Il Novecento

Robert Gerwarth
La Rabbia dei vinti. La guerra dopo la guerra 1918-1923
Laterza, 2017, pp. 421

Ultimamente Laterza sta inanellando una serie di pubblicazioni di alto livello. Ha ripubbligato Dopoguerra di Tony Judt, introvabile da anni; ha pubblicato Inferno andata e ritorno di Jan Kershaw; ora questo La rabbia dei vinti di Robert Gerwarth che, lo dico subito, è un ottimo libro.

A volte si incontrano studiosi che offrono interpretazioni originali. Come sanno bene gli studenti che devono preparare un esame di storia contemporanea, i manuali periodizzano la prima guerra mondiale negli anni 1914-18. Gerwarth ci invita ad allungare lo sguardo almeno fino al 1923. E non è solo una interpretazione originale, è anche argomentata in modo convincente.

Nella sua interpretazione la guerra non è solo la grande incubatrice della violenza che sprigionò e continuò per anni anche dopo la firma dell’armistizio in gran parte dell’Europa, soprattutto centro-orientale, ma è anche il fenomeno che serve ad inquadrare sia il processo che sfociò nella seconda guerra mondiale, sia in guerre molto più recenti come quella jugoslava degli anni Novanta del secolo scorso.

Il libro è diviso in tre parti, ognuna delle quali è suddivisa in cinque capitoli. Un epilogo che tira le somme e risulta essere molto interessante chiude il testo.

La prima parte è centrata soprattutto sulle vicende di due dei paesi che persero la guerra: Germania e Russia. Secondo Gerwarth è improbabile che senza la guerra sarebbe scoppiata in Russia la rivoluzione e i bolscevichi sarebbero giunti al potere. La decisione di Lenin di portare la Russia fuori dal conflitto ad ogni costo, anche al prezzo altissimo imposto dai tedeschi a Brest-Litovsk, nella mente di Lenin rispondeva all’esigenza di guadagnarsi il consenso dei soldati stanchi della guerra, sia di far sopravvivere in tutti i modi il regime che i bolscevichi stavano costruendo e di radicalizzare il clima politico in Europa in previsione della rivoluzione mondiale. “La maggior parte delle previsioni di Lenin si sarebbe rivelata corretta” (p. 28): il rilascio di centinaia di migliaia di prigionieri di guerra, molti dei quali si erano convertiti al bolscevismo, portò nei paesi di origine soggetti radicalizzati che destabilizzarono il quadro politico.

Dal canto suo, col trattato di Brest-Litovsk, la Germania accarezzò per la prima volta il sogno di diventare la potenza dominante in Europa, un fatto che sarebbe rimasto nel cuore e negli obiettivi dei movimenti di destra e che avrebbe dato frutti avvelenati.

Con la seconda parte si entra nel vivo della narrazione. Gerwarth analizza gli sviluppi e le conseguenze della rivoluzione russa e della sconfitta degli imperi centrali. Mentre la Russia cadeva in una guerra civile che avrebbe fatto più vittime della guerra combattuta fino a quel momento, nell’Europa orientale e centrale e perfino negli stati che si affacciavano sul Mediterraneo l’impatto della rivoluzione russa produsse situazioni rivoluzionarie molto simili a quelle avevano portato al potere i bolscevichi: situazioni rivoluzionarie si verificarono in Germania, in Austria e in Ungheria; in Italia vi furono sommosse e in Spagna e Portogallo emersero movimenti di destra dopo una serie di convulsioni politiche. Non solo “per la prima volta dal 1789 un movimento rivoluzionario aveva conquistato uno stato”, ma dopo il 1917 la possibilità di una rivoluzione in Europa fu percepita come una possibilità concreta (p. 85). Questo fatto delineò più chiarmente gli schiermenti tra rivoluzionari e contro rivoluzionari: in questo senso, l’inversione a destra di Italia, Spagna e Portogallo può essere intesa come risposta alla rivoluzione russa.

D’altra parte il crollo degli imperi fu un trauma per molti. In Germania la Repubblica di Weimar fu accolta benvolmente dalla maggioranza dei tedeschi, ma non tra i soldati che vi vedevano l’incarnazione di un’umiliazione. Mentre la Germania entrava in un periodo estramente confuso e convulso, Francia  e Inghilterra potevano dirsi relativamente al riparo da terremoti politici: nonostante l’isteria antibolscevica dei loro governi, la possibilità di una rivoluzione in quei due paesi fu minimo (e in Inghilterra, si può dire, inesistente) (pp. 144-45). Francia e Inghilterra diedero prova di una sostanziale stabilità non tanto perché avevano vinto la guerra, ma per la solidità delle loro istituzioni: anche l’Italia era tra i paesi vincitori, ma si rivelò molto più fragile dei suoi alleati. La destra europea vide nel fascismo l’incarnazione del modo più efficace per sconfiggere le forze rivoluzionarie (p. 155, nota 44).

La terza parte si occupa del crollo degli imperi. Se vi fu un modo per aggrovigliare le situazioni prodotte dal conflitto e per aggravarne i problemi, quello fu Versailles. Dopo la sconfitta di Napoleone il Congresso di Vienna diede prova di lungimiranza evitando di mostrarsi troppo duro nei confronti della Francia sconfitta. Dopo la Gande Guerra diplomatici dei paesi vincitori, non lo furono altrettanto. Anzi, non lo furono affatto. In primo luogo perché ciascun paese vincitore si presentò al tavolo della pace con l’intento di perseguire i propri interessi senza tenere in gran conto quelli degli alleati dimostrando così di non aver elaborato alcuna azione comune. L’unico fattore comune fu quello di imporre una “pace cartaginese” alla Germania: l’umilizione e i pesantissimi risarcimenti richiesti alla Germania, sono noti e non occorre soffermarsi qui. Piuttosto, Gerwarth allarga lo sguardo e mostra in modo convincente la convergenza di due fattori i cui effetti si sarebbero dimostrati del tutto negativi: il primo fu l’atteggiamento dei vincitori verso gli sconfitti, un atteggiamento vendicativo, che molto spesso non tenne conto delle condizioni reali dei paesi, dettato dalla consapepolezza che i loro popoli chiedevano punizioni esemplari e  risarcimenti concreti. Gerwarth lo dimostra molto bene sia nel caso dell’Ungheria, che in quello della Bulgaria e della Turchia.

Il secondo elemento riguarda gli effetti del tutto negativi dei quattordici punti del presidente americano Wilson. Se si può dire che, in qualche modo, la partita giocata tra Lenin e Wilson fu vinta dal secondo, nel senso che una rivoluzione europea alla fine non si verificò, il prezzo da pagare fu enorme. Il fatto che nel 1914 gli imperi sembrasseroo vivi, vegeti e in piena salute e che nessuno poteva prevederne il tracollo nel giro di così pochi anni (pp. 167, 170) va riconosciuto e tenuto nel debito conto, ma il principio dell’autodeterminazione creò molti più problemi di quanti ne risolvesse. Nell’analizzare questo processo Gerwarth scrive pagine molto belle: la creazione di una decina di nuovi stati con la presenza di popoli, religioni, lingue e abitudini diverse, fu una pessima soluzione. Questi stati non solo cominciarono ben presto a combattersi tra loro per questione territoriali e di confine, ma anche al loro interno i vari gruppi etnici che li componevano entrarono ben presto in collisione tra loro. Il nazionalismo assieme alle questione territoriali innescarono una violenza generalizzata. Non solo, “l'”autodeterminazione” veniva concessa solo ai popoli considerati alleati dell’Intesa e non a quelli che erano stati nemici durante la guerra” (p. 211), un sistema molto efficace per gettare benzina sul fuoco e alimentare nei paesi sconfitti il desiderio di riprendersi le proprie popolazioni che i maneggi dei vincitori avevano collocato in altri stati.

Possiamo cominciare a trarre qualche conclusione. Il primo dato che il il lettore rileva è che nonostante Francia e Inghilterra siano stati protagonisti alla pari degli altri stati e imperi, sono rimaste praticamente immuni sia dalla progressiva iper politicizzazione di altri Paesi – anche vincitori come l’italia – e dall’escalation di violenza. Per spiegare questo fenomeno fin ad ora gli studiosi hanno utilizzato l’interpretazione di Mosse secondo la quale i soldati al fronte subirono un processo di brutalizzazione nel corso della guerra e che i fascismi siano stati un prodotto di questa brutalizzazione di massa. Gerwarth trova invece la spiegazione nel “dopoguerra”, nei problemi irrisolti lasciati dal conflitto.

Il confine tra vincitori e vinti è molto meno netto ed è  più labile di quanto abitualmente si sostiene: l’Italia vinse la guerra, ma si sentì e si comportò come se l’avesse persa (vedi il cap. 10 su Fiume). Non c’è ombra di dubbio che Germania, Ungheria, Austria, Bulgaria e Ungheria siano state sconfitte, che abbiano conosciuto notevoli tumulti e violenze nel dopoguerra e sul fatto che hanno lasciato il posto a regimi autoritari di diverso tipo, ma nel complesso  totalitari e violenti. Ma in altri casi il rapporto tra perdere (o vincere) e ciò che è successo dopo è meno diretto. I Turchi persero la guerra, ma mantennero gran parte della loro integrità territoriale e una Repubblica (anche se dominata energicamente da Atatürk); i Greci vinsero apparentemente nel 1918 per poi veder crollare bruscamente nel 1923 i loro sogni di un impero del dopoguerra – poi, nel 1939, la Grecia era già diventata una dittatura militare. Né i polacchi né i cechi erano popoli “sconfitti” – entrambi avevano vinto per se stessi e per i territori dell’Europa centrale – eppure le loro esperienze del dopoguerra furono molto diverse: la democrazia ceca è sopravvissuta fino all’invasione tedesca nel 1939, mentre la Polonia – coinvolta anche in una miriade di conflitti con nazionalisti tedeschi, cechi e ucraini e con l’ Armata Rossa – alla fine degli anni Venti era in preda ad un “uomo forte” proveniente dai militari. La Romania era sul versante vincente e aveva conquistato nuovi territori, ma aveva prodotto un movimento di massa di estrema destra e antisemita (la Guardia di Ferro), e alla metà degli anni Trenta era in mezzo a tempeste civili e politiche. Dal canto suo la Spagna non era nemmeno stata coinvolta nella guerra come belligerante, eppure nel dopoguerra il conflitto civile aveva assunto proporzioni quasi rivoluzionarie nel 1923, segnalando l’insediamento di una dittatura militare sotto Primo de Rivera e, 13 anni dopo, una guerra civile devastante.

Su questo sfondo si possono fare altre considerazioni. Innanzi tutto, c’è una continuità nei protagonisti delle violenze dei cinque anni successivi al 1918 e quelli del 1939-45: non di rado incontriamo gli stessi uomini. Questo vale per i Freikorps, come per molti nazionlisti poi divenuti nazisti (in Germania) o filofascisti in paesi dell’Europa centro-orientale (p. 256).  Secondo, il  passaggio del monopolio della violenza dallo stato a forze autonome (come lo squadrismo fascista) o parzialmente autonome (come le polizie politiche, ad esempio la Ceka) è un fenomeno nato in questo periodo; accanto al mito della “vittoria mutilata” la convizione cara alla destra che gli Imperi centrali fossero sul punto di vincere la guerra, ma la persero a causa di “nemici interni” che si erano adoperati per sabotare la vittoria avrà poi nella Germania nazista esiti spaventosi per ebrei, militanti di sinistra e pacifisti (p. 253). Terzo, uno dei frutti avvelanati del nazionalismo, l’idea che la stabilità di uno stato si debba alla omogenità razziale, religiosa, linguistica e culturale della popolazione inaugurò, sempre nel quinquennio 1918-1923, la pratica della “pulizia etnica”, destinata a ripresentarsi anche in tempi recentissimi; e così pure si spiegano l’aggressività tra stati nei decenni fra le due guerre per “riprendersi” popolazioni che si ritenevano proprie. Quarto, il diritto che governi e stati hanno fatto proprio di spostare intere popolazioni a proprio piacimento in base a presupposti razziali o religiosi è una pratica che ha avuto il proprio battesimo con la pace di Losanna con la quale si pose fine alla guerra greco-turca, un conflitto post-bellico devastante. Quinto, come dato di fondo complessivo, la memoria collettiva di quegli anni si mantenne viva nei decenni successivi e condizionò più di un atteggiamento verso governi e verso la seconda guerra mondiale (p. 265).

