Anche i professori sbagliano – J. Chapoutot – Controllare e distruggere

J. Chapoutot
Controllare e distruggere. Fascismo, nazismo e regimi autoritari in Europa, (1918-1945)
Einaudi, Torino, 2017, 229 pp.

Johann Chapoutot è un giovane, brillante, storico con all’attivo pubblicazioni che hanno già conosciuto traduzioni, capace di intrattenere il lettore con uno stile accattivante. Controllare e distruggere è uno studio comparativo tra i regimi autoritari e totalitari che giunsero al potere in Europa tra gli anni Venti e Trenta del Novecento.

Il primo capitolo è un’agile, stringata sintesi del panorama culturale dell’Euoropa occidentale dell’Ottocento in cui si rileva che il secolo, nato a sinistra con la Rivoluzione francese, si chiude su posizioni se non di destra, spesso conservatrici. Lungo questo percorso l’Autore ritiene che il progredire della secolarizzazione, e quindi l’indebolimento della forza d’attrazione della religione, lasci aperto uno spazio che più tardi sarà occupato dalla mistica fascista e nazista.

Questo precesso sarà possibile grazie al processo di “brutalizzazione” subito dalle decine di milioni di soldati durante la prima guerra mondiale, che è, di fatto, il lievito madre degli elementi che minano alla radice la cultura ottocentesca di derivazione illuminista e che contraddistingue ancora il ceto politico liberale e che quindi screditano la democrazia e il liberalismo: l’aver delegato l’uso legittimo della violenza a 60/70 milioni di soldati nel corso della guerra costerà molto caro ai governi parlamentari e democratici. Democrazia e liberalismo se da un lato perdono di attrattiva a livello culturale, essendo la ragione e la razionalità contrastati efficacemente dalle idee che ruotano attorno al dimanismo moderno, alla giovinezza virile e alla violenza (e al suo uso), in incubazione già prima del conflitto e maturati nel corso della guerra; dall’altro si dibattono senza successo di fronte ai problemi esplosi a seguito della grande crisi del 1929 e che sono incapaci di risolvere.

In concreto, il fallimento delle idee liberali ottocentesche è testimoniato dalla vita stentata e dalla morte annunciata della Società delle Nazioni, mentre la mancanza di risorse impedisce agli stati democratici di utilizzare risorse per la costruzione di uno stato sociale che avrebbe favorito la nazionalizzazione delle masse e quindi indebolito i movimenti di destra che invece, proprio grazie alla disperazione indotta da povertà e disoccupazione di massa, si irrobustiscono (pp. 64-65).

È questo vuoto enorme che fascismo e nazismo vanno ad occupare. Ciò è possibile perché di fatto la guerra non finisce con il chiudersi delle ostilità; continua ad est nella guerra civile in Russia e, in forma strisciante, nei torbidi anni del dopoguerra, con le camicie nere e i Freikorps dapprima utilizzati e impegnati come testa d’ariete contro socialisti e comunisti, poi in grado di ergersi a protagonisti.

Gli esiti infausti della prima guerra mondiale con il destabilizzante Trattato di Versailles, che alimenta il mito della presunta “vittoria mutilata” per l’Italia e della “pugnalata alla schiena” per la Germania e fatto proprio da fascisti e nazisti, consente a questi ultimi di dichiarare morti col conflitto democrazia e parlamentarismo sul piano politico, e illuminismo e razionalismo sul piano culturale. Ed infatti l’involuzione si verifica con lo svuotamento dall’interno del parlamento italiano e con il susseguirsi di legislazioni liberticide.

Subentrano allora concetti diversi e nuovi di popolo inteso non come una società, ma come una comunità, che deve essere compatta, organica. E l’organicismo diventa molto più di una metafora perché sull’immagine di una comunità che si fa corpo e che come un corpo funziona e si muove, si innesta il razzismo biologico dei nazisti, seguito più tardi dal fascismo: affinché il corpo resti sano è necessario espellere tutto ciò che ne minaccia la sopravvivenza; socialisti, comunisti, massoni sul piano politico, ebrei e undermenchen sotto il profilo razziale.

Adunata nazista

Una comunità soggiogata da un capo carismatico che la tiene in pugno attraverso un uso sapiente e calcolato della propaganda, di un linguaggio che espelle la razionalità per puntare su elementi capaci di suscitare emozioni, e quindi un’adesione istantanea, non mediata, irrazionale: le scenografie delle parate notturne dei nazisti e il finto dialogo di Mussolini con le folle radunate a Piazza Venezia sono frutto di abili strategie di persuasione. Coercizione e persuasione sono dunque le briglie che fascismo e nazismo utilizzano per tenere soggiogate le masse (assieme all’abbandono del liberismo puro in economia e l’approntamento di politiche occupazionali in parte efficaci).

