e insuccessi: si pensi al fallimentare – su lungo periodo, innegabile – riformismo di Pinel in ambito pre-psichiatrico, di cui però l’autore sottolinea giustamente il tentativo generoso.
Questa centralità è andata dissolvendosi poi col progredire della tecnica e di altre scienze, che da un lato hanno parcellizzato sempre più la professione medica affinando le specializzazioni, dall’altro hanno reso il medico un semplice esecutore di tecniche e applicazioni. Ma, soprattutto, lo ha distanziato sempre più dal paziente, dalla persona. Lo dimostra la “crisi” della medicina attuale – paradossalmente “malata” e bisognosa di essere profondamente ripensata e riformata. Ecco che allora il riconsiderare e il ripercorrere quel periodo lontano torna utile per affrontare scenari nuovi, incerti e per molti aspetti preoccupanti.
L’importanza di questo libro sta anche nel fatto stesso che Cosmacini lo abbia scritto ora. Dopo ormai trent’anni dalla fine del “secolo breve” appare chiaro che la strada imboccata non è quella risolutiva che ci si augurava e l’autore compie quello che è esattamente il compito dello storico: partire dal presente per capire il passato e studiare il passato per capire il presente – come diceva Bloch – non è solo un’operazione storiografica. È il modo migliore per individuare ciò che è andato storto e che occorre riparare.
 
Paul Begg Jack lo Squartatore: la vera storia
UTET, Torino, 2006, pp. 314.

Personalmente diffido sempre delle “Storie vere” e dei titoli urlati. Di solito non riservano quanto promesso.

Invece devo dire che questo Jack lo Squartatore è una insperata, bella sorpresa. Si sente che l’autore è uno specialista.
In 14 capitoli ci racconta la storia di questo mistero, ma con intelligenza e preparazione sfrutta la figura dello Squartatore per allargare lo sguardo alla Londra del tempo e alla società vittoriana: “Se c’è una cosa che distingue i delitti di Jack lo Squartatore da altri crimini simili è la loro politicizzazione” (p. 136). La dimostrazione di questa affermazione ha stimolato l’autore a escogitare un plot efficace ed avvincente: nel primo capitolo descrive lo sviluppo di Londra fino a focalizzare l’attenzione del lettore sull’East End, la famigerata zona dove si muove (e presumibilmente vive) il serial Killer, descrizione poi ripresa nel capitolo terzo, dopo aver fatto conoscenza della prima vittima. I capitoli 5,7 e 8 sono sguardi allargati ai grandi problemi dell’epoca: ordine pubblico/polizia; prostituzione, disoccupazione e condizione di vita dei poveri; problemi che la sanguinaria figura di Jack ha contribuito a porre all’attenzione dell’opinione pubblica e spronato governi altrimenti indifferenti o quanto meno indolenti, a cominciare ad affrontare e a risolvere: “Il gran parlare degli orrori delle abitazioni dei bassifondi, che si trattasse di rapporti del parlamento o degli innumerevoli articoli usciti sulla stampa sia popolare sia specializzata, […] rese cosciente dei problemi qualunque persona capace di leggere e scrivere” (p. 37).
Basandosi su fonti archivistiche, letteratura, memorie e stampa coevi e supportato da una buona storiografia, Begg illustra e spiega questi temi – non ultimo, e per certi aspetti sorprendente, la “mutazione” della stampa, la cui influenza diventa fondamentale (pp. 188 ss.gg.) – intercalando e presentandoci i sei omicidi attribuiti a Jack.
Nel complesso, dunque, emergono dal libro le paure tipiche della borghesia vittoriana, altezzosamente indifferente all’infinita miseria di una fetta enorme di popolazione quando è tutto tranquillo, ma isterica, insicura e pronta a correre ai ripari quando si sente minacciata, prima che il bubbone della miseria esploda e invada la Capitale: sia mai che a questo misterioso Squartatore salti in mente di sgozzare giovani donzelle per bene. Vi è addirittura chi, in quel 1888, alla vigilia del centenario della Rivoluzione francese, teme che i delitti dello Squartatore, dopo aver svelato a tutti la vergogna della prostituzione e della miseria più estrema, abbiano risvegliato gli istinti “bestiali” delle masse e si sia sull’orlo di una rivoluzione sociale.