Gerwarth ha scritto un libro ottimo non solo dal punto di vista dell’analisi. Il libro si legge davvero molto bene e con piacere grazie ad una scrittura mai noiosa e sempre fuida e chiara. In più, ed è un bene, l’ampio apparato delle note e la bibliografia sono costituite da testi aggiornati e autorevoli.

La rabbia dei vinti di Robert Gerwarth è un libro merita un posto negli scaffali degli appassionati di storia.

J. Chapoutot
Controllare e distruggere. Fascismo, nazismo e regimi autoritari in Europa, (1918-1945)
Einaudi, Torino, 2017, 229 pp.

Johann Chapoutot è un giovane, brillante, storico con all’attivo pubblicazioni che hanno già conosciuto traduzioni, capace di intrattenere il lettore con uno stile accattivante. Controllare e distruggere è uno studio comparativo tra i regimi autoritari e totalitari che giunsero al potere in Europa tra gli anni Venti e Trenta del Novecento.

Il primo capitolo è un’agile, stringata sintesi del panorama culturale dell’Euoropa occidentale dell’Ottocento in cui si rileva che il secolo, nato a sinistra con la Rivoluzione francese, si chiude su posizioni se non di destra, spesso conservatrici. Lungo questo percorso l’Autore ritiene che il progredire della secolarizzazione, e quindi l’indebolimento della forza d’attrazione della religione, lasci aperto uno spazio che più tardi sarà occupato dalla mistica fascista e nazista.

Questo precesso sarà possibile grazie al processo di “brutalizzazione” subito dalle decine di milioni di soldati durante la prima guerra mondiale, che è, di fatto, il lievito madre degli elementi che minano alla radice la cultura ottocentesca di derivazione illuminista e che contraddistingue ancora il ceto politico liberale e che quindi screditano la democrazia e il liberalismo: l’aver delegato l’uso legittimo della violenza a 60/70 milioni di soldati nel corso della guerra costerà molto caro ai governi parlamentari e democratici. Democrazia e liberalismo se da un lato perdono di attrattiva a livello culturale, essendo la ragione e la razionalità contrastati efficacemente dalle idee che ruotano attorno al dimanismo moderno, alla giovinezza virile e alla violenza (e al suo uso), in incubazione già prima del conflitto e maturati nel corso della guerra; dall’altro si dibattono senza successo di fronte ai problemi esplosi a seguito della grande crisi del 1929 e che sono incapaci di risolvere.

In concreto, il fallimento delle idee liberali ottocentesche è testimoniato dalla vita stentata e dalla morte annunciata della Società delle Nazioni, mentre la mancanza di risorse impedisce agli stati democratici di utilizzare risorse per la costruzione di uno stato sociale che avrebbe favorito la nazionalizzazione delle masse e quindi indebolito i movimenti di destra che invece, proprio grazie alla disperazione indotta da povertà e disoccupazione di massa, si irrobustiscono (pp. 64-65).

È questo vuoto enorme che fascismo e nazismo vanno ad occupare. Ciò è possibile perché di fatto la guerra non finisce con il chiudersi delle ostilità; continua ad est nella guerra civile in Russia e, in forma strisciante, nei torbidi anni del dopoguerra, con le camicie nere e i Freikorps dapprima utilizzati e impegnati come testa d’ariete contro socialisti e comunisti, poi in grado di ergersi a protagonisti.

Gli esiti infausti della prima guerra mondiale con il destabilizzante Trattato di Versailles, che alimenta il mito della presunta “vittoria mutilata” per l’Italia e della “pugnalata alla schiena” per la Germania e fatto proprio da fascisti e nazisti, consente a questi ultimi di dichiarare morti col conflitto democrazia e parlamentarismo sul piano politico, e illuminismo e razionalismo sul piano culturale. Ed infatti l’involuzione si verifica con lo svuotamento dall’interno del parlamento italiano e con il susseguirsi di legislazioni liberticide.

Subentrano allora concetti diversi e nuovi di popolo inteso non come una società, ma come una comunità, che deve essere compatta, organica. E l’organicismo diventa molto più di una metafora perché sull’immagine di una comunità che si fa corpo e che come un corpo funziona e si muove, si innesta il razzismo biologico dei nazisti, seguito più tardi dal fascismo: affinché il corpo resti sano è necessario espellere tutto ciò che ne minaccia la sopravvivenza; socialisti, comunisti, massoni sul piano politico, ebrei e undermenchen sotto il profilo razziale.

Adunata nazista

Una comunità soggiogata da un capo carismatico che la tiene in pugno attraverso un uso sapiente e calcolato della propaganda, di un linguaggio che espelle la razionalità per puntare su elementi capaci di suscitare emozioni, e quindi un’adesione istantanea, non mediata, irrazionale: le scenografie delle parate notturne dei nazisti e il finto dialogo di Mussolini con le folle radunate a Piazza Venezia sono frutto di abili strategie di persuasione. Coercizione e persuasione sono dunque le briglie che fascismo e nazismo utilizzano per tenere soggiogate le masse (assieme all’abbandono del liberismo puro in economia e l’approntamento di politiche occupazionali in parte efficaci).

A loro volta, i regimi autoritari spagnolo, portoghese, austriaco e di Vichy, invece, secondo l’Autore, non manifestano l’intenzione di “rivoluzionare” lo Stato: regimi e Chiesa si puntellano a vicenda per rafforzarsi e si accontentano di tenere sotto controllo la società. Fascismo e nazismo, al contrario, hanno in mente di forgiare (uso un termine del tempo) un uomo nuovo: che resusciti le vestigia di un passato glorioso (largamente inventato) nel caso del nazismo, proiettato in un futuro dai contorni alquanto informi nel caso del fascismo.

Da parte mia non sarei così sicuro che fascismo e nazismo abbiamo compiuto una rivoluzione: senza l’appoggio finanziario degli agrari e degli industriali Mussolini non sarebbe mai arrivato al potere, e così Hitler senza il sostegno dei Krupp dei grandi industriali e della grande borghesia. L’Autore mostra questi patteggiamenti a cui i due dittatori sono costretti (p. 163). Nel caso italiano Chapoutot parla di ostacoli di tipo culturale (p. 75). Espressa in modo così semplicistico è un’affermazione quanto meno forzata. Come ha raccontato egregiamente Giorgio Boatti (Preferirei di no, Einaudi)su 1250 docenti universitari, solo 11 rifiutarono di giurare fedeltà al regime; d’altra parte, Duggan ha dimostrato chiaramente che le classi dirigenti italiane erano alla ricerca di un uomo forte fin dagli anni ’90 dell’Ottocento (Creare la Nazione. Vita di Francesco Crispi, e Il popolo del Duce. Storia emotiva degli italiani di Mussolini, Laterza). In realtà, Mussolini ha due ostacoli insormontabili di fronte a sé: la Chiesa, che mantiene i propri spazi di manovra, e la Monarchia: quando abbandoneranno il regime Mussolini cade.

Tuttavia, l’approccio di Chapoutot è prevalentemente culturale: altri metodi di studiare il fenomeno, pur non mancando, restano schiacciati sullo sfondo. Il che può considerarsi una scelta metodologica dell’Autore e non un limite. Ma pur tra gli innegabili pregi, questo libro di limiti ne ha molti. Ci sono degli errori abbastanza gravi. Su alcuni, come quando afferma che Facta successe a Giolitti invece che a Bonomi, si può soprassedere; su altri meno: riferendosi ai comuni diretti dai socialisti parla di “notabili municipali tentati da un radicalismo alla buona” (p. 67); ritiene che la marcia su Roma sia “un colpo di Stato minuziosamente preparato” e che addirittura sia “ispirato a quello dell’ottobre 1917”, afferma che Mussolini “trasforma alcuni ras locali […] in prefetti volanti” (p. 72) e che sull’Aventino salirono i socialisti e dimentica o omette altri.

Sono errori gravi per uno storico, probabilmente frutto di letture frettolose. Uno sguardo alla bibliografia pare confermarlo. Per il fascismo, il libro si basa quasi esclusivamente su alcuni testi di Emilio Gentile e Renzo De Felice: interi filoni di ricerca non vengono presi in considerazione. Così, ad esempio, l’idea che per continuare ad esistere, il fascismo “debba mantenere un alto livello di mobilitazione politica” ed è quindi costretto ad indicare sempre nuovi traguardi, (p. 169), sulla quale concordo e che trovo convincente, è già stata avanzata da Salvatore Lupo 17 anni fa, ma il suo libro non risulta né tra le note a piè di pagina, né in bibliografia. Un altro esempio, ma questa è una mia supposizione, riguarda l’elemento dirimente del libro: fascismo e nazismo intendono “distruggere” per riedificare su nuove basi, i regimi autoritari mirano invece a “controllare” per mantenersi al potere. È una concettualizzazione molto simile a quella proposta recentemente da Kershaw il quale parla di dittature “dinamiche” e dittature “passive”. Non so chi, tra i due autori, sia debitore all’altro, ma sarebbe stato il caso, quanto meno, di farvi cenno.

Con tutto questo, Controllare e distruggere resta un libro interessante. Ma è meglio leggerlo dopo essersi procurati un manuale affidabile.

James Joll
Le origini della prima guerra mondiale
Roma-Bari, Laterza 1999

Anche se, come dico spesso, la storiografia dovrebbe soffrire di invecchiamento prococe perché gli studi si moltiplicano, si ampliano e si rinnovano le interpretazioni e i campi di ricerca, per parlare delle origini della prima guerra mondiale, comincio con un classico: James Joll, Le origini della prima guerra mondiale, un libro pubblicato più di trent’anni fa.

A chi volesse qualche aggiornamento sulla prima guerra mondiale potrei cavarmela rinviando all’ottimo articolo di Annika Mombauer, Guilt or responsability? The hundred-year debate on the Origin of World War I, in Central European History, (vol. 48, fasc. 4, 2015, https://www.cambridge.org/core/journals/central-european-history/article/guilt-or-responsibility-the-hundredyear-debate-on-the-or-responsibility-the-hundredyear-debate-on-the-origins-of-world-war-i/35B5E58FD27F872B9B2AF3D5DB552661), ma è bene cominciare con Joll.

Perché? Perché Le origini della prima guerra mondiale di James Joll non solo mette in fila i fatti, ma li interpreta e li lega insieme con prudenza e, soprattutto, grande chiarezza. nel diluvio di pubblicazioni dovute al Centenario della Grande Guerra si trovano libri dal valore molto diseguale o testi che avanzano tesi molto discutibili. Quindi, disporre di un libro chiaro, meditato, completo e cauto nelle affermazioni, è una buona bussola.

Un bel giorno un invasato manda all’altro mondo un nobile e nel giro di poche settimane scoppia la guerra più lunga e spaventosa che il mondo abbia conosciuto fino a quel momento. Non era la prima volta che qualche spostato o qualche anarchico mandava al Creatore qualche testa coronata ritenendola colpevole di qualcosai. Eppure non era successo granché. Anche gli screzi tra le potenze, che di solito si verificavano al di fuori dell’Europa, venivano risolte dalla diplomazia. E allora come mai si giunse alla prima guerra mondiale? Come mai la crisi che si aprì nell’estate del ’14 non venne risolta come le precedenti? E come potè accadere che gli statisti, i diplomatici e le classi dirigenti dei Paesi coinvolti quasi non si accorsero di quel che stava per accadere? E stava per accadere qualcosa che avrebbe chiuso definitivamente un’epoca.

La vittima della Grande Guerra

La tesi fondamentale di Joll è che non vi fu un’unica causa nello scoppio della guerra.I fatti sono noti: dopo l’assassimio dell’arciduca Ferdinando, l’Austria inviò un ultimatum inacettabile alla Serbia, rassicurata dalla Germania che l’avrebbe sostenuta.  Ma attaccare la Serbia avrebbe voluto dire mobilitare la Russia, che aveva interessi nei Balcani e si atteggiava a protettrice dei popoli slavi. Mettere sul piede di guerra la Russia voleva dire farlo anche con la Francia, e dato che, per rompere l’accerchiamento e attaccare la Francia i tedeschi dovevano passare attraverso il Belgio la cui neutralità era garantita dalla Gran Bretagna, ecco che anche l’Inghilterra sarebbe scesa in campo. Una volta messo in moto, l’effetto domino cominciò ad agire per suo conto, e l’idea illuministica secondo la quale ad ogni problema c’è una soluzione, venne smentita nel giro di poche settimane.