A loro volta, i regimi autoritari spagnolo, portoghese, austriaco e di Vichy, invece, secondo l’Autore, non manifestano l’intenzione di “rivoluzionare” lo Stato: regimi e Chiesa si puntellano a vicenda per rafforzarsi e si accontentano di tenere sotto controllo la società. Fascismo e nazismo, al contrario, hanno in mente di forgiare (uso un termine del tempo) un uomo nuovo: che resusciti le vestigia di un passato glorioso (largamente inventato) nel caso del nazismo, proiettato in un futuro dai contorni alquanto informi nel caso del fascismo.

Da parte mia non sarei così sicuro che fascismo e nazismo abbiamo compiuto una rivoluzione: senza l’appoggio finanziario degli agrari e degli industriali Mussolini non sarebbe mai arrivato al potere, e così Hitler senza il sostegno dei Krupp dei grandi industriali e della grande borghesia. L’Autore mostra questi patteggiamenti a cui i due dittatori sono costretti (p. 163). Nel caso italiano Chapoutot parla di ostacoli di tipo culturale (p. 75). Espressa in modo così semplicistico è un’affermazione quanto meno forzata. Come ha raccontato egregiamente Giorgio Boatti (Preferirei di no, Einaudi)su 1250 docenti universitari, solo 11 rifiutarono di giurare fedeltà al regime; d’altra parte, Duggan ha dimostrato chiaramente che le classi dirigenti italiane erano alla ricerca di un uomo forte fin dagli anni ’90 dell’Ottocento (Creare la Nazione. Vita di Francesco Crispi, e Il popolo del Duce. Storia emotiva degli italiani di Mussolini, Laterza). In realtà, Mussolini ha due ostacoli insormontabili di fronte a sé: la Chiesa, che mantiene i propri spazi di manovra, e la Monarchia: quando abbandoneranno il regime Mussolini cade.

Mossolini parla alla folla

Tuttavia, l’approccio di Chapoutot è prevalentemente culturale: altri metodi di studiare il fenomeno, pur non mancando, restano schiacciati sullo sfondo. Il che può considerarsi una scelta metodologica dell’Autore e non un limite. Ma pur tra gli innegabili pregi, questo libro di limiti ne ha molti. Ci sono degli errori abbastanza gravi. Su alcuni, come quando afferma che Facta successe a Giolitti invece che a Bonomi, si può soprassedere; su altri meno: riferendosi ai comuni diretti dai socialisti parla di “notabili municipali tentati da un radicalismo alla buona” (p. 67); ritiene che la marcia su Roma sia “un colpo di Stato minuziosamente preparato” e che addirittura sia “ispirato a quello dell’ottobre 1917”, afferma che Mussolini “trasforma alcuni ras locali […] in prefetti volanti” (p. 72) e che sull’Aventino salirono i socialisti e dimentica o omette altri.

Sono errori gravi per uno storico, probabilmente frutto di letture frettolose. Uno sguardo alla bibliografia pare confermarlo. Per il fascismo, il libro si basa quasi esclusivamente su alcuni testi di Emilio Gentile e Renzo De Felice: interi filoni di ricerca non vengono presi in considerazione. Così, ad esempio, l’idea che per continuare ad esistere, il fascismo “debba mantenere un alto livello di mobilitazione politica” ed è quindi costretto ad indicare sempre nuovi traguardi, (p. 169), sulla quale concordo e che trovo convincente, è già stata avanzata da Salvatore Lupo 17 anni fa, ma il suo libro non risulta né tra le note a piè di pagina, né in bibliografia. Un altro esempio, ma questa è una mia supposizione, riguarda l’elemento dirimente del libro: fascismo e nazismo intendono “distruggere” per riedificare su nuove basi, i regimi autoritari mirano invece a “controllare” per mantenersi al potere. È una concettualizzazione molto simile a quella proposta recentemente da Kershaw il quale parla di dittature “dinamiche” e dittature “passive”. Non so chi, tra i due autori, sia debitore all’altro, ma sarebbe stato il caso, quanto meno, di farvi cenno.

Con tutto questo, Controllare e distruggere resta un libro interessante. Ma è meglio leggerlo dopo essersi procurati un manuale affidabile.

 

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