Chi era Jack lo Squartatore? Non si sa, ma l’autore seleziona cinque individui più papabili di altri e, tra questi, sospetta fortemente di uno.
Per scoprire la sua opinione, basta leggere.

Jean-Paul Aron
La Francia a tavola dall’800 alla Belle epoque
Einaudi, Torino, 1978, pp, XXIII-256

Nello scrivere questo libro, Aron deve essersi divertito un sacco.
Con grande onestà l’Autore mostra il suo obiettivo e i limiti del libro. Quella che ci presenta non è una storia dell’alimentazione in Francia. E’ una specie di “Gambero Rosso” dell’800, una guida a ristoranti, bistrot, locande, trattorie, bancarelle da strada, ovunque si venda da mangiare insomma, nella Parigi del secolo XIX. Il resto della Francia, e Aron lo ammette subito, resta esclusa dalla sua trattazione.
Poco male: a parte il famoso detto “Parigi poi il deserto”, che potrebbe giustificare di per sé la scelta fatta (anche se Aron sa benissimo che le cose non stanno così), il materiale che ci riporta è più che sufficiente.
Senza contare, inoltre, che le ammissioni fatti fin dalla prefazione lo liberano dagli obblighi dello stile, piuttosto asettico, da storico accademico e può lasciarsi andare al gusto di raccontare e di indicarci pregi e difetti dei locali.
Quanti soldi abbiamo da spendere? E’ questa la domanda fondamentale. Per chi problemi non ne ha, si spalancano le porte dei ristoranti alla moda, con chilometrici menù che farebbero venire un colpo apoplettico a qualunque salutista: capacità e fama del cuoco, specialità della casa, vini da accoppiare alle portate, clientela abituale, qualità del servizio, prezzi e altre curiosità.
Con buona pace di chi vede la storia in bianco o nero, veniamo a sapere non solo che i grandi cuochi che rimpinzavano le inutili panze degli inutili nobili che se ne stavano a Versailles, una volta fiutato il vento che cambiava li piantarono di punto in bianco e aprirono ristoranti per proprio conto, ma anche che, perfino negli anni più torbidi del Terrore, mentre le teste tagliate dalle ghigliottine rotolavano a decine e il Comitato di Salute Pubblica razionava più o meno quel che c’era, ad avere soldi in tasca e sapere dove andare, ci si poteva permettere cene da favola.
Dai locali eleganti per i ricchi, Aron ci guida giù giù, in quelli borghesi per gente che poteva permettersi di quando in quando uno stravizio o una gran serata; in quelli con qualche pretenziosità (e dove si mangiava comunque più che bene) frequentati da coloro che guardavano invidiosi quelli che, in un modo o nell’altro ce l’avevano fatta; fino ai bistrot, alle trattorie frequesntate da popolani e artigiani che badavano più alla quantità che alla qualità, fino alle infime bettole dei quartieri poco raccomandabili, olezzanti di umori stantii e odore di pessimo vino, dove poveracci senza il becco di un quattrino per un soldo avevano diritto a impugnare un enorme forchettone e piantarlo nel fondo di un gigantesco pentolone pieno di brodaglia. Quel che viene viene: se è un pezzo di carne tanto meglio, sennò un sedano, una carota, un pezzo di patata, oppure… niente e “ritenta e sarai più fortunato”.
Ma Aron si diverte a raccontare: storie di mangiatori pantagruelici, tipi davvero senza fondo, capaci di mettersi a tavola alle 13 e di alzarsi alle… 13 del giorno dopo; di tipi che scommettono senza fare una piega lo tipendio di un anno di un buon artigiano, di riunioni di famelici “gourmands”, che non badano a spese per soddisfare la propria golosità, ma in compenso son destinati a campare poco e finire, di solito, con le coronarie scoppiate.
Non finisce qui, perché la curiosità dell’Autore lo spinge a varcare la porta di ospedali e ospizi: porta della cucina, s’intende. E (pur essendo lontano anni luce dal marxismo) ci dimostra, se ce ne fosse bisogno, che il mangiare è questione di classe: non solo quella che si dimostra nel prepararlo o nel gustarlo a tavola, ma di classe sociale.