L’Europa veniva da un lungo periodo di pace. L’ultimo scontro era stato quello tra la Prussia e la Francia, che portò all’unificazione tedesca e fino a quel momento la diplomazia era riuscita ad appianare ogni divergenza. Questa volta non ci riuscì perché i fattori in gioco erano molti di più della semplice politica estera e perché lo spazio di manovra dei politici e dei diplomatici si era ridotto.

Cercare “il colpevole” che scatenò il conflitto è inutile e fuorviante. In un modo o in un altro, tutti gli Stati vi concorsero, ma il fatto centrale, sul quale Joll si sofferma spesso con pagine efficaci, era dato dall’ascesa della Germania dopo l’unificazione (1871); un fatto che, nel corso del tempo, avrebbe inevitabilmente fatto crescere le tensioni con la Gran Bretagna. Ma la Germania aveva avuto la fortuna di essere guidata per un ventennio da quello straordinario talento politico e diplomatico che fu Bismark. In un’epoca in cui le grandi potenze europee stavano spartendosi il mondo – un mondo che, proprio per questo, stava diventando sempre più piccolo e che perciò acuiva le tensioni tra gli Stati – la sua visione fu sempre focalizzata sull’Europa: non aveva “alcun vero interesse a un’espansione della Germania al di fuori dell’Europa, e guardava all’attività coloniale solo per i riflessi che poteva avere sugli schieramenti diplomatici in Europa” (p. 215). Perciò egli fu il grande “lubrificatore” degli ingranaggi diplomatici europei, un fenomenale diplomatico per il quale, in ossequio ai principi della Realpolitik, gli interessi del proprio Paese dovevano essere anteposti agli altri; i trattati non avevano un valore vincolante assoluto e potevano essere sempre rivisti e riaggiornati e gli equilibri tra gli Stati dovevano essere mantenuti possibilmente da una posizione di forza (pp. 52-55).

Bismarck

E sebbene Joll non condivida la tesi di Fischer di ricercare le origini della guerra nella politica interna della Germania (“Assalto al potere mondiale”), non trascura le caratteristiche  fondamentali di uno Stato che non era compiutamente democratico e al cui interno le forze conservatrici, militari e il prestigio e la forza dell’esercito erano notevoli e superiori a quelle riscontrabili in molti altri Paesi. In tempi di imperialismo, il nazionalismo si era rafforzato ovunque – e a volte aveva avuto esiti infausti come in quello italiano, con la guerra di Libia del 1912, un esempio lampante di “aggressione imperialista” (pp. 232 ss.), che contribuì a destabilizzare il quadro politico internazionale – ma la posizione geo-politica della Germania (accerchiata da Paesi ostili, a ovest la Francia che le era divenuta nemica perpetua per averle sottratto l’Alsazia-Lorena e a est la Russia) accrebbe il peso dei militari e di coloro che vedevano nel riarmo una necessità vitale del Paese: la  sindrome da “accerchiamento” portò la Germania a spingere sull’acceleratore del riarmo. Una marina in grando di giocarsela con gli inglesi avrebbe funto da deterrente verso gli altri Stati. Ma gli inglesi avevano uno sguardo globale e imperiale della politica. Potevano fare concessioni ai tedeschi in altre zone del mondo, come erano disposti a fare in Africa a spese del malridotto Portogallo, (p. 225), ma non avrebbero mai lasciato che un altro Paese insidiasse la loro supremazia sui mari (pp. 71, nota 20, 93). Per difendere l’Impero erano disposti a correre il rischio di una guerra (p. 218). Perciò i calcoli dei tedeschi, di intimorire gli inglesi si dimostrò sbagliato. E lo fu al punto che, sebbene l’avversario principale della Gran Bretagna in molte zone fosse la Russia, alla fine gli inglesi ritennero più conveniente allearsi con lei piuttosto che patteggiare con la Germania.

L’essere diventata fin dalla sua nascita, ipso facto la maggior potenza europea innescò in molti tedeschi l’aspirazione ad una Weltpolitik che sancisse a livello mondiale lo status di grande potenza raggiunto dal Paese. E sebbene rivendicasse di voler conquistare il proprio spazio senza danneggiare la Gran Bretagna, restava il fatto che la nebulosità su che cosa fosse e cosa comportasse in concreto questa politica di supremazia mondiale allarmava gli altri Paesi, inghilterra in primis (p. 221).

La politica interna ebbe un peso decisivo anche nell’Impero Austro-Ungarico. Piuttosto malandato e pieno di tensioni interne cercò nell’attacco alla Serbia il modo per spegnere le spinte nazionaliste al proprio interno (p. 135). Ma naturalmente politica interna e politica estera spesso si sovrapponevano: nonostante i suoi problemi, l’Austria-Ungheria cercava da tempo di convincere gli altri Stati europei che la sua presenza come impero era indispensabile alla stabilità europea (un’opinione condivisa anche da Bismark e, per ragioni diverse, dai suoi successori, (pp. 57 e 68-69, nota 17); la Gran Bretagna aveva il problema opposto degli austriaci e dei tedeschi: qui non erano i sostenitori di un conflitto ad avere forza, ma coloro che volevano restarne fuori, e la sua politica talvolta incerta verso gli alleati si dovette al fatto che, prima di muoversi, il governo liberale aveva bisogno di avere l’appoggio del partito. Anche il governo italiano doveva fare i conti con una diffusa ostilità alla guerra, come dimostrò la “settimana rossa” (anche molti cattolici erano contrari alla guerra, p. 159).

Con buona pace dei marxisti, la guerra non fu nemmeno il frutto avvelenato del grande capitale industriale, bancario o finanziario che fosse: va da sé che i grandi produttori di acciaio, di ferro e in generale di tutti i prodotti necessari al mantenimento degli eserciti, con le guerre facevano le budella d’oro, ma per alcuni che si arricchivano a dismisura ce n’erano molti altri che vedevano nell’interruzione dei commerci una iattura da scongiurare a tutti i costi. In pagine molto ben documentate Joll mostra del resto che gli interessi degli uomini d’affari spesso non combaciavano affatto con quelli dei governi.

D’altra aparte, il socialismo mostrò tutta la propria debolezza proprio alla prova decisiva delle posizioni da prendere di fronte alla guerra. Il fatto è che, sebbene governi come quelli italiano, francese e tedesco temessero non poco la reazione dei partiti di sinistra di fronte al conflitto, il socialismo era affetto da una contraddizione insolubile: fare la guerra perché questa avrebbe accelerato la corsa verso la rivoluzione, o non farla perché a combatterla sarebbero stati prevalentemente operai e contadini, cioè la propria base elettorale? (pp. 252-53).

In ogni caso, la solidarietà di classe si dimostrò un sono bello e buono: quando fu il momento, non solo i socialisti non avevano preparato niente di alternativo, ma fatta eccezione per i socialisti italiani, tutti gli altri partiti, i temutissimi socialdemocratici tedeschi compresi, votarono i crediti di guerra anteponendo così la guerra per il proprio Paese all’ideologia che professavano.

L’insuccesso dei socialisti era la dimostrazione di quanto profondi fossero stati gli effetti di un’istruzione che aveva nel nazionalismo una componente centrale, della volgarizzazione (e spesso stravolgimento) di un social-darwinismo applicato all’interno da organizzazioni apparentemente lontane dalla politica come i Boy Scout e le associazioni sportive, e agli Stati dalle politiche imperiali e di come una minoranza di nazionalisti che vedevano nella guerra “l’igiene del mondo” riuscissero a trascinarsi dietro la grande maggioranza della popolazione addomesticata all’obbedienza dalla leva militare. Joll dedica un intero capitolo (lo spirito del 1914) a questo fenomeno con pagine belle e convincenti.

Va anche detto che pochissimi furono coloro capaci di prevedere quanto sarebbe accaduto. Nessuno o quasi immaginò le reali dimensioni del disastro a cui l’Europa e il mondo stavano andando incontro (anche se il vecchio Engels aveva capito parecchio, p. 252): il numero dei volontari tra i minatori inglesi fu talmente elevato che lasciò di sasso le autorità e giunse a preoccuarle col timore di vedere troppo ridotta la manodopera (altra smentita della solidarietà di classe internazionale). O, quando se ne accorsero, era troppo tardi. Nonostante tutti i piani militari stilati nel corso degli anni, spesso militari e politici si guardavano in cagnesco e collaborarono malvolentieri: nel caso dell’Austria-Ungheria, per esempio, la mancata modifica degli orari ferroviari rischiava di impedire lo spostamento tempestivo delle truppe. Senza contare, inoltre, che solo i tedeschi avevano piani militari che poi avrebbero effettivamente adottato: le scorte di munizioni della Russia si esaurirono dopo tre mesi di guerra; un ministro francese era ossessionato dalla mancaza di proiettili.

Ma non si può dire che statisti e politici avessero voluto la guerra: è vero che fin dai primi anni del ‘900 la ritennero sempre più probabile e vicina, ma non la vollero. Perfino il Kaiser, che aveva un talento innato nel dire cose sbagliate alle persone sbagliate e nelle occasioni sbagliate, era sincero quando riferendosi allo scoppio della guerra disse: “io non l’ho voluta”. Semplicemente, prigionieri di una forma mentis che stava diventando inadatta per affrontare i problemi dell’oggi, non furono in grado di vedere le dimensioni della catastrofe che stava arrivando.

Chi cerca un libro che faccia da guida tra la selva di pubblicazioni sull’argomento, Le origini della prima guerra mondiale di James Joll fa al caso suo.

 

Ian Kershaw
All’inferno e ritorno. Europa 1914-1949
Laterza 2017, pp. 664.

