Antonio Gibelli – La Grande Guerra degli italiani. 1915-1918

Antonio Gibelli
La Grande Guerra degli italiani. 1915-1918
Rizzoli, 2014, pp. 399.

Questo libro di Gibelli non è una storia della prima guerra mondiale e nemmeno una storia d’Italia durante la Grande Guerra. È la storia di come gli italiani vissero quella grande, tragica, decisiva esperienza.

Non è necessario soffermarsi sull’importanza epocale della Grande Guerra. Alla data del 1914 gli storici hanno fatto finire “il lungo Ottocento” e/o fatto iniziare il Novecento. Cesura, quindi, nella storia provocata da quel conflitto.

Ma al di là delle elaborazioni degli specialisti, la presenza in ogni città e in ogni paese di un monumento al milite ignoto testimonia, meglio di qualunque elaborazione storiografica, come la Grande Guerra si sia incisa nel ricordo e nell’immaginario popolare. Né prima, né dopo, una guerra ha provocato una reazione simile.

Reazione dovuta a vari fattori. l’A., li analizza attentamente. Il mondo, e l’Italia con esso, stava cambiando: l’interventismo – nelle sue varie declinazioni e posizioni – era la spia che nuovi settori della società e nuovi ceti stavano affermandosi e chiedevano un loro spazio politico. Nel prendere in esame il linguaggio e l’oratoria di D’Aannunzio, Gibelli avverte proprio queste mutazioni: D’Annunzio inventa un linguaggio impastato di classicismo e di modernità, capace di toccare corde profonde della storia nazionale (un passato antico guerresco e glorioso) e di inserirle nel flusso degli scenari moderni, in un contesto cioè in cui larghe fasce della popolazione aspiravano a una posizione più forte e importante nello scenario politico europeo.

È una prima, importante, distorsione: a parere dell’A., la partecipazione alla guerra fu decisa da una ristrettissima cerchia di notabili (p. 64). L’affermarsi dell’interventismo – e all’interno di esso del nazionalismo – spaccò in due il Paese tra favorevoli e contrari al conflitto. Per contenere gli effetti di una partecipazione al conflitto con una metà di esso contrario alla guerra si aprirono percorsi che avrebbe condotto l’Italia “verso il fascismo” (pp. 73-75).

Il primo conflitto mondiale fu anche un grande esperimento sociale. In primo luogo, essendo la netta maggioranza degli arruolati, furono i contadini i più colpiti – contadini che vengono scoperti dagli ufficiali –; in secondo luogo l’esperienza di vita in trincea provocò un forte rimescolamento sociale:

L’Autore insiste giustamente a più riprese sul fatto che, esattamente come la decisione di entrare in guerra, la costruzione dello Stato era stata opera di una ristrettissima cerchia di notabili. Uno stato verso il quale i fanti-contadini si sentivano quasi completamente estranei e vittime. Da questo punto di vista l’A., mostra uno scenario in chiaro scuro: furono moltissimi i soldati che impararono a leggere e scrivere nelle trincee e che quindi acquisirono gli strumenti per un salto qualitativo importante nella loro vita, ma nella sostanza la loro diffidenza e la loro estraneità allo Stato rimase intatta. Dal canto loro, infatti, le classi dirigenti – sia politiche che militari – non modificarono la visione e la considerazione negativa delle classi popolari e continuarono a pensare che nella conduzione della guerra potevano “fare a meno del consenso delle masse” (p. 92). Di qui, mentre quelle stesse masse cominciavano a sentirsi stritolate da un gigantesco ingranaggio che li trasformava in semplici numeri e in carne da macello senza che tutto quel che accadeva avesse un senso evidente mentre la catena dei morti diventava un inesauribile catena di montaggio (p. 207), tutta una serie di legislazioni e comportamenti autoritari e coercitivi verso i soldati: le frontiere furono chiuse e l’espatrio fu vietato, pratiche di terrore e decimazioni (pp. 123-124). Perfino i soldati fatti prigionieri e finiti nei campi di prigionia (una prima, sinistra, configurazione dei lager) rimasero isolati per volontà del Governo che, convinto “di non poter contare sulla fedeltà dei dei combattenti [e che] le notizie sulla fame che si pativa nei campi avrebbe scoraggiato le diserzioni”, nulla fece in aiuto dei prigionieri (p. 131).