Insomma, non si può non definire un libro gustoso, che però ha un unico difetto: se lo leggete lontano dai pasti vi fa venire una fame devastante. 

 
George Vigarello
Lo Sporco e il pulito
Marsilio, Venezia, 1987, 262 pp.

“Fare il bagno nella vasca è di destra, far la doccia invece è di sinistra”, cantava Giorgio Gaber. In parte potrebbe perfino essere così: storicamente esiste una demarcazione di classe tra vasca da bagno e doccia.
Non è l’unica. In questo libro piacevole e ricco di informazioni, l’autore ci guida in un lungo viaggio ragionato verso la nostra quotidianità di oggi, che comincia o finisce con un bagno. Beh, Vigarello ci racconta e ci spiega che  non è sempre stato così e  che occorsero secoli per giungere a quella che oggi è un’abitudine quotidiana.
Anzi, dagli ultimi decenni del ’500, i medici consigliano di non fare il bagno. Suggerimento che aveva una sua logica. Dal momento che si pensa che molte malattie si trasmettano tramite l’aria, l’acqua, rilassando la pelle ed allargando i pori, “apre” il corpo ai bacilli pestiferi: il corpo bagnato é considerato più vulnerabile perché si offre all’aria infetta. Questo vale soprattutto per la delicata pelle dei bambini che per questo deve essere protetta con olio e altre sostanze. Le gambe del Delfino di Francia non vengono lavate fino ai sei anni (p. 25). Non è che non ci si pulisca. Ci si pulisce a secco. Eccezion fatta per le mani e il viso che si ha l’obbligo di lavare perché esposti alla vista di chiunque (p. 59), il resto del corpo viene strofinato o spazzolato e i capelli riempiti di polveri per sgrassarli.
I bagni pubblici, che hanno conosciuto bei tempi prima della peste, si rarefanno e si trasformano in luoghi ambigui; più case di piacere che bagni veri e propri. Bagni privati esistono in alcune – poche – dimore signorili, ma questi “arredano”, sono un simbolo di status, più che essere utilizzati per la pulizia personale e vengono utilizzati per lo più per ricevimenti, banchetti e appuntamenti galanti.
La stessa regola che vale per il viso e le mani, vale anche per la biancheria: quella esposta allo sguardo deve essere pulita, decente e presentabile mentre la pulizia dell’intimo, che resta nascosto, non ha alcuna importanza. Le cose cominciano a mutare lentamente a partire dal ’400, quando le lunghe tuniche si accorciano e il bianco delle camice visibili rimandano alla pulizia interna: la biancheria pulita sta a indicare che anche chi la indossa lo è (p. 81). Ci vogliono due secoli prima che la biancheria diventi “esterna”. Assorbendo il sudore, la biancheria “lava” senza bisogno di ricorrere all’acqua; ma allo stesso tempo, si mette in mostra. Quindi, cambiarsi spesso biancheria è allo stesso tempo un atto di pulizia personale e un avvertimento a tutti della pulizia della persona. In questo modo, il vestiario diventa un segnale sociale (pp. 87-89); segnale per i ricchi, naturalmente, che indicano la propria posizione con stoffe pregiate: alla pulizia, i ricchi sono tenuti ad aggiungere l’eleganza.
Eleganza nel vestiario, certamente, ma anche nel trucco, nella parrucca e dal ’600, nel profumo. Profumo che, tra l’altro, ha il compito di coprire il puzzo di un corpo che continua a dover essere pulito solo nelle parti visibili. Non solo, il profumo dà sollievo e corregge l’aria viziata e pericolosa (p. 104).
Il ’700 eredita questi concetti, ma ne aggiunge di propri. Innanzitutto, per le classi superiori – e tra queste, per una minoranza –, il “bagno diventa quasi normale” (p. 112). In secondo luogo, comincia a vacillare (anche se sottotraccia la convinzione rimarrà a lungo e ogni tanto riaffiorerà) il timore che le malattie contagiose s’infiltrino nel corpo per mezzo dei pori, sia perché non ci sono più epidemie devastanti, sia perché si comincia a pensare che il fisico è in grado di reagire; possiede un vigore innato e il bagno freddo stimola le forze vitali interne (pp. 150-152).