Le storie d’Europa disponibili in Italiano non sono molte. C’è quella di James Joll, ormai invecchiata, quella di Galasso, quella di Davis (piuttosto discutibile), quella di Mazower (la più stimolante).
Perciò, ben venga questa storia di Kershaw, prima parte di un lavoro impegnativo concepito in due volumi. Libro molto utile perché, essendo destinato al grande pubblico non specialista, ha una esposizione molto chiara e lineare, con uno stile gradevole e facile da seguire (merito anche del traduttore).
Per scrivere la storia non basta mettere in fila i fatti. Kershaw, a cui dobbiamo splendidi lavori sul nazismo, ne è fin troppo consapevole, anche se il libro non ha, come nel caso di Mazower o di Hobsbawm, una tesi caratterizzante, una posizione particolare da sostenere. Questo non significa, ovviamente, che accanto alla narrazione non vi siano le sue interpretazioni, tutt’altro. Da Hobsbawm riprende l’idea di considerare il periodo che va dalla prima guerra mondiale alla fine della seconda come un periodo unico, una sorta di Guerra dei Trent’anni in pieno Novecento (Hobsbawm l’ha chiamata “l’età della catastrofe”). Ma le sue tesi si distanziano molto da quelle dello storico marxista inglese. C’è più Weber che Marx in questo libro. D’altra parte ogni storico studia il passato interrogandolo sul presente. Perciò capita, leggendo il testo, che la mente vada ai tempi che sitamo vivendo.
E infatti i frutti avvelenati che inaugurarono questo trentennio terribile sono il razzismo, il nazionalismo e il populismo. Virus che infettarono la società, la mentalità, il comportamento degli uomini e che la politica non riuscì ad arginare, nè, tanto meno, a sconfiggere. Teorie razziste circolavano da tempo in Europa, e fecero da lievito sia al nazionalismo che al populismo. A rendere micidiale questo mix fu il fatto che le élites al potere cercarono di utilizzare il nazionalismo come ariete contro il socialismo che si stava irrobustendo, e che razzismo e nazionalismo erano ampiamente presenti e attive in Germania, la più grande potenza economica del continente.
E infatti, se nel trarre il bilancio sulle origini della prima guerra mondiale, l’A. non tace affatto le responasabilità delle grandi potenze,  individua nella Germania l’imputato principale, se non altro per il fatto che aspirava con una guerra breve e vittoriosa a divenire lo Stato compiutamente  egemone sul continente.
Finita la prima guerra mondiale (iniziata come una sorta di guerra napoleonica e finita invece, dopo anni, in una carneficina immane e in una incubatrice di atrocità prodotte dalla tecnologia, come si sarebbe visto nella seconda), restava un continente sconvolto sotto tutti i punti di vista: geo-politico, con il collasso di tre imperi; economico e politico, con una rivoluzione vittoriosa in Russia che toglieva il sonno ai governanti dell’Europa occidentale.
In questo quadro, le possibilità per la democrazia di resistere e sopravvivere erano scarse. Solo in Inghilterra, che aveva un sistema politico solidissimo, aveva il futuro assicurato. Nei Paesi industrializzati dell’Europa Occidentale le sue possibilità erano buone, ma al di fuori e attorno a questo nucleo le probabilità si riducevano drasticamente fino a scomparire.
E infatti non sopravvisse. Pagine interessanti l’A. le dedica al concetto di “totalitarismo” (303 ss.). Essendo un tema di cui si è occupato assieme a Moshe Lewin in un libro di qualche tempo fa, l’A. conosce perfettamente le implicazioni ideologiche del termine. Perciò, giustamente, da un lato si guarda bene dal fare di tutta un’erba un fascio; dall’altra compie una distinzione, che sviluppa in pagine che sono tra le più interessanti del libro, tra quelle che definisce “dittature dinamiche” (Germania nazista, URSS e, in minor misura, Italia) e “dittature passive” (il regime franchista e di Salazar nella penisola iberica e i vari movimenti fascistizzanti in Europa orientale). Tuttavia, a mio parere, le pagine dedicate all’Unione Sovietica sono insufficienti: soprattutto non è esposta come sarebbe stato necessario l’attrazione che esercitò nel corso degli anni Trenta per il fatto che mentre il continente era in preda alla disoccupazione di massa provocata dalla crisi del ’29, l’URSS era l’unico paese che aveva bisogno di manodopera – un fatto, questo, che fece chiudere gli occhi a molti sulle atrocità del Terrore staliniano.
La grande crisi del ’29 non solo affossò le – residue – speranze di tornare al laissez-faire di prima della guerra, ma  dimostrò l’inadeguatezza dei governi europei ad affrontarla. Fa eccezione la Germania, che riuscì a rilanciare la propria economia con un massiccio programma di armamenti e che divenne il faro dei movimenti di ultradestra nella parte centro-orientale del continente.
Il fascismo trionfante, la perdita della libertà e la sconfitta della democrazia fu un’eredità della prima guerra mondiale e della crisi conseguente: semplicemente, le persone si erano abituate alla violenza e alla sopraffazione.  Così come i governanti europei non capirono, o capirono davvero troppo poco delle reali intenzioni di Hitler.
Le pagine dedicate alla seconda guerra mondiale sono notevoli. Un posto importante è riservato, naturalmente, all’Olocauso, ma non solo. L’A dedica spazio anche alle atrocità compiute dai regimi di ultradestra dei paesi dell’Europa Orientale, alle stragi alleate e sovietiche. Un buon numero di pagine, felici e meditate, sono dedicate all’atteggiamento delle chiese – protestante e cattolica – con un interogativo interessante: quanto ha contribuito l’atteggiamento arrendevole delle chiese di fronte al nazismo e al fascismo all’allontanamento delle masse dalle chiese che si è avuto dal secondo dopoguerra in poi?
Nessuno, tra le macerie di quel conflitto che chiudeva un’epoca terribile e disastrosa, poteva immaginare che l’Europa (occidentale) si sarebbe incamminata velocemente verso un trentennio di stabilità, pace e prosperità. Ma, scrive Kershaw, “le lezioni erano state apprese” (p. 478).
Esattamente quelle lezioni che stiamo dimenticando.

 

Orlando Figes
Sospetto e silenzio. Vite private nella Russia di Stalin
Mondadori, Milano, 2007, pp. 647.

 

“Le vie dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni”. Si potrebbe riassumere così, in una sola frase, questo libro monumentale, bellissimo e struggente. Perché vivere nella Russia di Stalin fu davvero come vivere all’inferno.
Lo scenario di fondo dal quale il libro prende le mosse è dato dal trauma della prima guerra mondiale e dalla guerra civile scoppiata a seguito della rivoluzione. Senza questi due eventi, poco si capisce della Rivoluzione.
L’obiettivo dei bolscevichi avevano un obiettivo era la rivoluzione mondiale. Una volta sfumata, realizzarono il “socialismo in un solo Paese”. Si trovarono così a muoversi in un Paese poverissimo la cui economia era essenzialmente basata su un’agricoltura arretratissima, con una borghesia intellettualmente vivacissima, debole, frammentata, e numericamente scarsa. La guerra civile influenzò in modo decisivo molte scelte fatte negli anni futuri.
La novità decisiva del comunismo sovietico fu la creazione di un partito che chiedeva una dedizione totale, completa e assoluta ai suoi ordini e alle sue direttive, un’entità superiore, il cui potere era inappellabile. Entrandovi, il militante non si rendeva disponibile a qualsiasi compito il partito gli chiedesse di svolgere in qualunque parte del paese, ma accettava di annullare la propria vita privata a favore di quella pubblica.
Per affermarsi completamente un nuovo potere ha bisogno di cancellare o di rendere inoffensivo il vecchio regime. Per sostituirlo ha la necessità di distruggerlo. Alla scuola e agli organismi dello stato (“Pionieri” e “Komsomol”) fu affidato il compito di educare indottrinandoli i futuri cittadini sovietici. Tradizioni secolari, mentalità, modelli famigliari e religione furono contrastate e combattute. Di qui sorse la prima, fondamentale “scissione” nella vita delle persone: per avere un futuro era necessario aderire ai valori del nuovo regime: milioni di persone aderirono al nuovo regime, non tanto per convinzione, ma per necessità o convenienza e nel far questo, per forza di cose la vita privata e quella pubblica si separarono (p. 51).
La fusione fusione dello Stato col Partito fu l’intreccio inedito che costituì la base del potere sovietico. Controllare il partito significava controllare lo stato. Fu questa la base del potere incondizionato di Stalin. Per capire come un singolo uomo abbia potuto, letteralmente “decidere il destino degli uomini” del suo paese (p. 440), occorre puntare l’attenzione su almeno tre diversi fattori.

* * *

Il primo, riguarda la collettivizzazione della terra. Nel corso della guerra civile i contadini sostennero i rossi perché convinti che tutelassero i loro interessi (p. 76). Nemmeno un decennio più tardi avevano buone ragioni per pentirsene: la collettivizzazione della terra e la creazione dei kolhoz erano del tutto estranei alla loro mentalità. I contadini aspiravano al possesso della terra, non alla sua messa in comune. Volevano una fattoria nella quale fosse impegnata tutta la famiglia sotto la guida del capo famiglia; i contadini più poveri rispettavano quelli più ricchi e capaci.
I bolscevichi cercarono di spezzare le regole comunitarie del villaggio affermando che esisteva una suddivisione di classe tra i contadini: contadini poveri, contadini medi e contadini ricchi (kulak). I contadini poveri e i kulak erano nemici mortali, mentre quelli medi erano neutrali. Si trattava di un artificio: “queste divisioni erano un’invenzione del komsomol” al quale era demandata la propaganda e l’obbligo di far approvare ad ogni costo la decisione del partito.
Ma dal punto di vista dei contadini, la collettivizzazione della terra li avrebbe trasformati in semplici braccianti, privati degli animali e degli attrezzi da lavoro; in altri termini, sarebbero tornati ad essere di nuovo “servi” (p. 77-78).
L’affidamento al komsomol da parte del partito per la propaganda e la collettivizzazione della terra era dovuta all’assenza quasi totale del partito e delle sue organizzazioni in gran parte delle campagne.
“La collettivizzazione fu il grande punto di svolta della storia sovietica. Distrusse uno stile di vita che si era evoluto nel corso dei secoli […]. Milioni di persone furono sradicate dalle loro case e disperse in tutta l’Unione Sovietica […]. Questa popolazione nomade divenne la principale forza lavoro della rivoluzione industriale di Stalin, riempì le città e i principali cantieri edilizi, i campi di lavoro e gli insediamenti speciali dei Gulag […]. Il primo piano quinquennale, che introdusse questo modello di sviluppo forzato, lanciò un nuovo tipo di rivoluzione sociale (una “rivoluzione dall’alto”) che consolidò il regime staliniano: i vecchi legami e le antiche alleanze vennero spezzati, la moralità distrutta, e si imposero nuove identità e nuovi valori […], mentre la popolazione nel complesso veniva asservita allo Stato e costretta a dipendere da esso per quasi tutto (abitazioni, scuole, lavoro e cibo), controllati dall’economia di piano” (p. 79).
Questa “rivoluzione dall’alto” cominciò con l’eliminazione delle fattorie a conduzione famigliare. I bolscevichi diffidavano dei contadini. Nel 1917 li avevano usati per abbattere il regime zarista, ma avevano sempre affermato di voler spazzare via il sistema delle piccole imprese contadine per sostituirlo con grandi aziende agricole collettivizzate e meccanizzate, in cui gli agricoltori sarebbero stati trasformati in “proletariato rurale” (p. 79). I bolscevichi vedevano nei contadini una minaccia per la rivoluzione in quanto avevano il controllo di larga parte delle risorse alimentari: l’esperienza della guerra civile aveva loro dimostrato che era sufficiente che essi non immettessero i cereali sul mercato perché i bolscevichi si trovassero sull’orlo del baratro.
La crisi granaria del 1927-28 fu l’occasione per Stalin e i suoi per attaccare i contadini. Per giustificare la reintroduzione delle requisizioni di grano, il regime creò un clima da guerra civile contro i kulaki: qualsiasi contadino che non consegnasse tutto il grado doveva essere arrestato e le sue proprietà venire confiscata. Centinaia di migliaia di contadini furono arrestati e inviati nei campi di lavoro (Gulag).
La lotta per il grano si inserì nella politica di collettivizzazione di massa, attuata “allo scopo di rafforzare il controllo dello Stato sulla produzione dei generi alimentari ed eliminare una volta per tutte” i kulaki (p. 80).
Durante la NEP, in larghi settori del partito era diffusa la convinzione che la collettivizzazione doveva essere un processo graduale e volontario. L’improvviso cambiamento di linea politica fu voluto da Stalin nel 1929 per annientare Bucharin, il quale cercava di mantenere la NEP nel quadro complessivo del Piano quinquennale. Inizialmente il Piano aveva obiettivi realistici, ma Stalin li spinse sempre più in alto e fu questa la ragione che “costrinse il partito ad accettare la […] collettivizzazione di massa come unico sistema per assicurarsi l’approvvigionamento di generi alimentari a basso costo, condizione indispensabile per sfamare la manodopera industriale in rapida espansione” (p. 81).
Per vincere questa guerra contro la vecchia Russia, imperniata sulla vita di villaggio e sulla tradizione sostenute e alimentate dalla chiesa, furono mobilitati gli attivisti e gli organismi di partito: “partito e Komsomol furono armati di tutto punto e mobilitati” (p. 82), ma anche militari, milizia e GPU furono mobilitati con la consegna di usare qualsiasi mezzo per far entrare i contadini nelle aziende agricole collettive: nei primi mesi del 1930 “metà della popolazione rurale russa (circa 60 milioni di persone) era entrata” nei kolhoz, quasi sempre contro la propria volontà, sottoposta a qualunque tipo di pressione, coercizione e violenza.
Stalin riteneva che non fosse il caso di reintegrare in qualche modo i kulaki: in quanto potenziali oppositori del regime, essi andavano neutralizzati, ma il realtà il significato della parola kulak (originariamente agricoltori capitalisti che si avvalevano di manodopera salariata) si dilatò al punto da comprendere chiunque si mostrasse contrario alla collettivizzazione. La stessa idea che esistesse una classe di contadini capitalisti “era frutto di pura fantasia” (p. 84).
Di fatto, “l’eliminazione dei kulak fu una catastrofe economica per l’Unione Sovietica”: perché eliminò le persone più capaci, competenti, attive e volitive nelle campagne e finì per portare “all’irreversibile declino del settore agricolo sovietico” (p. 84, 92). L’eliminazione dei kulak fu pianificata a tavolino, con quote fissate dal centro, la cui realizzazione venne affidata alla GPU. L’opposizione dei contadini alla persecuzione dei kulak fu, nel complesso, estremamente fiacca: ora lo Stato aveva la forza per imporsi e terrorizzare la popolazione (p. 89): “tra il 1929 e il 1932 furono espulsi dalle loro case e dai loro villaggi almeno 10 milioni di kulak” (p. 86). Fu una immane tragedia collettiva.
I militanti incaricati di mettere in pratica questa gigantesca trasformazione spesso rimanevano scossi, turbati dalle violenze a cui assistevano e che imponevano. Ma le attuarono perché ritenevano di adempiere non solo e non tanto alla volontà del partito, ma di compiere “una necessità storica” (p. 89): era in atto, nientemeno, che la “creazione di una nuova società” (p. 88) e pertanto quella vecchia doveva sparire.
Le aziende agricole collettive non furono solamente un fallimento totale dal punto di vista economico (p. 93); lo furono anche dal punto di vista umano: pagati miseramente in natura, privati dei loro animali e dei loro attrezzi, retribuiti in denaro in modo irrisorio due volte l’anno, nei colhoz i contadini perdevano l’amore per il lavoro, tanto più che vedevano farsi strada non più i più capaci e intraprendenti, ma i più fedeli al partito anche quando la loro incompetenza per le cose agricole balzava agli occhi.
Questi dirigenti poi, spremevano più che potevano i contadini per raggiungere le quote prefissate e dimostrarsi così fedeli al partito: non a torto, i contadini pensavano di essere tornati schiavi, questa volta sotto lo Stato piuttosto che sotto ai proprietari fondiari (pp. 92-93)1.

