J. Joll – Le origini della prima guerra mondiale

James Joll
Le origini della prima guerra mondiale
Roma-Bari, Laterza 1999

Anche se, come dico spesso, la storiografia dovrebbe soffrire di invecchiamento prococe perché gli studi si moltiplicano, si ampliano e si rinnovano le interpretazioni e i campi di ricerca, per parlare delle origini della prima guerra mondiale, comincio con un classico: James Joll, Le origini della prima guerra mondiale, un libro pubblicato più di trent’anni fa.

A chi volesse qualche aggiornamento sulla prima guerra mondiale potrei cavarmela rinviando all’ottimo articolo di Annika Mombauer, Guilt or responsability? The hundred-year debate on the Origin of World War I, in Central European History, (vol. 48, fasc. 4, 2015, https://www.cambridge.org/core/journals/central-european-history/article/guilt-or-responsibility-the-hundredyear-debate-on-the-or-responsibility-the-hundredyear-debate-on-the-origins-of-world-war-i/35B5E58FD27F872B9B2AF3D5DB552661), ma è bene cominciare con Joll.

Perché? Perché Le origini della prima guerra mondiale di James Joll non solo mette in fila i fatti, ma li interpreta e li lega insieme con prudenza e, soprattutto, grande chiarezza. nel diluvio di pubblicazioni dovute al Centenario della Grande Guerra si trovano libri dal valore molto diseguale o testi che avanzano tesi molto discutibili. Quindi, disporre di un libro chiaro, meditato, completo e cauto nelle affermazioni, è una buona bussola.

Un bel giorno un invasato manda all’altro mondo un nobile e nel giro di poche settimane scoppia la guerra più lunga e spaventosa che il mondo abbia conosciuto fino a quel momento. Non era la prima volta che qualche spostato o qualche anarchico mandava al Creatore qualche testa coronata ritenendola colpevole di qualcosai. Eppure non era successo granché. Anche gli screzi tra le potenze, che di solito si verificavano al di fuori dell’Europa, venivano risolte dalla diplomazia. E allora come mai si giunse alla prima guerra mondiale? Come mai la crisi che si aprì nell’estate del ’14 non venne risolta come le precedenti? E come potè accadere che gli statisti, i diplomatici e le classi dirigenti dei Paesi coinvolti quasi non si accorsero di quel che stava per accadere? E stava per accadere qualcosa che avrebbe chiuso definitivamente un’epoca.

La vittima della Grande Guerra

La tesi fondamentale di Joll è che non vi fu un’unica causa nello scoppio della guerra.I fatti sono noti: dopo l’assassimio dell’arciduca Ferdinando, l’Austria inviò un ultimatum inacettabile alla Serbia, rassicurata dalla Germania che l’avrebbe sostenuta.  Ma attaccare la Serbia avrebbe voluto dire mobilitare la Russia, che aveva interessi nei Balcani e si atteggiava a protettrice dei popoli slavi. Mettere sul piede di guerra la Russia voleva dire farlo anche con la Francia, e dato che, per rompere l’accerchiamento e attaccare la Francia i tedeschi dovevano passare attraverso il Belgio la cui neutralità era garantita dalla Gran Bretagna, ecco che anche l’Inghilterra sarebbe scesa in campo. Una volta messo in moto, l’effetto domino cominciò ad agire per suo conto, e l’idea illuministica secondo la quale ad ogni problema c’è una soluzione, venne smentita nel giro di poche settimane.

L’Europa veniva da un lungo periodo di pace. L’ultimo scontro era stato quello tra la Prussia e la Francia, che portò all’unificazione tedesca e fino a quel momento la diplomazia era riuscita ad appianare ogni divergenza. Questa volta non ci riuscì perché i fattori in gioco erano molti di più della semplice politica estera e perché lo spazio di manovra dei politici e dei diplomatici si era ridotto.

Cercare “il colpevole” che scatenò il conflitto è inutile e fuorviante. In un modo o in un altro, tutti gli Stati vi concorsero, ma il fatto centrale, sul quale Joll si sofferma spesso con pagine efficaci, era dato dall’ascesa della Germania dopo l’unificazione (1871); un fatto che, nel corso del tempo, avrebbe inevitabilmente fatto crescere le tensioni con la Gran Bretagna. Ma la Germania aveva avuto la fortuna di essere guidata per un ventennio da quello straordinario talento politico e diplomatico che fu Bismark. In un’epoca in cui le grandi potenze europee stavano spartendosi il mondo – un mondo che, proprio per questo, stava diventando sempre più piccolo e che perciò acuiva le tensioni tra gli Stati – la sua visione fu sempre focalizzata sull’Europa: non aveva “alcun vero interesse a un’espansione della Germania al di fuori dell’Europa, e guardava all’attività coloniale solo per i riflessi che poteva avere sugli schieramenti diplomatici in Europa” (p. 215). Perciò egli fu il grande “lubrificatore” degli ingranaggi diplomatici europei, un fenomenale diplomatico per il quale, in ossequio ai principi della Realpolitik, gli interessi del proprio Paese dovevano essere anteposti agli altri; i trattati non avevano un valore vincolante assoluto e potevano essere sempre rivisti e riaggiornati e gli equilibri tra gli Stati dovevano essere mantenuti possibilmente da una posizione di forza (pp. 52-55).

Bismarck

E sebbene Joll non condivida la tesi di Fischer di ricercare le origini della guerra nella politica interna della Germania (“Assalto al potere mondiale”), non trascura le caratteristiche  fondamentali di uno Stato che non era compiutamente democratico e al cui interno le forze conservatrici, militari e il prestigio e la forza dell’esercito erano notevoli e superiori a quelle riscontrabili in molti altri Paesi. In tempi di imperialismo, il nazionalismo si era rafforzato ovunque – e a volte aveva avuto esiti infausti come in quello italiano, con la guerra di Libia del 1912, un esempio lampante di “aggressione imperialista” (pp. 232 ss.), che contribuì a destabilizzare il quadro politico internazionale – ma la posizione geo-politica della Germania (accerchiata da Paesi ostili, a ovest la Francia che le era divenuta nemica perpetua per averle sottratto l’Alsazia-Lorena e a est la Russia) accrebbe il peso dei militari e di coloro che vedevano nel riarmo una necessità vitale del Paese: la  sindrome da “accerchiamento” portò la Germania a spingere sull’acceleratore del riarmo. Una marina in grando di giocarsela con gli inglesi avrebbe funto da deterrente verso gli altri Stati. Ma gli inglesi avevano uno sguardo globale e imperiale della politica. Potevano fare concessioni ai tedeschi in altre zone del mondo, come erano disposti a fare in Africa a spese del malridotto Portogallo, (p. 225), ma non avrebbero mai lasciato che un altro Paese insidiasse la loro supremazia sui mari (pp. 71, nota 20, 93). Per difendere l’Impero erano disposti a correre il rischio di una guerra (p. 218). Perciò i calcoli dei tedeschi, di intimorire gli inglesi si dimostrò sbagliato. E lo fu al punto che, sebbene l’avversario principale della Gran Bretagna in molte zone fosse la Russia, alla fine gli inglesi ritennero più conveniente allearsi con lei piuttosto che patteggiare con la Germania.

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