Allo stesso tempo, i poteri dell’acqua si diversificano: quella calda è emolliente e indebolisce, quella tiepida rilassa e calma, quella fredda tonifica e rinvigorisce (p. 117). Cominciano ad apparire i primi bagni caldi nelle abitazioni signorili, considerati segno di progresso in quanto segno evidente di pulizia, di gusto estetico e raffinatezza (p. 119). Meglio lavarsi però in primavera e in estate per contrastare il caldo (p. 122).
Strano a dirsi, ma sono i francesi ad avere inventato il bidé; è però ancora molto raro alla metà del ’700. La “comode” come veniva chiamato, è indice dell’affermarsi dell’igiene personale, almeno per la nobiltà; molto meno tra la borghesia. L’igiene personale provoca anche modifiche sostanziali nell’arredamento dei palazzi signorili: ora si ritiene necessaria un’ “intimità personale” di cui fa parte integrante il “cabinet de propreté” (stanzini per la toelette).
Dunque, almeno per le classi superiori, alla metà del secolo vi sono nuovi concetti che riguardano l’igiene e lo spazio personale per praticarla e un nuovo senso della pulizia (p. 130). Come si vede, si tratta di fenomeni che indicano un diverso utilizzo dell’acqua: il bagno entra a far parte dell’igiene non perché pulisce, ma perché rafforza (p. 137 e nota 8). È un concetto che apre tutto un ragionare sulla contrapposizione acqua fredda = forza e vigore/acqua calda = debolezza e fiacchezza. Si tratta, ne più, né meno, di un contrasto ideologico e di classe: il bagno freddo e tonificante è praticato (e rivendicato) dalla borghesia in ascesa e i cerca di spazi politici, la quale rimprovera alla nobiltà fiacchezza e lascivia simboleggiati dal bagno caldo (pp. 139 sgg). La borghesia non “lava” i propri figli, ma li bagna e li immerge: dal 1777 si aprono corsi di nuoto.
Allo stesso modo, la condanna della cosmesi equivale alla condanna degli eccessi dell’aristocrazia molle e debole: essere puliti significa non essere sofisticati come l’aristocrazia (“pulizia contro la vana affettazione” come scrive Russeau, p. 155).
Nella questione dell’igiene e della pulizia vi è dunque una contrapposizione sociale, tra una borghesia sempre più sicura di sé e l’aristocrazia. Se per tutto il ’600 il profumo copre e contrasta i cattivi odori, ora è un inganno per l’olfatto: lo usano gli aristocratici per nascondere le loro miserie morali (p. 161). A rafforzare questo nuovo modo di vedere collaborano anche motivazioni mediche: la chimica nascente si preoccupa degli ingredienti dei cosmetici: la cosmesi eccessiva ostacola la fuoriuscita degli umori e pertanto indebolisce o ammala. La gamma dei profumi si amplia e si diversifica: la borghesia fa propri quelli primaverili perché rimandano al vigore.
Il passaggio decisivo è dato però dal fatto che comincia ad affermarsi l’idea che la pulizia rafforzi la salute. Occorrerà qualche decennio perché dalle teorizzazioni dei medici si passi alla pratica effettiva, ma una tappa fondamentale è data nel 1773 con l’apparizione della “Gazzette de santé”, rivista che sancisce il cambiamento della mentalità.
La pulizia favorisce la longevità e quindi la produttività dell’uomo. Essendo gli uomini una ricchezza per lo Stato, la popolazione costituisce una risorsa economica. Questo fa sì che la pulizia e l’igiene “scendano” tra le classi popolari.
Sono gli inizi di un’amplissima riorganizzazione sociale che comporta un’organizzazione sanitaria su vasta scala (nel 1776 nasce la Société Royale de Médecine) destinata a protrarsi nel tempo e che ha diversi aspetti. Comincia ad acquisire importanza la struttura urbana in funzione dell’igiene: il tanfo non è solo fastidioso, ma è anche pericoloso: dalla carne morta emergono esalazioni mortifere (pp. 168-69); l’accumulo di rifiuti diventa un focolaio di infezioni; vengono ripulite e riorganizzate le sale degli ospedali, separati i malati (p. 171-72); si spostano cimiteri.