* * *

I bolscevichi erano pienamente consapevoli dell’arretratezza dell’industria del Paese. I piani quinquennali furono lo strumento da loro adottato per recuperare terreno.
Il regime aveva un bisogno disperato di tecnici e di manodopera specializzata. Questo personale specializzato costituì la spina dorsale dello stalinismo. “Stalin aveva bisogno di sostenitori affidabili” (p. 141): l’opposizione alla linea staliniana anche se ufficialmente inesistente era diffusa sia tra gli operai, sia tra i contadini e anche in ampi strati del partito; si esprimeva in varie forme: cercò di concretizzarsi nel partito ma nel 1932 un nucleo di oppositori fu scoperto e annientato. Restava e finiva per prevalere la sterile invettiva (pp. 141-142).
Nel corso degli anni Trenta il partito fu epurato da elementi considerati sospetti e rinnovato nel personale. Fu soprattutto l’industria in pieno sviluppo a fornire nuovi quadri al partito: “erano figli (molto più raramente figlie) di contadini e proletari che nel corso del primo piano quinquennale avevano frequentato” scuole di partito e istituti tecnici (pp. 142-43). Questa provenienza e formazione era per il partito la miglior garanzia di fedeltà: il partito premiava con privilegi consistenti chi si mostrava capace di servirlo senza discutere: abitazioni molto migliori, negozi speciali, buoni, stipendi più alti, dacie fuori città per le ferie ecc. (p. 146), cosa che in un clima di restrizioni pesantissime, almeno fino a metà degli anni Trenta, significava moltissimo (p. 144). Stando così le cose questo personale aveva tutto da guadagnare nel seguire pedissequamente le direttive provenienti dall’alto; nasceva, di fatto, una del tutto inedita “borghesia” (p. 146).
Se però, in questo modo, l’ortodossia era salvaguardata, non lo era affatto l’efficienza: il partito era pervaso da uno spietato spirito di concorrenza e carrierismo che bloccava sul nascere qualunque forma di collaborazione tra i dirigenti: la conseguenza era che a far carriera erano i più scaltri, non necessariamente i più competenti.
Anche se beni di consumo e privilegi restavano a disposizione di pochi, per “il regime era importante dare l’impressione che i beni di lusso, in passato disponibili solo per i ricchi, fossero ora alla portata delle masse, che avrebbero potuto procurarseli lavorando con zelo”. I tempi dei sacrifici del presente in nome della felicità futura sembravano dover finire (p. 145).
Anche per quel che riguarda la vita privata sembrava che i tempi stessero per cambiare: ufficialmente i bolscevichi ritenevano ancora inammissibile una vita privata distinta e autonoma da quella di partito e dello Stato, ma cominciarono a parlare e, almeno ufficialmente, del diritto ad avere una “vita personale”: il partito dichiarava di ritenersi soddisfatto quando gli iscritti si comportavano “nella vita privata in un modo confacente agli interessi del partito e della classe operaia” (p. 147, nota 26).
Per quel che riguarda la famiglia, dunque, nel corso degli anni Trenta, vi fu un ritorno ai valori tradizionali, comprovato anche dall’obbligo dal ritorno alla classica diversificazione dei ruoli: buon marito (monogamo) e padre per l’uomo, custode del focolare per la donna: la famiglia tornò ad essere la “cellula fondamentale della società” sovietica (p. 148).
Per coloro che godevano dei privilegi del regime, questo significava il ritorno a un tipo di vita molto più tradizionale rispetto agli anni passati. La facilità con la quale era stato possibile ottenere il divorzio venne ristretta; in compenso, le famiglie che avevano accesso o godevano di privilegi conquistarono per la prima volta uno spazio domestico e una propria autonomia. Mlti membri dell’élite ricordano quel periodo con nostalgia la vita di famiglia “normale” che avevano vissuto (p.149).
Questo valeva soprattutto per i bambini di queste fasce privilegiate. Per le donne la vita era molto più dura: mentre la loro autonomia era diminuita rispetto agli anni precedenti, ai turni di lavoro si assommavano i lavori domestici.
La fascia dei privilegiati che assicurava fedeltà e stabilità al regime staliniano era ristretta: circa 55.000 famiglie (di cui 45.000 residenti nella capitale, p. 155). Il tenore di vita di queste persone era molto più basso rispetto alla ristretta cerchia della nomenclatura vicina a Stalin, anche se discretamente superiore a quella delle persone comune. Vi erano comunque una infinità di gradazioni: la società sovietica era molto più stratificata di quel che si pensa (p. 156).
Di fatto la gente si arrangiava come poteva: il mercato nero proliferava, “nacque un’economia dei favori”, chiamata blat, una fitta rete di rapporti e di scambi per procurarsi beni altrimenti introvabili, della quale tutti, a qualunque livello, si servivano e senza la quale “l’economia sovietica non avrebbe potuto funzionare” (p. 156).
Uno dei problemi più gravi era quello delle abitazioni: industrializzazione e fuga dalla collettivizzazione provocarono un aumento enorme della popolazione delle città, che non riuscivano ad assorbirla: Dal 1930 al 1940, a Mosca, lo spazio medio per una persona passo da 5,5 mq a 4. Di conseguenza “la gente […] era disposta a fare qualsiasi cosa per aumentare il proprio spazio abitativo” (p. 157). Il regime aveva incentivato “l’appartamento in coabitazione (kommunalka)”: in pratica aveva stipato diverse famiglie nella stessa abitazione. “I bolscevichi ritenevano che, costringendo le persone a condividere lo spazio abitativo, sarebbero riusciti a rendere il loro modo di pensare e di comportarsi più affine agli ideali del comunismo” (pp. 161 e 163). In realtà, ciò che ottennero fu l’esasperazione degli inquilini per la mancanza di spazio, di privacy e di intimità; la moltiplicazione dei sospetti e delle denunce reciproche e, di conseguenza, la moltiplicazione delle tensioni in persone che già disponevano di pochissimo.
Ma il dato più sorprendente è che il regime riuscì a trasformare questa situazione in un ottimo metodo per controllare la società sia infiltrando spie dovunque: alla metà degli anni Trenta la polizia “disponeva ormai di una vasta rete di delatori segreti” attivi in ogni struttura e luogo di lavoro (p. 164); ma anche rendendo i coinquilini controllori di se stessi a causa della mancanza di spazio e di riservatezza: dato che tutti avrebbero sapere tutto di tutti, ognuno poteva vedere nel vicino un concorrente e una spia. Come dice una intervistata: “essere se stessi era impossibile” (p. 169).

* * *

Presi per se stessi i piani quinquennali non sarebbero mai stati in grado di colmare il divario industriale con l’Occidente. Avevano bisogno di un propulsore. Questo propulsore fu il Gulag.
Fu il lavoro coatto l’elemento chiave dell’industrializzazione forzata del paese. Gli arresti di massa e le deportazioni dei kulaki cominciati nel 1929 servirono esattamente a questo. Concepito inizialmente come una prigione per gli avversari del regime, “il Gulag si trasformò ben presto in una sorta di colonizzazione economica, un modo rapido e a basso costo di popolare il territorio e sfruttare le risorse industriali delle più remote regioni dell’Unione Sovietica, dove nessuno avrebbe voluto vivere [… ] la motivazione economica era fondamentale” (pp. 105-106, alla nota 52, p. 106 sono citate altre interpretazioni sul Gulag).
L’idea di trasformare le prigioni in istituzioni capaci di autofinanziarsi venne a un detenuto (Naftalij Frenkel) il quale redasse un progetto e finì per ricevere l’approvazione di Stalin in persona. Il lavoro intenso come forma di “rieducazione” per “forgiare” buoni cittadini sovietici era insito nel sistema penitenziario (p. 106, pp. 174-187), ma l’idea di sfruttare la manodopera penitenziaria fu di gran lunga prevalente: lo dimostrano sia una commissione formata appositamente la quale stabilì che campi ad alta concentrazione di detenuti presentavano minori costi di gestione e di mantenimento (100 rubli per detenuto all’anno), sia le decine di migliaia di morti negli immensi progetti di città industriali come Magnitogorsk, la costruzione di ferrovie e canali e del più grande impianto idroelettrico del mondo (Dnepostroj), o il Belbaltlag, il più grande dei primi campi di lavoro con oltre 100.000 detenuti, utilizzati per costruire il Belomorkanal.
Collettivizzazione e carestia fecero lievitare a dismisura la popolazione dei Gulag, delle carceri e degli altri istituti di pena: tra il 1932 e il 1936 questa popolazione “arrivò a 2.400.000 persone (cui si aggiungevano le altre 500.000 recluse nelle carceri” (p. 188):

“Questa forza lavoro schiavizzata ebbe un ruolo fondamentale nell’edilizia, nell’industria mineraria e in quella del legname nelle zone remote […] dove i lavoratori liberi si rifiutavano di andare” (p. 188).

Ma il regime aveva un bisogno disperato di personale tecnico, scientifico e qualificato. E sapeva come ricompensare chi si dimostrasse capace di servirlo adeguatamente. Per persone con provate competenze e necessarie all’industrializzazione, “persino nel Gulag esisteva la possibilità di far carriera” in quanto, a sua volta, sia pure nel contesto del Gulag, il regime si preoccupava di fornire a questo personale specializzato tutto ciò di cui necessitavano in ambito lavorativo e una vita relativamente confortevole (p. 188, caso del geologo Vittemburg, pp. 188 ssgg.). Alcuni di questi detenuti – senza dubbio un’eccezione in mezzo a detenuti che facevano “una vita da schiavi […] con scarse possibilità” di ottenere sconti di pena (p. 196) – rimasero volontariamente all’interno del Gulag anche dopo aver scontato la propria pena pur di portare a termine le proprie ricerche (p. 192).
“Il Gulag modificò i valori e le priorità di molti” detenuti, soprattutto i detenuti politici, facendo riaffiorare, dopo decenni di impegno e assorbimento totale nella politica, l’importanza della vita affettiva e famigliare (p. 196) e quando gli sforzi per “sovietizzarsi” venivano riconosciuti dai vertici, anche le famiglie dei detenuti privilegiati venivano messe nelle condizioni di tornare ad una vita normale o quasi.
Queste imprese furono sfruttate abilmente dalla propaganda di regime per presentare il nuovo volto moderno del paese e del regime, ma i costi umani furono spaventosi. Oltre alle morti provocate dalla fatica e dal freddo e alle famiglie spaccate e disperse, si devono mettere nel conto la crescita tumultuosa delle città e dei nuovi centri industriali: “tra il 1928 e il 1932 la popolazione urbana aumentò al ritmo […] di 50.000 persone a settimana” (p. 111), una cifra impressionante che metteva in seria difficoltà lo Stato: sovraffollamento e mancanza di beni di consumo ne erano i sintomi più evidenti, e forme di coabitazione intollerabili e il razionamento di molti generi ne furono le conseguenze immediate.

