N. Labanca – Caporetto. Storia di una disfatta

Nicola Labanca
Caporetto. Storia di una disfatta
Firenze, Giunti, 1997

Cosa può dirci una singola battaglia, di un Paese, della società che lo caratterizza, del rapporto tra governanti e governati, di come è visto e considerato dagli altri Stati? Molto. Nicola Labanca, con Caporetto. Storia di una disfatta riesce a focalizzare questi e altri nessi con lucidità e sicurezza, sia pure con una introduzione all’argomento agile e di poche pagine.

Da quella battaglia in poi, Caporetto ha assunto il signficato di debacle, rovescio, disastro, disfatta appunto. Una ferita profonda nel Paese che si è incisa in modo indelebile nella mentalità collettiva, un’onta che, pur sbiadita, è rimasta. Come mai si verificò?

La battaglia di Caporetto

Lo sfondamento del fronte fu dovuto ad un attacco a sorpresa che fu lanciato nella notte del 24 ottobre. Per intensità e modalità di esecuzione, si trattò di un attaco diverso da quelli precdenti, studiato e attuato nei dettagli. Ma era una sorpresa che non avrebbe dovuto esserci: già da settembre “numerose indiscrezioni” davano per imminente una grande offensiva austriaca )p. 26), ma Cadorna, il capo di Stato Maggiore dell’Esercito, non prepararò nessun piano per fronteggiarla. Non fu l’unico errore commesso. Più in generale, a quella data, la stanchezza e l’irrequietezza dei soldati era visibile su tutti i fronti (i francesi avevano dovuto fronteggiare un ammutinamento); la Russia zarista stava crollando proprio negli stessi giorni in cui austriaci e tedeschi stavano preparando i piani per l’attacco al fronte italiano. Ciò significava che avevano la possibilità di spostare truppe dal fronte orientale a quello occidentale. Cadorna e gli alti comandi erano al corrente di tutto questo, ma non ne tennero gran conto.

Cadorna

Il 28 ottobre Cadorna diramò un bollettino nel quale la colpa del cedimento veniva imputata ai soldati:

Il Comunicato di Cadorna del 28 ottobre

C’è già qui, sebbene insito, la concezione che gli alti comandi e gli ufficiali avevano dei soldati: la strategia di Cadorna si era basata fino a quel momento sul tentativo di sfondare il fronte avversario per mezzo di “spallate” che evano un costo umano altissimo. Anche la vita in trincea era durissima, più pesante di quella riservata ai soldati degli altri eserciti (ad eccezione, forse, dei russi).

In pagine chiare ed efficaci, Labanca mostra molto bene la concezione che gli ufficiali di carriera avevano dei “fanti contadini”, delle truppe. In sede storiografica, recentemente è stato sostenuto che Caporetto è la dimostrazione che “l’esercito italiano […] semplicemente non aveva nessuna voglia di combattere” (Ian Kershaw, All’inferno e ritorno. Europa 1914-1919, Roma-Bari, Laterza, p. 69). Anche all’epoca vi fu chi parlò di “sciopero militare”, ma le due affermazioni hanno un significato molto diverso. Giustamente Labanca inquadra la disfatta in un quadro più ampio.

In trincea

L’Italia era stata portata in guerra da una cerchia ristrettissima di uomini. La stragrande maggioranza della popolazione non solo era contraria alla guerra, ma si sentiva estranea ad uno Stato e a governi che la vessava con tasse e la coscrizione obbligatoria e usavano l’esercito per reprimere le le sue aspirazioni. In Italia il processo di integrazione delle masse nello Stato era molto più indetro rispetto a quello di Paesi come la Gran Bretagna o la Francia. In questo senso il giudizio di Kershaw è corretto: a Caporetto l’esercito italiano si era stancato di combattere morire per quello Stato.

La paura delle alte sfere politiche e militari che il rifiuto di combattere si trasformasse in rivoluzione non si verificò. Esisteva più di un motivo per cui quel timore potesse concretizzarsi in incubo – potesse realizzarsi: “la disciplina fu ottenuta […] facendo ricorso alla più severa repressione” (p. 51); le fabbriche che lavoravano per la produzione bellica furono sottoposte a disciplina militare, gli orari di lavoro furono prolungati, molti diritti in ambito lavorativo messi in ibernazione. Il malcontento era diffuso, ma non si rasformò in rivoluzione. Nel mezzo della costernazione dei graduati, i soldati buttarono via il fucile si ritirarono.

I soldati smettono di combattere e si ritirano in tutta tranquillità

Per la classe dirigente – militare e politica – Caporetto fu un avvertimento salutare. In tutti gli Stati la guerra produsse un forte intervento dello Stato sia nell’economia, sia in altri ambiti. In Italia, fino a Caporetto questo fenomeno fu minore. Dopo furono approvate e approntate tutta una serie di misure tese a prevenire il ripetersi di quel fenomeno clamoroso e umiliante: il rancio e le condizioni di vita dei soldati fu migliorato; per i fanti-contadini furono concesse licenze che coincidevano ai periodi di raccolta nei campi, le licenze divennero più frequenti e più lunge, venne preparata una “stampa di trincea” per i soldati, furono creati enti per le vedove e gli orfani di guerra.

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