Queste nuove idee di “polizia medica” sconvolgeranno lo spazio pubblico delle città (p. 170). Riorganizzare gli ospedali significa occuparsi del popolo e dei poveri. La sporcizia facilita il diffondersi di malattie, i poveri non si lavano affatto quindi bisogna quanto meno cambiare spesso lenzuola, biancheria e camicia dei poveri ricoverati. Di qui a pensare di cominciare a “lavare il popolo”, la distanza non è lunga (p. 177). “Lavare il popolo” significa in primo luogo disporre di acqua in quantità, sia per lavare le persone – in gran parte con bagni pubblici (p. 183) prima che con bagni privati –, poi per lavare intere zone delle città.
Ma mentre tutto questo comincia ad essere formulato dagli specialisti, si diffondono pratiche igieniche tra la borghesia: il numero di coloro che possiedono un bidé aumenta in modo consistente negli ultimi due-tre decenni del ’700; fanno la loro apparizione strumenti specifici per l’igiene intima (specie per le donne) come siringhe e cannule. Ovviamente vecchie idee e pregiudizi non lasciano il campo facilmente: oppongono una strenua resistenza, anche tra famiglie altolocate, ma il bagno si è diffuso.
C’è una parola che indica il mutamento in atto. A inizio ’800 compare la parola igiene, “una disciplina particolare della medicina”, con nuove istituzioni (commissioni per la salute), progetti e programmi: viene raccomandato il sapone perché la pelle ben pulita è più morbida e respira meglio.
Sono intervenuti fatti nuovi: medici e chimici studiano la respirazione della pelle, ma le nuove teorizzazioni (in parte errate) si scontrano con pregiudizi radicati. Per molti, il bagno caldo resta sospetto, lavare i capelli suscita perplessità; vi è anche chi, supponendo una concatenazione dal calore agli organi genitali, arriva a sostenere che il bagno caldo è immorale. La diffusione del bagno deve scontrarsi con questi pregiudizi.
L’epidemia di colera del 1832 cambia molte cose. Per prevenire il contagio si raccomanda di mantenere la pelle il più pulita possibile e di cambiare spesso la biancheria: ora l’acqua anziché indebolire, protegge.
Altro effetto del colera riguarda la pulizia delle città con la creazione di canali e fogne (p. 210). Anche il numero degli stabilimenti per i bagni viene moltiplicato; questi però sono ancora costosi e riguardano essenzialmente i ricchi borghesi – nei grandi palazzi signorili la stanza da bagno è presente dal 1830-40. Se i borghesi si fanno portare “il bagno” (cioè la vasca) a domicilio, nei mesi caldi i poveri vanno al fiume, in stabilimenti appositi.
Ma nei decenni centrali dell’800, quando ormai l’industrializzazione procede a pieno ritmo i poveri vengono considerati un pericolo: i poveri vivono in quartieri malsani e in tuguri lerci; sporcizia diventa sinonimo di vizio e di immoralità (p. 222). Ovvio quindi che si moltiplichino i manuali di igiene a loro indirizzati e queste opere diventano manuali nelle scuole, i comitati di salute pubblica che si estendono anche nelle campagne, bagni pubblici sui fiumi: il fatto che la pulizia diventa sinonimo di ordine facilita l’erogazione dei fondi per la costruzione di bagni popolari dove ci lava e si può lavare anche la biancheria. Ma sono stabilimenti costosi e cui spese, essendo povera la clientela, non può essere recuperata con il biglietto d’ingresso. Perciò il tempo per lavarsi è limitato, l’acqua viene riscaldata appena. Le classi popolari “subiscono” l’igiene (p. 228-30).
Dalla sporcizia dei poveri emerge un soggetto nuovo: il microbo, il batterio (scoperto da Pasteur) che si annida nei vestiti, nelle abitazioni insalubri, nel viso e nelle mani mai lavati. Nasce una nuova paura che provoca una nuova ossessione. Occorre far sparire i microbi lavandosi: la pulizia diventa una forma di profilassi; pulire significa proteggere (p. 237).