* * *

Questa triade (partito, collettivizzazione-piani quinquennali, Gulag e vari istituti di “rieducazione”), costituirono dunque la base del potere assoluto di Stalin e del regime. Dato quanto si è visto finora, pare impossibile che il regime abbia potuto godere di un ampio consenso.
Le cose però non stanno così. Nonostante le privazioni, la povertà diffusa e le infinite difficoltà, moltissimi cittadini appoggiavano e sostenevano sinceramente il regime. Questa apparente contraddizione si doveva al fatto che i bolscevichi riuscirono a presentarsi come i fautori di una nuova epoca: “per i bolscevichi l’ottobre 1917 segnava l’anno zero della nuova storia dell’umanità” (p. 170).
La rivoluzione non era finita con la conquista del potere. C’era il comunismo da costruire di sana pianta. La rivoluzione continuava: i bolscevichi innestarono il presente nel futuro, un futuro imminente, a portata di mano, per tutti.
Questo concetto stravolgeva la nozione del tempo come era stato conosciuto fino ad allora e come continuava ad essere concepito in Occidente: era possibile forzarlo, piegarlo alla volontà umana: i piani quinquennali erano concepiti esattamente così; un assalto al futuro che, man mano i risultati fossero stati visibili, diventava presente.
Si trattò di un’utopia che generò una forza d’attrazione enorme, fortissima: i militanti, e non solo loro, si sentivano parte integrante della storia, costruttori della storia, di una storia non solo sovietica, ma guardata, studiata, ammirata o temuta dal mondo intero. Anche intellettuali raffinati e non certo entusiasti dei metodi staliniani sentirono il fascino di questo sogno (Boris Pasternak citato a p. 172).
Per questo futuro, appena al di là dell’orizzonte, moltissimi erano coloro che si sobbarcavano di sacrifici altrimenti inaccettabili (p. 170, n. 76) e che, anzi, erano “felici” di sopportare (p. 170, nota 76).
La forza di questa missione era tale che provocava una sorta di strabismo: non solo era possibile trovare prove per dimostrare la differenza tra la propaganda e la realtà, molti restavano scossi e angosciati dai soprusi e le violenze che vedevano (e anche perpetravano), ma le giustificavano in nome di un futuro, che si stava realizzando, di giustizia ed equità: secondo militanti e simpatizzanti, ciò che stava accadendo era sbagliato e ingiusto in termini assoluti, ma comprensibile e giustificabile nella prospettiva della costruzione di una nuova società: si poteva e si doveva spazzare via tutto e ricostruire (p. 171, nota 79).

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Stalin è passato alla storia per due cose: il grande terrore con le “purghe” e i processi farsa degli anni Trenta, e come vincitore della seconda guerra mondiale. Per adesso vedremo il primo aspetto: il terrore.
Il grande terrore del 1937-38 fu un evento eccezionale perfino nella Unione Sovietica di Stalin: fu “una scelta premeditata di vasti massacri” (p. 208). In quei due anni quasi 700.000 persone vennero fucilate per “reati contro lo Stato”. Nello stesso periodo gli internati nei campi di lavoro, delle colonie e nei Gulag passò da circa 1.200.000 persone a quasi 1.890.000.
Perché accadde tutto questo non è facile spiegare. Figes non condivide l’idea che il grande terrore sia stata una reazione all’omicidio di Kirov, il capo del partito a Leningrado: Kirov fu assassinato non 1934, resterebbero inspiegabili anni di calma prima della reazione. Non condivide neppure che la convinzione di alcuni secondo la quale il terrore fu un prodotto del caos dovuto alla frenesia dei piani quinquennali. Accetta invece l’ipotesi che si tratti di fenomeni distinti tra loro, ma legati da un fine unico: il terrore riguardò il Comintern, quasi tutta la vecchia guardia del partito, i kulaki ecc.
Ma l’ipotesi più convincente secondo Figes è che alla base del terrore vi sia stato il timore della guerra mondiale e della necessità di preparare il paese ad affrontarla. Dopo l’ascesa di Hitler l’Europa fu colpita da un vento di destra. Inghilterra e Francia tennero un comportamento arrendevole verso la Germania nazista e questo insospettì Stalin della possibile volontà degli occidentali di spingere Hitler contro l’URSS. Il ricordo del collasso dell’impero zarista, che avvenne a partire dalle retrovie, era ancora fresco e la possibilità che in caso di conflitto esplodesse e si rivolgesse contro il regime divenne un’ossessione per Stalin e il suo entourage.
Da questi presupposti nacque l’idea di una gigantesca epurazione per eliminare qualunque forma di dissidenza, vera, sospetta o presunta che fosse per poter contare su soldati e cittadini assolutamente fidati. Questa spiegazione “incastra” i vari tasselli e le varie sfaccettature del terrore: contro i vertici del partito per mettere fuori gioco vecchi dissidenti, contro il Comintern per tagliare eventuali contatti all’estero, contro i kulaki da poco rilasciati dai campi di lavoro per scongiurare un possibile malcontento, contro minoranze nazionali considerate infide (come i polacchi), contro i vertici dell’esercito per assicurarsi la fedeltà assoluta dei comandanti: fu questa la spiegazione che venne data a posteriori da protagonisti di quegli anni (testimonianza di Molotov, p. 213), ed è la più plausibile: “il grande terrore costituiva una preparazione alla guerra imminente” (p 213).
Le dimensioni di questo fenomeno furono tali, la sua pervasività così diffusa “che gli arresti sembravano casuali, come se chiunque potesse essere prelevato nottetempo” (p. 215).
“Le spie erano dappertutto” (p. 230). Si calcola che a Mosca ce ne fosse una ogni sei, sette famiglie; in altre città e in campagna ve ne erano meno, ma il numero era comunque impressionante. Infatti, i calcoli si riferiscono alle cifre ufficiali, ma il numero di coloro che lavoravano per la polizia era molto più alto: a quelli che vi lavoravano per scelta (per ottenere lavoro, abitazioni migliori, privilegi ecc.), si aggiungevano una gran massa di persone “incastrate” dalla polizia stessa e costrette a collaborare: la polizia le sceglieva direttamente tra le categorie più esposte e ricattabili – figli di kulaki, parenti di “nemici del popolo” ecc. (p. 231 ssgg).
La consapevolezza di essere circondati da spie finiva per paralizzare la popolazione. Nessuno si azzardava a esporre i propri pensieri in pubblico, tacevano tutti per timore di essere intercettati da un informatore: sui mezzi pubblici, nelle case in coabitazione, sul lavoro, nessuno commentava la vita del paese, tutti parlavano di cose futili e insignificanti. Si giunse così al paradosso che nel paese più ideologizzato dell’epoca nessuno parlava di politica.
Un pericolo costante era rappresentato dai bambini, che potevano captare e ripetere frasi dette a mezza voce: i bambini di quell’epoca furono educati a tacere, a vivere in un silenzio quasi assoluto. Per esprimere i propri pensieri la gente si abituò a parlare per metafore, in modo indiretto e a usare un linguaggio intellegibile solo al diretto interessato (pp. 226 ssgg.). Era un modo per tutelarsi, ma anche un sistema che rischiava di far “disimparare del tutto a dire la verità” (p. 227).
La diffidenza divenne una costante nella vita dei cittadini. Indossando continuamente una maschera pubblica si era portati a credere che anche gli altri la indossassero e che quindi chiunque potesse essere un informatore. Di conseguenza i rapporti sociali si ridussero ai soli amici fidatissimi e le persone finirono per rifugiarsi in un mondo privato, spesso affidato ad un diario, anche se tenerlo era una pratica pericolosa.
La maggior parte di coloro che divennero informatori sotto le insostenibili pressioni della polizia, coscienti dei danni che provocavano alle persone sulle quali riferivano, provarono un profondo senso di vergogna verso se stessi. Ma non era così per tutti: vi erano militanti davvero convinti della giustezza nello scovare i “nemici del popolo”, così come vi erano persone precedentemente rovinate dal regime che si rivalsero facendo le spie (p. 233, nota 72).
Rendersi complici di questo sistema di controllo era anche il modo più semplice ber sbarazzarsi di qualcuno indesiderato o che intralciava i propri progetti: molte carriere interne al partito avvennero su delazioni verso i superiori (p. 237) e queste delazioni avevano spesso effetti a catena. Non solo l’inquisito veniva tolto di mezzo, ma anche famigliari, amici, persone a cui aveva fatto o da cui aveva ricevuto favori finivano vittima della repressione. Interi sistemi di potere locale furono distrutti in questo modo. Il regime ricompensava bene chi lo serviva (p. 236-37).
Se tutto questo spiega la morsa nella quale il regime teneva la società, ci si potrebbe interrogare sul perché non vi fu nessuna resistenza da parte degli iscritti, dei militanti e dei dirigenti. Era credibile che militanti dal curriculum comunista esemplare, che avevano fatto rinunce enormi per l’idea e il partito, che erano sempre stati fedeli esecutori delle direttive dall’alto, divenissero di punto in bianco “nemici del popolo”, gente al soldo di potenze straniere, trockisti mascherati? Non lo era.

Ma, e questo è un punto difficilissimo da comprendere oggi, si deve tenere in conto cosa significasse militanza e partito per quelle generazioni. Per moltissimi comunisti la loro vita senza o al di fuori dal partito era un non senso. Di qui, la convinzione che esistessero veramente “nemici del popolo” annidati un po’ ovunque, e che, quando essi stessi venivano arrestati, credevano sinceramente che si trattasse di un errore risolvibile (smentita però dal comportamento dei compagni i quali, a loro volta fedeli e convinti dell’esistenza dei nemici, non mettevano in discussione i verdetti del partito e votavano la condanna, pur avendo dubbi interiori) (pp. 243-45, 249).

Chi aveva una lunga militanza e veniva arrestato non si opponeva per fedeltà al partito: “alcuni confessarono quello di cui venivano accusati proprio per riuscire a salvare la propria fede” di comunista nel partito e nell’idea (p. 243), talvolta anche inconsciamente (pp. 247-48, nota 109).
Se da un lato era difficilissimo sottrarsi all’influenza della martellante propaganda costruendosi pensieri autonomi e critici (e questo vale soprattutto per le generazioni nate e formatesi quando i bolscevichi erano già al potere), era comunque ovvio che un’ondata simile di terrore destasse dubbi su quanto stava avvenendo: era l’improvvisa scomparsa di vicini, colleghi e amici, la cui colpevolezza non sembrava credibile, a mettere in allarme le persone (p. 246).
Di fatto, però, anche i militanti più convinti e interiormente sicuri della propria innocenza vivevano nel panico: moltissimi non dormivano la notte (gli arresti avvenivano sempre dal calare del giorno in poi, raramente arrestavano di giorno) aspettando gli agenti che venissero ad arrestarli, con già pronti valigette e fagotti col necessario per l’igiene personale.
A livello locale non mancarono giudici corretti che fecero quanto in loro potere (moltissimi processi erano direttamente nelle mani della polizia, non dei tribunali ordinari), per promulgare assoluzioni, attenuazioni di pena e mostrare correttezza: serviva un grande coraggio personale, spesso pagato con la vita (pp. 252-53).
Il terrore finì nel 1938 perché Stalin si rese conto che stava diventando controproducente. A farne le spese fu Ezov, messo a capo degli organi che lo scatenarono pochi anni prima, destituito e in seguito fucilato. Il suo successore, Berija, “annunciò subito una completa revisione degli arresti effettuati”: nel 1940 1.500.000 casi erano stati riesaminati, 450.000 condanne furono annullate, 128.000 casi archiviati, 30.000 persone rilasciate dal carcere, e 327.000 rimesse in libertà dai Gulag. “Le scarcerazioni ridiedero a molti fiducia nella giustizia sovietica” (p. 249): la versione ufficiale voleva che Stalin avesse scoperto le terrificanti macchinazioni di Ezov e vi aveva posto riparo.
La condanna di qualcuno metteva in pericolo tutta la cerchia dei parenti. I famigliari dei condannati cercavano di salvare e di proteggere i figli cercando di affidarli a parenti, ma ben pochi tra questi si mostravano disponibili ad accogliere e nascondere figli di “nemici del popolo”. Spesso li rifiutavano: molti tra questi bambini finirono in orfanotrofi o furono costretti a diventare adulti nell’arco di un giorno e ad arrangiarsi come potevano (p. 287 e ssgg).

