Lucio Villari – Bella e perduta

Lucio Villari
Bella e perduta. L’Italia del Risorgimento
Laterza, Roma-Bari, 2009, pp. 346.

Credo che nel presentare questo libro di Villari siano necessarie due premesse. La prima: tra l’interpretazione della storia e il racconto della storia personalmente ho sempre preferito la prima: capire come e perché i fatti si legano tra loro mi sembra l’elemento essenziale del mestiere di storico. E tuttavia – l’ho detto anche in altri post – la storiografia italiana si è dimostrata troppe volte poco divulgativa; ha lasciato questo compito a tutta una schiera di giornalisti e pubblicisti non molto pratici nel maneggio delle fonti, che non di rado hanno creato confusione più che portare chiarimenti.

Con Bella e perduta Villari rimedia a questi inconvenienti. Storico che non ha certo bisogno di presentazioni, ha scritto un libro che si legge con grande facilità, con una prosa accattivante che cattura l’attenzione del lettore. Nel far questo, oltre alla leggerezza della sua penna, Villari ha pescato in un gran numero di fonti a volte ritenute secondarie: opere d’arte, carteggi, musica, opere letterarie famose e meno famose, ricordi personali dei protagonisti, teatro ecc. Il che dimostra, tra l’altro, l’attenzione dell’Autore alle ultime tendenze della storiografia (si pensi ai lavori di Banti o all’Annale della Storia d’Italia Einaudi, curato dallo stesso Banti e Ginsborg).

Siamo quindi di fronte ad un lavoro di sintesi ma che si rivolge al grande pubblico. È un bene che storici del calibro di Villari indirizzino su questo versante i propri lavori: nel nostro Paese c’è un enorme vuoto di conoscenza storica da riempire.

La seconda premessa: gli storici interrogano il passato avendo in mente i problemi del presente – lo si sa. Il Risorgimento che ci presenta Villari in Bella e perduta è un Risorgimento fatto dai giovani: giovani, a volte giovanissimi sono i protagonisti delle vicende, conosciuti e meno noti. Quasi a mettere sotto agli occhi delle giovani generazioni il confronto tra un’Italia di allora frammentata in sette stati e quella di oggi in via di disgregazione; là, nel Risorgimento, un percorso tutto da inventare, qui, ora, una rigenerazione tutta da fare. Un invito insomma.

Giovani con le loro speranze, illusioni e disillusioni come quelle di un giovanissimo Foscolo verso al poco più anziano, ma già scaltro e determinatissimo Napoleone, visto dal poeta come un liberatore e poi rivelatosi l’opposto.

La calata di Napoleone in Italia nel 1796 apre il teatro della narrazione. Villari dipinge il quindicennio napoleonico in un chiaro-scuro dove gli sprazzi di luce sono comunque più forti delle opacità. Basterebbe l’aver risvegliato un movimento nazionale in un Paese che da secoli ne era privo (p. 14) a rendere positivo il bilancio della dominazione napoleonica.

Meriti che invece si spinsero al di là con tutta una serie di riforme, più o meno incisive, più o meno durature a seconda dei luoghi, ma che, come capì subito il Cardinal Consalvi, rendevano impossibile una Restaurazione reale. Le lancette della storia erano destinate a non tornare indietro non solo per gli effetti della Rivoluzione francese, ma anche di quella industriale, che dalla fredda Inghilterra non avrebbe tardato a scendere sul continente.

È in questa grande cornice, alla quale Villari riallaccia le vicende italiane, che si cala la storia che dà corpo al libro. Contesto generale che non è solo rimando obbligato in una ricostruzione generale, ma che è invece contestualizzazione obbligata in quanto è da quelle due grandi eruzioni rivoluzionarie che si formeranno i due grandi “partiti” che saranno protagonisti del Risorgimento: democratici, radicali, repubblicani e primi socialisti avranno, chi più, chi meno (e non senza qualche sguardo critico) gli occhi puntati sulla Francia; liberisti e liberali moderati guarderanno con ammirazione alla Gran Bretagna.