Tuttavia, non tutti i germi si scatenano. Si comincia a capire che il corpo possiede delle risorse, oppone resistenza. La pulizia allontana germi, ma previene anche infezioni, fortifica e mantiene sani (p. 241). E se è vero che si può avere scarsa igiene personale ma restare perfettamente sani, nella seconda metà dell’Ottocento la pulizia è diventata un obbligo sociale (p. 243) che si pratica, comunque, in una intimità sempre maggiore: gli acquedotti e il riscaldamento a gas rendono la stanza da bagno un luogo privato e intimo (pp. 247-49).
Resta però sempre una distinzione di classe: a differenza della vasca, la doccia come dimostrano le caserme dove viene adottata, consentono di lavare più persone contemporaneamente. Per i borghesi, lavarsi è un bisogno–piacere; per i poveri, un dovere.

Wolfang Schivelbusch
Storia dei generi voluttuari. Spezie, caffè, ciccolato, tabacco, alcol e altre droghe
Bruno Mondadori, 1999, pp. 288.

Lettura piacevole e scorrevole, divertente e istruttiva questa “Storia dei generi voluttuari” di Schivelbusch; un lungo viaggio (corredato da molte illustrazioni) che comincia nel Medio Evo fino alla fine del secolo XIX nel quale l’A. spiega, spesso in modo argomentato e convincente, l’influenza dei generi voluttuari sull’uomo: “Ogni tipo di società ha i generi voluttuari e le sostanze inebrianti che si merita, di cui ha bisogno, e che è in grado di sopportare” (p. 223).
Da questo punto di vista, ad esempio, nel corso del Medio Evo, le spezie non veniva usate tanto per coprire gli odori anuseabondi della carne mal conservata, ma erano prova dello status sociale dell’offerente e del consumatore: maggiore é il consumo (e l’esibizione) di spezie – cioè di sostanze estremamente costose – più alta é la posizione sociale ricoperta (pp. 4 ssgg.). Il gusto è uno stimolo potente a livello sociale: il consumo di spezie delle nobiltà stimolò l’imitazione di una borghesia che lentamente andavava irrobustendosi e arricchendosi proprio col commercio delle spezie. L’aumento della domanda si scontrò con le difficoltà dell’approvvigionamento e con i costi un ulteriori di nuove dogane e dazi. Mix micidiale che portò ad una crisi per uscire dalla quale esploratori-avventurieri come Colombo, nel cercare pepe a altre spezie, si imbatterono nel nuovo modo, finendo per mutare le rotte commerciali e promuovere nuovi gusti, desideri e abitudini.
Non solo, la storia dei generi voluttuari dice molto sui popoli: il caffè, amaro, corroborante, stimolante, si attagliava perfettamente allo spirito della Riforma protestante; la cioccolata, che invece “ha un alto valore nutritivo” (p. 95) riscosse successo nei Paesi cattolici (Spagna soprattutto, poi Francia e Italia) perché “serve da surrogato alimentare nei periodi di digiuno” (p. 95). Ma, se il caffè si lega alla nascita e allo sviluppo del capitalismo moderno sia come sostanza che prolunga l’attività lavorativa, soprattutto se di concetto, sia come luogo (il caffè) in cui gli uomini si ritrovano per discutere pacatamente di affari (Lloyd, la più grande compagnia di assicurazioni del mondo nacque come caffè) e leggere giornali (i primi avevano la loro rudimentale redazione nei caffè); la cioccolata è espressione dell’Ancien régime: il caffè – si riteneva a torto – fa passare le sbronze, è sostanza “essicante” degli umori (che induce a magrezza) e inibisce la sessualità; la cioccolata rispecchia l’indolenza, il dolce far niente e la voluttà dell’aristocrazia. Non è un caso che lo scontro sia vinto dal caffè e che la cioccolata sia stata relegata al consumo di donne e bambini cioè a coloro che “- nella società borghese – dal potere e dalla responsabilità sono esclusi” (p. 104). Seguire la storia del caffè significa anche trovare nervi scoperti della storia più generale: la Germania, che solo parzialmente si inserì nei circuiti internazionale del commercio e dell’economia, e dove quindi la borghesia fu meno forte e dinamica rispetto a Inghilterra, Francia e Olanda, per parecchio tempo fece uso di un surrogato nazionale (il caffè di cicoria, pp. 76-87): solo dopo l’unificazione, quando divenne una potenza mondiale a tutti gli effetti, lo abbandonò.