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Quali furono gli effetti del grande terrore sulle persone? Furono i nonni, e in particolare le nonne, a sobbarcarsi dei sacrifici necessari per allevare figli di genitori finiti nei Gulag o fucilati, e a tentare di ricomporre le famiglie disperse (su distanze enormi, con pochissime notizie a disposizione, spesso impiegando anni) (p. 284 e ssgg).
“Il grande terrore fece lievitare il numero degli orfani. Fra il 1935 e il 1941, soltanto in Russia, Bielorussia e Ucraina gli internati negli istituti per l’infanzia passarono” da circa 330.000 a 610.000 (anche per effetto di una legge che fissava la responsabilità penale a partire dai 12 anni, p. 290). “Nella maggior parte dei casi gli istituti erano poco più che centri di detenzione per minorenni” dove la vita era terribile e ogni sorta di angheria e soprusi erano all’ordine del giorno (p. 294).
Naturalmente si trattava di soggetti particolarmente vulnerabili, bisognosi di affetto e quindi in parte malleabili: il personale che li dirigeva si sforzava di dare una nuova identità a quei bambini, talvolta cambiandogli nome e di indottrinarli in modo molto rigido.
Milioni di bambini si trovarono in una situazione difficilmente sostenibile: in quanto figli di “nemici del popolo” sentivano fortissima l’esigenza di rompere definitivamente con la famiglia per avere almeno una possibilità di trovare una posizione all’interno del sistema (entrando ad esempio nel Komsomol, p. 304, p. 310 per i figli dei kulak, per i quali “abbracciare la causa sovietica era l’unico mezzo per cancellare il marchio d’infamia della loro nascita”); ma dall’altra parte i vincoli famigliari e affettivi restavano molto forti. In generale, l’insieme di questi “strani orfani” provavano il “desiderio di essere accettati dalla società, mentre pochissimi erano quelli che voltavano le spalle al regime oppure vi si opponevano” (p. 303).

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Su un punto Stalin aveva ragione. Una guerra ci sarebbe stata (Vedi Mark Mazower, Le ombre dell’Europa, cap. 4). Fu il comportamento arrendevole di Francia e Inghilterra verso le sempre crescenti pretese di Hitler a spingere Stalin “a firmare il famigerato patto di non aggressione di non aggressione con la Germania di Hitler”. Stalin lo firmò per avere il tempo necessario per armarsi e forse sperava che la guerra avrebbe potuto aprire un periodo rivoluzionario come era accaduto nel corso della prima guerra mondiale. Per i militanti comunisti di tutto il mondo, il patto Molotov-Ribbentropp fu un vero trauma che contraddiceva una delle ragioni fondamentali della militanza comunista: l’antifascismo (pp. 325-26).
Al di là dell’effetto sorpresa, il disastroso inizio per l’Unione Sovietica fu causato essenzialmente dal grande terrore: il timore di essere incarcerati o fucilati paralizzava i capi militari, timorosi di prendere iniziative tempestive anche quando necessarie (pp. 334-336). L’appello di Stalin del 3 luglio 1941, nel quale usò toni e temi da tempo abbandonati, rinsaldò gli animi di molti, ma il regime fu spietato con chi avanzava critiche anche minime all’operato del governo e dei vertici militari (p. 337).
La situazione del paese era drammatica e sull’orlo del collasso. “Tra giugno e dicembre 1941, 3000 fabbriche vennero smantellate e trasferite […] a est, al di là del Volga, negli Urali e talvolta ancora più lontano, seguite dagli operai e dalle loro famiglie”: 8.000.000 milioni di bambini furono trasferiti nelle retrovie (p. 339). A Mosca si diffuse il panico quando fu annunciato il trasferimento del governo: la situazione alimentare divenne disperata, serpeggiava un clima di rivolta (p. 343, nota 16). L’Ucraina e le altre regioni agricole erano state occupate dai tedeschi.
Il 1° ottobre 1941 Stalin assicurò che sarebbe rimasto a fianco della capitale: “fu un momento di svolta decisivo. La gente si raccolse per difendere la capitale” (p. 343, e così avvenne anche a Leningrado, posta sotto assedio). La resistenza disperata dei russi bloccò l’avanzata dei tedeschi. Con l’arrivo dell’inverno e con la mancata conquista di Mosca, i nazisti non avevano ormai più realistiche possibilità di sconfiggere l’Unione Sovietica (p. 344).
I fattori che consentirono all’URSS di riprendersi furono il progressivo ritiro dell’ingerenza del partito nelle questioni militari con la conseguente maggiore autonomia di questi ultimi, la riorganizzazione industriale e una maggiore produttività dovuta anche a un più intenso sfruttamento dei Gulag; (pp. 268-375), ma soprattutto la riscoperta e lo sfruttamento del nazionalismo russo e la valorizzazione del soldato come singolo, come persona, come appartenente a una comunità e come uomo esemplificata dalla poesia Aspettami di Simonov.
La guerra produsse una forma di liberazione interiore nell’enorme massa dei soldati. Questi sperimentarono e rafforzarono forme di solidarietà che si traduceva in un indebolimento del partito e nella creazione di una distanza tra l’ufficialità della propaganda, sempre meno credibile, e la realtà: la guerra diede vita “a un senso civico e a un sentimento di appartenenza del tutto nuovi” (p. 383). Sembrava legittimo, a chi aveva sopportato privazioni indicibili e liberato l’Europa dal nazismo, aspettarsi e aver diritto a mutamenti profondi nella politica e nella vita del Paese. Per molti il ritorno alla vita normale fu difficile (p. 391, nota 100); tanto più che il regime tentò di ricacciare indietro le istanze riformistiche provenienti dal profondo del paese che stavano prendendo piede anche nel partito, con una normalizzazione che faceva perno su due fenomeni: il primo fu la creazione di un nuovo “ceto medio” voluto da Stalin, che a questo fine sfruttò l’ampliamento dell’istruzione secondaria, meno ideologizzato, ma più fedele perché lautamente ricompensato, che però comportava una mimetizzazione completa e la falsificazione o il dover rinnegare le proprie origine in coloro che erano figli di epurati negli anni Trenta (pp. 409-18).
Il secondo fenomeno fu lo scatenamento di un “piccolo terrore” che questa volta, sfruttando l’antisemitismo latente scatenato dall’iniziale occupazione tedesca di ampie regioni (Ucraina e Bielorussia), prese di mira gli ebrei. Fu un’operazione che dipese anche dall’affermarsi della guerra fredda e si rafforzò quando a Stalin apparve chiaro che non sarebbe riuscito ad avere in Israele un alleato e che anzi, il nuovo stato si sarebbe avvicinato agli USA. Il regime scatenò una “persecuzione non ufficiale” (p. 441) che finì solo per la morte di Stalin nel marzo del 1953.

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La morte di Stalin fu un trauma collettivo di massa. Moltissimi lo piansero sinceramente. Naturalmente lo piansero coloro che rendendosi servi del regime gli dovevano fama, successo e benessere – come Simonov, le cui vicende sono seguite da Figes per tutto il libro –; ma lo piansero perfino molti che erano finiti nei Gulag e che si sapevano innocenti: Stalin aveva vinto la guerra.
Ma si aprì anche un periodo di grande incertezza e di paura generalizzata, dovuta all’incertezza di cosa sarebbe successo. Non si poteva escludere che, chiunque fosse andato al potere, avrebbe potuto scatenare un nuovo terrore per consolidarlo (p. 455).
Tuttavia, era inevitabile che in in una marea sconfinata di persone la morte di Stalin volesse dire la fine del peggiore degli incubi. In molti Gulag vi furono scioperi e sollevazioni (pp. 457 sss.gg.). Finalmente la nomenklatura del partito si rese conto che il sistema dei Gulag era controproducente: costavano almeno il doppio di quanto facessero guadagnare. Alla morte di Stalin fu proclamata un’amnistia e “fu rilasciato […] un milione di detenuti, circa il 40 per cento dell’intera popolazione dei Gulag” (p. 463).
Non erano però detenuti politici. I dirigenti temevano che liberando i detenuti politici emergessero le loro responsabilità e la loro complicità col regime nel farli incarcerare (p. 466). Lentamente il “disgelo” proseguì e i ricongiungimenti generarono una vasta gamma di reazioni: molte famiglie accrebbero la propria intimità; ma altre si sfasciarono o continuarono a vivere in una reciproca incomprensione o ostilità: quasi tutti coloro che tornarono dai Gulag erano debilitati fisicamente e mentalmente, ed avevano bisogno del sostegno di qualcuno per continuare a vivere, anche perché lo Stato non riconosceva loro alcun diritto o forma di assistenza: gli indennizzi erano ridicoli (due mesi di paga a gente che aveva fatto anche vent’anni di Gulag).
Una delle più infami ipocrisie del regime fu quella di continuare a far credere ai famigliari che il loro congiunto arrestato negli anni del Terrore degli anni Trenta fosse ancora vivo dopo decenni, mentre era stato ucciso da tantissimo tempo: la dicitura “senza diritto di corrispondenza” era un eufemismo criptato per dire che il soggetto era morto.
Il ritorno dai campi di lavoro di milioni di persone provocò un dramma ben chiarito dalla poetessa Achmatova: “due Russie si guarderanno negli occhi”, quella che ha mandato la gente nei campi e quella che è tornata.
Aveva ragione. Per internare un numero così enorme di persone il regime aveva sollecitato e ottenuto la collaborazione attiva di militanti e cittadini. La classica autoassoluzione di coloro che in un modo o nell’altro avevano fatto internare qualcuno era di aver semplicemente fatto il proprio lavoro nel caso di funzionare – ad esempio di giudici – o di aver creduto sinceramente che l’accusato avesse fatto qualcosa per cui meritava la punizione.
È sorprendente constatare come molti internati abbiano perdonato i delatori che li hanno mandati nei Gulag. E questo non per una ragione di umanità, ma per “la consapevolezza […] che in pratica qualsiasi cittadino, per quanto onesto e onorato in circostanze normali, sotto la pressione dell’NKVD poteva diventare un delatore” (p. 506).
Così come vi è stato chi non ha mai voluto ammettere a sé stesso di aver rovinato la vita di coloro che aveva contribuito a far finire nei Gulag, ve ne sono altri che, vedendoli tornare, non ha retto al senso di colpa: molti si sono suicidati; lo scrittore Simonov, pieno di sensi di colpa, aiutò molti di loro.
Il regime staliniano ha lasciato impronte profondissime nei cittadini russi. C’è gente che anche dopo la caduta del comunismo alla vista di un poliziotto va in panico; c’è chi non riesce a parlare del proprio passato; chi ne ha rimosso gran parte. Ma vi è anche chi rimpiange quegli anni terribili, dove tutto sembrava ordinato e logico, dove bastava attenersi a quanto richiesto dal partito -stato per vivere una vita sicura e garantita, dove non c’ era bisogno di pensare perché Stalin lo faceva al posto loro.