Di fronte a queste incomprensioni profonde delle classi dirigente (mentre però la strategia militare di Cadorna maciullava soldati a centinaia di migliaia), Gibelli illustra e discute con pagine belle e acute le strategie adottate dai soldati per tutelarsi in qualche modo: si spiegano così i casi di autolesionismo, il fingersi impazziti (ma non pochi impazzirono davvero), gli atti di insubordinazione durante i trasferimenti al fronte, le diserzioni.

Solo dopo Caporetto alcune misure vennero modificate e il regime di terrore nel quale erano tenute le masse combattenti si attenuarono mentre altri provvedimenti furono intrapresi con un certo successo. È il caso dei giornali di trincea, di un primo tentativo cioè di giornalismo moderno, indirizzato espressamente ai soldati – considerati comunque una sorta di “bambini” ai quali bisognava insegnare l’italiano e l’ideologia nazionale (p. 135). La stampa di trincea e le prime forme, benché rudimentali, di alfabetizzazione portarono all’affermazione dell’Italia popolare, come dimostra il bisogno profondo di molti soldati di lasciare una traccia scritta dell’esperienza che stavano vivendo con il tenere un proprio diario.

La guerra era davvero un’esperienza straordinaria in cui tutto era “sovradimensionato”, soprattutto la morte, che portò, nel bene e nel male, a una “rivoluzione mentale” (pp. 146-47).

Rudimentale e brutale mezzo e forma di nazionalizzazione delle masse quindi, la Grande Guerra; ma processo imposto dall’alto in basso e solo parzialmente recepito e acquisito dai soldati i quali, invece, continuano a considerare la famiglia, e non lo Stato, il proprio rifugio naturale e sicuro. Se la prima guerra mondiale si può considerare come un “corso accelerato e forzato di inquadramento nella nazione”, era stata però la morte l’elemento che aveva portato gli italiani all’interno della nazione (e le conseguenze di questo processo – come abbiamo detto prima – distorto, diventerà tragicamente evidente nella violenza squadrista del dopoguerra).

D’altra parte, sebbene tutto il Paese fosse coinvolto nello sforzo bellico, la realtà dei combattenti al fronte era comunque molto diversa da quella dei paesi lontani dal fronte. Il cosiddetto fronte interno fu, non solo in Italia, fu un’espressione creata dai nazionalisti che individuavano nei pacifisti e nei socialisti nemici interni (p. 174). Che si trattasse di una invenzione è rafforzata dal fatto che, essendo le donne chiamate a sostituire gli uomini al fronte nelle fabbriche per sostenere lo sforzo bellico – e le donne erano escluse dal voto e quelle che svolgevano attività politica era una ristrettissima minoranza – il fronte interno era in realtà, in buona parte, “fronte femminile”.

I lavoratori furono sottoposti oltre che a ritmi di lavoro lunghissimi e soggetti ad una disciplina militare, ad una legislazione penale e civile durissima (pp. 175, 181, 187), mentre le donne e i ragazzi furono impiegati anche nel Genio militare.

In sostanza, in generale, le condizioni di lavoro e di vita degli operai peggiorò anche perché ad orari di lavoro più lunghi si aggiunse anche un peggioramento qualitativo e quantitativo dell’alimentazione. Eppure, nonostante che per le donne la guerra significasse una prova durissima essendo chiamate in fabbrica nelle città industriali o a sostituire gli uomini nei lavori dei campi nelle zone di campagna, per molte di loro gli anni di guerra corrisposero ad un momento di maggiore autonomia se non di vera e propria emancipazione, sia pure nei limiti di un controllo famigliare rigido, anche se i vincoli si erano allentati: non poche lo hanno ricordato come un periodo “felice” (p. 187). Non solo: proprio grazie ai nuovi ruoli ai quali era chiamata, le donne elaborarono o accentuarono la propria combattività sul campo dei diritti civili – un fenomeno che impensierì e preoccupò perfino le maestranze socialiste maschili (pp. 217-18). La guerra quindi provocò un mutamento di costume nella società.

L’insieme del fenomeno ci indica un’altra novità introdotta dalla guerra: l’intervento dello Stato nella direzione dell’economia del Paese: la guerra impose pianificazione nella produzione e quindi, anche suoi specifici interventi.

