Attualità – XXI secolo

Se, come è possibile, si può far coincidere la nascita del XXI secolo con la fine del mondo socialista (1991), allora il ventunesimo secolo ha ormai trent’anni. Storicizzare il presente è sempre un’operazione complicata e piena di insidie, ma allo stesso tempo è necessario. Soprattutto in tempi difficili da decifrare come quelli che stiamo vivendo. Allora, per poterci orientare, vale la pena di rivolgersi a chi è in possesso di bussole affidabili.

Adriano Prosperi
Identità. L’altra faccia della storia
Laterza, Roma-Bari, 2016, 103 pp

Parte 1 (pp. 5-55)

Essere italiani, americani o russi; essere lombardi, romagnoli, sardi o napoletani, che significa esattamente? Con la fine del socialismo il mondo è entrato in una nuova fase; una fase semi-sconosciuta e piena di insidie, che gli storici – come disse uno dei più eminenti tempo fa – sono costretti ad affrontare “con armi spuntate”. Per capire qualcosa sull’attualità, i nostri tempi devono essere studiati con metodi diversi rispetto a quelli usati nel secolo scorso. E’ per questo che davanti alle mie (modeste) librerie provo spesso la sconfortante sensazione che gran parte dei libri che vi sono allineati abbiano ben poco da dirmi per capire il nostro tempo.

Eppure la storia continua ad essere uno degli strumenti migliori per fare un po’ di luce sul nostro mondo. Adriano Prosperi lo dimostra in modo più che convincente con due relazioni presentate a convegni e che Laterza ha pubblicato in un libretto prezioso.

I termini della questione li aveva posti correttamente secoli fa il grande Montaigne: “Ciascuno chiama barbarie ciò che non rientra nelle sue abitudini” (p. 8). Siamo in tempi in cui l’altro, il diverso, ci spaventa; ci sentiamo in pericolo, circondati, invasi (come ripete sempre qualcuno) da altri, da diversi, da gente pericolosa  che ha valori diversi, distanti e opposti ai nostri. Ma, come dimostra Prosperi portando a spasso il lettore attraverso secoli, paesi e istituzioni, l’incontro con l’altro non è mai stato un incontro pacifico. Come dimostra la storia del colonialismo, la definizione dell’altro è stata imposta dal più forte secondo i propri parametri. La fine del socialismo ha lasciato un enorme vuoto. Il socialismo aveva un’imprinting internazionale; esistevano certo rimandi a esperienze nazionali (non so se esista ancora il partito dei comunisti italiani), ma non erano mai diventati del tutto egemoni: i militanti dei partiti di sinistra si sentivano parte del mondo, non solo del proprio paese. La fine ingloriosa di quell’esperienza ha lasciato il campo libero alla brutale espansione della globalizzazione, un fenomeno in cui mentre le merci vengono spostate liberamente da un punto all’altro del pianeta, a molti uomini viene impedito di farlo.

La reazione, il contraccolpo a questo mutamento di scenario è il risorgere del nazionalismo, del localismo e il successo di populismi che gridano allo scontro di civiltà tra coloro che si sentono assediati e i – presunti – assedianti che premono alle porte dell’Europa per entrarvi. Di qui – per molti – il rischio (infondato) di perdere la propria identità. Ecco perché la parola identità è una parola ambigua e pericolosa. Perché in suo nome vengono sprigionate forze, pulsioni e atteggiamenti che hanno a che fare col potere e con la sua gestione piuttosto che con un problema culturale o religoso (come spesso viene declinato e presentato).

Se è vero che per definirmi (io che scrivo) devo darmi dei contorni diversi dagli altri, che mi rendano unico rispetto all’altro (a ognuno di voi che state leggendo, per esempio), il mio io non nasce e non è autonomo: il mio nome rimanda alla mia famiglia e al mio contesto. Lo sa molto bene chi abita in comunità piccole: “di chi sei il figlio te?” gli dicono gli anziani – perché è attraverso il ceppo parentale che si fanno un’idea. Allo stesso modo accadeva in passato con nomi di località (Leonardo da Vinci). Ciò che rende una personalità libera e indipendente è il mantenimento della propria caratterizzazione in rapporto con gli altri. Se questa si spegne all’interno di definizioni delimitanti elaborate dalle piccole comunità per autopreservarsi (la Padania, luogo inesistente) allora la parola diventa non solo ambigua, ma pericolosa perché si presta alle più svariate manipolazioni.

Manipolazioni che hanno un impatto devastante in tempi in cui i comportamenti hanno una dimensione collettiva. Fino ad oggi le identità collettive si sono espresse attraverso  la religione e lo Stato laddove la prima ha inventato fin dal Cinquecento la “propaganda” e l’altro, come ha mostrato Mosse, ha nazionalizzato le masse assicurandosene vario modo la fedeltà.

E’ stato un percorso conplesso. Prosperi illustra bene questi processi con molti spunti: dal rigetto (la migrazione come reato, reato di clandestinità), all’assorbimento dei nuovi arrivati (ebrei che hanno servito nei vari eserciti), all’assorbimento per necessità (i marrani) o al rifiuto all’integrazione (ebrei – e ugonotti – che, non volendo convertirsi, sono stati puniti in vario modo). In ogni caso la prospettiva è sempre stata quella dell’occidentale, e cioè del più forte, verso l’altro, con alterne fortune: “vincente” nelle americhe, perdente a oriente (Cina e Giappone non possono dirsi del tutto occidentalizzati).

Ma per quanto populisti e demagoghi inventino tradizioni inensistenti e infondate, resta il fatto che “la storia delle civiltà umane è storia di migrazioni e mescolanze di culture” (p. 44) e che i compartimenti stagni non si sono mai rivelati vincenti. Perciò, suggerisce Prosperi sulla scia si uno storico indiano, sarebbe bene cominciare ad occuparsi di “connected history” che studi i diversi fili che legano i popoli tra loro.

Allora si può dire con ragioni fondate che i localismi e i nazionalismi si sono posti sul versante perdente della storia. Ma per il momento queste forze rischiano di far crollare l’impalcatura dell’Unione europea: bisognerebbe tenerlo a mente e Prosperi ci aiuta a farlo nel modo migliore.