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In conclusione, si possono fare alcune osservazioni su questo splendido libro.
La prima riguarda i Gulag. Finire in un Gulag era una delle peggiori cose potesse capitare a chiunque. Gli storici del “totalitarismo” fanno l’equazione del Gulag col Lager. Per quanto assurdo possa sembrare, non era così. Si finiva nel Gulag per una condanna (quasi sempre falsa o ingiusta) non perché si aveva il naso aquilino ecc. Il sistema prevedeva una (brutale) “rieducazione”, nel Lager si veniva spremuti e basta. Alcuni condannati (pochissimi) fecero perfino carriera grazie al Gulag; una cosa inconcepibile in qualunque Lager.
Il concetto di “rieducazione” non era sovietico: veniva dall’Occidente: le settecentesche workhouses inglesi erano esattamente istituti in cui il soggetto veniva rieducato attraverso il lavoro. Questo sta a dimostrare che il comunismo è una filiazione della Rivoluzione francese, madre anche del liberalismo: due fratelli destinati ad odiarsi insomma. E uno dei punti non spiegati o spiegati troppo poco del libro è proprio questo. Ciò che non viene fuori dal libro è l’enorme ascendente che un paese arretrato, povero e che ne aveva passate di tutti i colori esercitava nel contesto della Grande Depressione dopo il ’29: mentre il mondo capitalista sembrava crollare, l’URSS si industrializzava a ritmo strabiliante, cosa che concertava gli occidentali e distorceva la cpacità di giudizio di molti milintanti. Senza questo aspetto (quasi del tutto trascurato da Figes), la forza dello stalinismo risulta monca.
1Dopo il buon raccolto del 1930, quelli del ’31-’32 furono pessimi, ma lo Stato richiese una fornitura doppia rispetto alle ottime annate del 1929-30. “Ne conseguì inevitabilmente una carestia diffusa” che colpì soprattutto l’Ucraina e il Kazakistan, interessando circa 70 milioni di persone (quasi la metà della popolazione agricola) e che uccise milioni di persone (le stime indicano da un minimo di oltre 4 milioni e mezzo fino a 8 milioni e mezzo, p. 94). Ma non si trattò di una carestia “inflitta deliberatamente” dal regime, come sostenuto da alcuni studiosi (nota 37): il regime la sottovalutò, non aveva riserve per arginarla e intervenne comunque troppo tardi.

(Matteo Banzola, 21 agosto 2016)

Massimo Luigi Salvadori
Il Novecento. Un’introduzione
Laterza, Roma-Bari 2002

 

 

L’introduzione al Novecento di Massimo Salvadori ha non pochi meriti. Strutturato per capitoli tematici, è agile, scritto in maniera accattivante e chiara. Non ultimo, ha il merito fondamentale di chiarire la propria posizione senza troppi giri di parole.
Salvadori non condivide la definizione data da Hobsbawm del Novecento di “Secolo Breve”. Egli ritiene invece che si tratti di un secolo lunghissimo, che affonda le sue radici nel XVI secolo poi irrobustite definitivamente nel corso del Settecento, quando l’Europa divenne a tutti gli effetti il centro del mondo. Secondo Salvadori “il termine ad quem” dato da Hobsbawm risulta quanto mai arbitrario perché, in primo luogo, il decennio successivo “ha acquisito una propria fortissima fisionomia”, ma ancor di più perché

mai in cento anni il mondo […] è tanto mutato, al punti da far prevalere in modo netto le discontinuità, il cambiamento sulla conservazione, con la conseguenza che il rapporto degli uomini col loro ambiente […] si è, per così dire, capovolto rispetto al passato. I mutamenti avvenuti tra il primo e l’ultimo anno del secolo furono, infatti, di tale portata per cui, per la prima volta nella storia dell’umanità, individui nati all’inizio del Novecento e vissuti fino a ottanta-novanta anni si sono trovati nel corso della loro esistenza fisica a vivere diverse vite «storiche» (p. 158).

Posizione in larga parte condivisibile, anche se ci sarebbe da discutere sulla “fortissima fisionomia” del periodo che stiamo vivendo.
Salvadori prende le mosse dal declino europeo, che scandisce in tre tappe a partire dal 1898 quando gli USA mostrarono la loro forza nei confronti della Spagna e – nel 1904 – il Giappone smentì le convinzioni razziste degli europei sconfiggendo la Russia, la Germania ascese a potenza continentale e cominciò a maturare pensieri di dominio planetari e i grandi imperi (russo, austro-ungarico e turco) crollarono sotto l’urto delle proprie contraddizioni interne e per effetto della prima guerra mondiale, incubatrice, tra l’altro, della rivoluzione bolscevica e dell’affermarsi dei totalitarismi in un’Europa incapace da sola di risolvere i propri problemi senza l’aiuto esterno degli USA, come dimostrano la fallimentare storia della Società delle Nazioni, la seconda guerra mondiale – provocata in buona parte dall’insensata politica punitiva dei governi francese e inglese verso i tedeschi.
In quei decenni andarono in frantumi le certezze ottocentesche di una crescita economica illimitata e pacifica, mentre le avanguardie artistiche del primo decennio del secolo annunciavano la fine della belle epoque e l’inizio di un periodo di forte instabilità. Incertezze acuite dal disastro economico-sociale e personale provocato dalla carneficina della prima guerra mondiale, la quale fece emergere da un lato la forza distruttiva del progresso tecnico e tecnologico sancito dalla «seconda rivoluzione industriale» – che col taylorismo non solo mutava i metodi di produzione ma offriva un modello sociale verticistico e autoritario (p. 27)–; dall’altro un’invasività molto maggiore dei governi, dello Stato e della burocrazia nel controllo della vita delle masse e, in queste ultime, lati oscuri quali il diffuso disprezzo per la vita umana e l’uso della violenza: in quei decenni, “il liberalismo, la democrazia, il riformismo persero in Europa la loro battaglia” (p. 66).
Il terreno per l’affermarsi dei totalitarismi era pronto; un modello politico molto diverso da quelli precedenti; nei fatti, “una moderna teocrazia politica, in quanto fondato sulla fusione tra il potere temporale e il potere ideologico” guidata da capi divenuti una sorta di semi-dei e nei quali la violenza divenne il pilastro e il modello di regolamentazione della vita politica del sistema di potere. Ciò spiega la radicalizzazione del conflitto, nel quale le controparti vedevano non avversari ma nemici mortali da annientare – così come spiega le strategie di annientamento verso categorie sociali (i kulaki in URSS) o razziali (zingari, ebrei ecc. per i tedeschi, p. 67).
L’insieme e l’intrecciarsi di questi fattori portarono al suicidio dell’Europa. Alla fine del 1945 “per la prima volta nella storia del mondo post-medievale […] a decidere dello stato dell’Europa non furono più gli europei”, ma le due superpotenze USA e URSS (p. 19). In altre parole, la redistribuzione del potere a livello mondiale era avvenuta.
Anche la guerra fredda, una nuova forma delle relazioni internazionali non fosse altro per la contrapposizione frontale tra due schieramenti inconciliabili, viene suddivisa dall’A., in tre fasi (pp. 87-88). La prima, la più acuta, dal 1945 fino alla crisi di Cuba del 1962; la seconda, dal ’62 al 1979 corrisponde alla fase della “«coesistenza»” tra i due blocchi; la terza, fino all’avvento di Gorbaciov in URSS, dal “rilancio della guerra fredda” collegata all’espansionismo sovietico in Afghanista, in paesi africani e alla repressione polacca, ma anche alla politica statunitense in Centro-America e dal rilancio dell’armamento nucleare voluto da Regan: il mondo si trovò ad assistere all’“incessante preparazione a una «impossibile» guerra calda” (p. 73), ma anche al crescente divario economico e tecnologico tra i due schieramenti a favore degli USA. Le riforme introdotte da Gorbaciov non erano solo tardive, ma contribuivano ad accelerare il processo di implosione delle contraddizioni interne al sistema sovietico, processo che una volta innescato portò in breve tempo al collasso definitivo del sistema (p. 126).
Collasso vissuto nei paesi dell’Est come una vera sollevazione, tanto che nessuno si sognò di prendere le difese dei regimi che si stavano disintegrando (p. 126). Vi è qui, secondo Salvadori, una delle differenze sostanziali che consentì ai paesi democratici di vincere la sfida col blocco comunista: vale a dire, la possibilità, in Occidente, di porre sul tavolo del dibattito i grandi problemi e non, invece, l’investitura autoreferenziale e indiscutibile dello Stato-Partito come all’Est. Una strategia, questa, che consentì agli USA di assicurarsi il controllo politico dell’Europa occidentale dopo la seconda guerra mondiale favorendo la rinascita di quei paesi tenendo allo stesso tempo in moto la propria macchina produttiva attraverso rifornimenti, investimenti e aiuti. L’URSS invece, in un contesto di ricostruzione spaventoso e disperante, fece l’opposto: incamerò risorse dai paesi «fratelli».
La fine della centralità dell’Europa nel mondo è testimoniata anche dalla decolonizzazione, con la quale termina la dominazione e il controllo dei paesi europei che durava da secoli. Col chiudersi della seconda guerra mondiale apparve chiaro che ci si trovava di fronte all’“inizio del grande processo di decolonizzazione” (p. 90), un processo che avvenne in due modalità: negoziata (soprattutto dagli Inglesi) o violenta (nel caso di Francia, Olanda e Portogallo). Nasceva il «Terzo Mondo» (p. 92), realtà composita, contraddistinta da un eccesso di popolazione in rapporto alle risorse disponibili, dalla quale alcuni – Cina, India, Brasile e Messico – sono usciti più o meno compiutamente.
Ma la fine del colonialismo fu importante per i paesi europei in quanto consentì loro di drenare risorse notevoli alla creazione del welfare state, una creazione dovuta al fatto che in Europa Occidentale il movimento operaio non poteva più essere tenuto a bada con le vecchie armi del paternalismo e della repressione. Perfezionamento più che creazione in quanto forme embrionali di stato sociale erano state elaborate dai regimi fascisti, da quello comunista e, ancor prima, nell’impero guglielmino. L’operazione fu possibile grazie alla strepitosa crescita economica verificatasi nel trentennio successivo la fine della guerra mondiale (p. 102) e tagliò le ali ai partiti comunisti o rivoluzionari che fossero di lavorare concretamente alla rivoluzione, “mito ideologico” destinato a non realizzarsi.
Se la creazione dello stato sociale corrispose al riconoscimento di diritti sociali delle categorie più deboli, più difficoltoso fu il percorso dei diritti civili, in particolare delle donne. In Europa e in America del Nord movimenti femministi più o meno incisivi esistevano da tempo, ma la spinta decisiva si originò nel corso dei tempestosi e innovativi anni ’60 e ’70. In molte altre parti del mondo, invece, “questa marcia o non è neppure iniziata oppure è andata avanti in maniera quanto mai limitata” (p. 113).
Un altro aspetto, a lungo identificato col progresso sta invece mutando pelle: la questione religiosa. Razionalismo, agnosticismo e ateismo hanno alle spalle un lungo percorso iniziato nel Settecento, ma giustamente l’A., nota in questi ultimi decenni un risveglio religioso che in certe zone e per certe religioni va prendendo, in correnti interne, connotati di fanatismo, soprattutto nell’ebraismo e nell’islamismo. Il fanatismo religioso, che vorrebbe far coincidere “la società civile ai precetti religiosi” e “l’identità tra legge dello stato e legge divina” (p. 134), sanciscono il crollo definitivo del mito del progresso come fenomeno anche emancipatore, vuoi dei singoli, vuoi delle masse. Progresso che, con lo strabiliante e velocissimo sviluppo tecnologico degli ultimi tempi, sta acquisendo connotati preoccupanti: l’incremento forsennato della tecnologia, con la sua richiesta di nuovi saperi e competenze sta espellendo un numero sempre più largo di persone dal mondo del lavoro e quest’ultimo non è già più, per le giovani generazioni, un fatto garantito o «per la vita». A questo problema – non solo economico, come giustamente Salvadori fa notare (p. 150) – se ne aggiungono altri di enorme portata: la crescita demografica di paesi poveri e le ondate migratorie ne sono un esempio lampante.
Lascito ambiguo, dunque, quello del Novecento: a un impressionante sviluppo tecnico e tecnologico non corrisponde un eguale processo di pacificazione e di normali rapporti diplomatici e politici tra gli stati; i mezzi di comunicazione di massa corrono il rischio di di trasformarsi in strumenti di controllo; la stessa metamorfosi delle imprese e delle multinazionali, che tendono ad influenzare in modo decisivo e distorcente la politica degli stati, prospettano il rischio di una omologazione generalizzata spaventosa.
In definitiva, un testo questo di Salvadori che assolve più che degnamente al suo compito, quello di introdurre appunto il lettore a studi più approfonditi, molti dei quali – del resto – segnalati nelle note a pié pagina.