Dunque, come già accennato, l’intera società italiana fu coinvolta nello sforzo bellico. A fianco della propaganda di trincea, anche quella cinematografica giocò un ruolo importante non solo verso gli stessi soldati, ma anche verso i cittadini. Tuttavia, la sua efficacia ebbe una durata limitata; dopo un anno e mezzo di guerra i soldati sapevano bene quanto fosse lontana la propaganda dalla realtà delle cose (p. 226).

La propaganda si preoccupò di interessare anche coloro che, essendo ragazzi o bambini, ne erano formalmente esclusi: perfino Pinocchio fu adattato alla propaganda di guerra (p. 259).

Del resto, man mano che la guerra proseguiva, furono arruolate classi di soldati sempre più giovani (fino al 1900). Le gerarchie militari cercarono di spacciare questo stato oggettivo di difficoltà per l’inizio più precoce della maturità e della virilità (le prostitute, assieme alle infermiere erano le uniche donne ammesse nelle zone di guerra).

Quanto la propaganda fosse lontana dalla verità, lo dimostrò la disfatta di Caporetto, un avvenimento sul quale i cittadini ebbero grosse difficoltà a farsi un’idea precisa dato che “la verità non poteva essere raccontata” (p. 255).

Ma al di là degli errori strategico-militari e delle sottovalutazioni di Cadorna e dei vertici militari verso i non pochi segnali che annunciavano l’attacco austro-tedesco, l’A., vede in Caporetto le molte contraddizioni dello Stato italiano (p. 257).

Nazionalisti e classi dirigenti addossarono la colpa del disastro ai pacifisti e ai socialisti, rei di aver indebolito il patriottismo dei soldati con la loro velenosa propaganda. Era una spiegazione che si adattava al “bisogno di trovare un capro espiatorio” (p. 265): di qui le forzature evidenti nel considerare il discorso di Treves come “una istigazione a delinquere” o quella di Malaparte come “sciopero militar” (pp. 267-68). Ma se quell’evento fu visto e considerato dalle classi dirigenti la risultante del soldato inteso come una bestia che si risveglia (p. 272) o come una sorta di tragico carnevale (nel senso letterale di ribaltamento dei ruoli), in realtà Caporetto smentiva in modo clamoroso la speranza delle classi dirigenti di disciplinare a piacimento le masse popolari senza che queste avessero voce in capitolo (p. 274). In realtà, l’auspicata “unione patriottica e nazionale era e restava un mito senza riscontri nella realtà” (p. 274). Di qui il tentavito di minimizzare quanto era accaduto (p. 276).

Il regime di occupazione coinvolse un milione di persone provocò 600.000 profughi. Situazione che si era creata anche a causa del disfacimento amministrativo oltre che militare. Naturalmente le popolazioni dovettero sopportare quanto un regime di occupazione comporta: saccheggi, violenze, sfruttamento delle risorse, stupri. E del resto, a testimonianza della volontà delle classi dirigenti di minimizzare il disastro, l’Inchiesta effettuata molto dopo gli eventi rimase reticenti su molti aspetti.

La vittoria finale consentì di reintegrare in qualche modo Caporetto come una “salutare sferzata” che risvegliò le energie del Paese.

Ma la ferita inferta a Caporetto fu grave: da un lato la borghesia patriottica accentuò la propria diffidenza e i propri timori verso i soldati di estrazione popolare; dall’altra parte, i soldati si sentirono incompresi e accumularono rancori verso i civili (un altro aspetto che avrebbe dato frutti avvelenati nel dopoguerra). In questo senso, Caporetto è all’origine di “un disegno autoritario” (pp. 307-308) perché, “per la prima volta in maniera tanto estesa la politica ingloba le emozioni collettive” e ne resta condizionata: come dimostra la nascita e la storia futura degli Arditi (o almeno della sua parte maggioritaria, dato che per un attimo vi furono anche gli “Arditi del popolo”, espressione della sinistra) l’ingresso del ceto medio nell’impegno politico avvenne in larga misura all’insegna della paura e dell’odio (p. 329).

Per queste ragioni la vittoria italiana fu caricata di un valore simbolico molto più grande e carico di aspettative del successo militare. Di qui, assieme all’incapacità e nella mancanza della classe dirigente liberale di valutare correttamente quel che la guerra aveva prodotto, la strada spianata per il fascismo.

 

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