Percorsi difficili, come testimonia il faticoso evolversi delle “sette” e dei movimenti carbonari, le cui tappe sono scandite da dolorose sconfitte e speranze mal riposte (nell’aiuto o nella benevola francese prima nei moti del 1830-31 – p. 99 – e poi con la Repubblica Romana, o nel “Papa liberale” Pio IX nel 1847-48). Percorsi difficili dovuti anche alla ristrettezza dei ceti sociali che hanno in mano le redini dell’azione politica: tutti o quasi tutti, democratici o moderati che fossero appartenevano all’alta borghesia se non alla nobiltà, con una profonda diffidenza verso gli strati più umili della popolazione e una sostanziale repulsione verso i contadini che pure, se non altro per un fattore numerico, avrebbero dovuto essere coinvolti in modo massiccio nell’agire politico.

Di qui l’importanza schiettamente politica della letteratura, delle arti e della musica, nelle quali Villari pesca a piene mani portandole in primo piano. Lungo tutta la narrazione Villari non manca mai di rimarcare la giovane età dei protagonisti, ma anche la partecipazione popolare agli avvenimenti, riprendendo le narrazioni di Cattaneo delle cinque giornate di Milano, stralci di diari, la difesa di Roma dalle truppe francesi sul finire della Repubblica romana ecc, ma, da storico di vaglia qual è, a un certo punto avverte le possibili obiezioni del lettore e sente l’esigenza di spiegare il suo punto di vista. Lo fa fin da subito ponendo questa contraddizione come elemento di fondo (p. 63), la rende elemento problematico nel segnalare l’assurdo connubio tra progresso tecnologico all’avanguardia e disastrose condizioni igieniche nel presentare l’apertura della prima tratta ferroviaria nel retrivo Regno delle due Sicilie, la spiega infine sostenendo che insistere troppo sulla distanza tra borghesi e contadini e tra città e campagna – che pure riconosce come limite importante del Risorgimento – significa perdere di vista il fatto che, come dimostra il 1848, il Risorgimento fu essenzialmente un processo che interessò gli intellettuali (pp. 179 ss.gg) e che “il Risorgimento fu soprattutto un’opera politica, una macchina di idee, di parole” (p. 184). Si può convenire con questa spiegazione; si può anche sostenere che la fiducia riposta nel progresso scientifico, tecnologico e produttivo (p. 112 e si vedano le parole di Cavour a p. 135) e nei suoi effetti liberatori (sui quali però un Leopardi diffidava, pp. 226-27) avesse indotto questi gruppi a ritenere che l’elevazione delle masse sarebbe avvenuta quasi naturalmente, una volta sottratta la scolarizzazione ai religiosi e impiantato un numero adeguato di scuole; ma alcuni studi di Franco Della Peruta hanno dimostrato l’attenzione di molti intellettuali – molti “minori” ma non tutti – verso la nascente “questione sociale”.

Minoranze di soggetti, dunque, costretti a muoversi in margini ristretti che resero più fragile il fronte democratico. Fenomeno che Villari illustra bene seguendo  il dissidio Mazzini/Cattaneo (p. 164) che, indebolendo il fronte democratico, ha incubato una serie di problemi che puntualmente si sarebbero presentati dopo l’unificazione. In Piemonte le contingenze portano all’operare comune tra il moderato Cavour e il democratico Rattazzi, un “connubio” che portava in sé il frutto avvelenato del trasformismo (p. 243).

Da un libro molto più ricco di quanto appaia qui, abbiamo estrapolato alcune delle nostre debolezze: la ristrettezza della classe dirigente, la distanza tra città e campagna (Villari riporta alcuni esempi della corrosiva ironia di Marx verso i limiti della propaganda mazziniana che escludeva le campagne) destinata ad avere un ruolo decisivo nella storia italiana (“il fango che sale” avrebbero detto i cittadini preoccupati del proselitismo socialista nei primi decenni del secolo, con le conseguenze che sappiamo), il trasformismo. Al lettore non possono sfuggire, se non altro per la frequenza con cui li si incontra, giudizi molto netti indirizzati allo Stato Pontificio e alla Chiesa. Non si tratta di anticlericalismo dell’Autore quanto, piuttosto, una segnalazione indiretta su un fattore quanto mai vincolante della nostra storia.

Ma abbiamo fatto un’operazione ingiusta. Bella e perduta è una difesa del Risorgimento. Le sue energie si sono fatte sentire fin dentro al Novecento. È un elogio a quei giovani che si gettarono nella lotta per il loro Paese ed è, infine, uno dei libri migliori per chi volesse cominciare a studiare il Risorgimento. Le 11 ristampe fatte finora lo testimoniano – e sono meritate.

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