Anche il fumare tabacco è da sempre associato alle attività legate al pensiero. In comune col caffè, il fumare aveva la caratteristica di sostanza essicante, che favoriva lo studio e la concentrazione (nonché, si legge nei trattati tardo seicenteschi, proprietà curative contro molte affezioni tra le quali la tosse, il fiato corto!). Somiglianza e integrazione, perché il caffè stimola e il tabacco calma: il caffè stimola i pensieri, il tabacco predispone alla calma necessaria per ordinarli. Se il fiutare tabacco, di gran moda nel Settecento, è caratteristico dell’Ancien régime, con tutto il suo rituale e la simbologia affidata alle tabacchiere, le mutazioni del modo di fumare consente all’A. di entrare nei meccanismi della modernità. In particolare nella velocità impressa dalla Rivoluzione industriale: per fumare la pipa occorre molto tempo (anche per prepararla); tempo che si accorcia col sigaro (emblema borghese) e si accorcia ulteriormente con la sigaretta (veloce e quindi adatta a chi ha poco tempo come i proletari, pp. 121 ssgg.). Oggetto quest’ultimo, che si sposa anche con la femminilità e che diventa simbolo di emancipazione per donne che (con grande costernazione dei maschi, p. 130), coraggiosamente fumavano in pubblico.
La velocizzazione del tempo (che si dilata e si accorcia contemporaneamente: si dilata il tempo di lavoro degli operai e si accorcia quello che a loro resta per sè stessi), è dimostrata anche dall’irrompere sulla scena dell’acquavite, entrata in concorrenza con i più tradizionali vino e birra proprio negli anni della Rivoluzione industriale. Fenomeno devastante (l’A. cita Engels e altri) sfruttato cinicamente in tempi di guerra per inebetire i soldati e mandarli al macello, e dilagante al punto che i movimenti socialisti si impegnarono profondamente o per estirparlo o per contenerlo. Così come devastante fu l’uso dell’oppio, venduto liberamente fino alla prima guerra mondiale e una delle colonne portanti dell’imperialismo inglese a danno dei cinesi (vedi cit. a p. 239 e 243), finiti asserviti a causa di questo vizio che nel Celeste Impero divenne vera e propria epidemia (tra il 1767 e il 1850 il consumo cinese di oppio aumentò di 70 volte (236).
Droghe esotiche come l’oppio e l’hascish rimasero comunque in Occidente droghe minoritarie che non riuscirono mai ad entrare nella mentalità e nell’uso comune. L’oppio era largamente usato come medicinale ed era molto diffuso tra gli operai (vedi cit. a p. 238), ma rimase sempre una sostanza minoritaria. Ne facevano uso artisti e appartenenti alle avanguardie, ma l’Occidente reagì all’uso di sostanze che conducevano a comportamenti in grado di minare la produttività della propria economia. Le dipendenze provocate dall’assuefazione furono il viatico alla loro messa al bando e alla punibilità dei consumatori. Ciò spiega perché all’hascish e alla marijuana siano stati attribuiti fino almeno agli anni Sessanta-Settanta del Novecento, valori anti-borghesi e anarcoidi.

 

 Zheng Yangwen
Storia sociale dell’oppio
Torino, UTET, 2007

Il titolo dell’edizione italiana è fuorviante. Il libro della Yangwen non è una “Storia sociale dell’oppio”, ma “The social life of opium in China”.
E’ dunque la Cina e il suo rapporto con l’oppio, il tema del libro.

Scandito in 12 capitoli il libro affronta molti aspetti realtivi all’oppio nella storia cinese. Molti, ma non tutti. Ad esempio, sebbene faccia spesso riferimento alle guerre dell’oppio, manca un capitolo che ne ricostruisca la storia; allo stesso modo, sebbene l’A. citi spesso fonti mediche, non si trova un capitolo sugli effetti dell’oppio.
Rilevate queste mancanze, il libro della Yangwen è un testo stimolante, ben scritto, che ha il merito incontrastato di porre a chiare lettere le proprie tesi. La prima delle quali riguarda il fatto che il successo strepitoso dell’oppio in Cina è dovuto al fatto che esso si integra perfettamente alla cultura e alla mentalità cinese: il modo di relazionarsi con gli altri, di segnalare il proprio successo, di concepire il sesso e il rapporto con il cibo lasciano ampio spazio spazio a una sostanza che richiede tempo per essere assunta e gustata.
La seconda tesi sostiene che se da un lato l’oppio fu la causa principale del lento declino della Cina (giunta a diventare terra di conquista delle potenze europee e di un Giappone che si era da poco “europizzato”); dall’altro fu l’elemento chiave che determinò la sua rinascita. Lo dimostra il fatto che, a partire dal 1483 – l’anno di inizio di questa ricerca – tutti i regimi lo hanno importato o prodotto, sfruttato e commercializzato (comunisti compresi).
Concepito dagli stati vassalli del Celeste Impero come dono per ingraziarsi la benevolenza dei reali, l’oppio si trovò la strada aperta dal tabacco (giunto in Cina ad appena 60 anni dalla scoperta dell’America) e del thé. Sostanza medica, inzialmente, usata per curare molte affezioni, divenne afrodisiaco per potenziare le prestazioni sessuali; di qui, il passaggio a oggetto di ozi raffinati e lussuriosi per le élites dell’impero fu breve, e una volta uscito dalle mura della Città proibita e consumato dalle alte gerachie dell’esercito, cominciò a scivolare verso le classi medie e inferiori attraverso le forze armate. Fu un processo lungo (l’A. parla di “progressione semplice”, p. 219), dovuto alla vastità del Paese. Ma l’uso delle dinastie di spostare il personale amministrativo per evitare un accumulo eccessivo di potere locale ne favorì involontariamente la diffusione tra gli strati sociali medio bassi: la burocrazia statale comprendeva letterati e uomini d’affari e risiedeva nelle città, le quali divennero sia centri di consumo che i punti nodali di smercio. Le città portuali fecero fortuna col commercio di oppio.
Così, i letterati ne cantavano le lodi, gli studenti arrivati nelle città per entrare nella burocrazia dell’Impero imparavano a consumarlo e lo avrebbero poi diffuso nel Paese coi loro spostamenti, e un numero di soldati sempre più ampio cominciò a farne uso – tutti contribuirono a trasformare questa droga in una componemente della vita sociale del Paese.

Quando anche i contadini cominciarono a coltivarlo e a consumarlo, l’oppio fu considerato un problema sociale anche se molto diverso, ad esempio, del problema dell’alcolismo: il consumo di oppio non induceva a intemperanze, a gesti inconsuli o a violenze, e anche questo aspetto si adattava bene alle convenzioni sociali dei cinesi (p. 64).
L’A. sfaccetta con dovizia i molti significati di questa sostanza: sinononimo di agiatezza e di “arte di vivere” nelle mani di letterati e filosofi; stimolo allo sviluppo artistico di una artigianato sopraffino (per le bottiglie da fiuto”, pipe e altri attrezzi) e, attraverso i commerci, integrazione del mercato cinese con quello dapprima circostante e poi mondiale; oggetto ad un tempo di asservimento e di liberazione e scalata sociale per molte donne e, soprattutto, per le prostitute; sostanza cui si demandava il compito di segnalare l’adesione della borghesia cittadina al
trend della moda del momento; droga simbolo di abiezione quando finiva nelle mani del popolo minuto (i coolies, gli operai del trasporto delle portantine lo usavano per ritemprarsi e resistere alle lunghe marce).
Evasione e
ars amandi, abbruttimento e decandenza di un popolo, rituale e denaro, simbolo di civiltà raffinata o di declino, stumento di asservimento e di emancipazione. L’autrice descrive i molti volti di questa sostanza affascinante con un vasto recupero di fonti primarie e secondarie, smentendo anche – implicitamente – l’efficacia del proibizionismo e molte verità taciute: la più importante delle quali è che, volente o nolente, pur gettando le basi per l’affermarsi di una delle mafie più potenti al mondo, l’oppio si è rivelato decisivo per la rinascita – anche economica – del Paese.
Un buon libro, non sempre condivisibile (alcuni parallelismi con il ruolo giocato dall’alcol nell’Europa occidentale poco prima della Rivoluzione industriale o delle rivoluzioni francese e russa non mi convincono del tutto), ma che si legge con piacere e che ha anche il merito di indicare ulteriori percorsi di ricerca.